Perché gli uomini sono malvagi?

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Rüdiger Safranski, nato a Rottweil/Württemberg nel 1945, oggi vive a Berlino facendo il libero scrittore. È diventato noto soprattutto grazie alle sue biografie su Arthur Schopenhauer (1987) e Martin Heidegger (1994). Ora [1997] ha scritto un nuovo libro, Das Böse oder das Drama der Freiheit [«Il male o il dramma della libertà»]. Attraverso la filosofia occidentale si è aperto una via nel cuore delle tenebre. Per ‘male’ Safranski intende tutto ciò che mina la nostra fiducia in noi stessi e nel mondo. È un nome per ciò che è minaccioso, nel cosmo come in noi stessi. Per questo motivo non ce ne libereremo mai. Per questo motivo non è nemmeno qualcosa di patologico, bensì una parte delle nostre possibilità. Viviamo in una società del rischio e costituiamo noi stessi un rischio. Che fare? Stazioni della riflessione sono i miti antichi, i tentativi di superamento del male in Platone, Agostino e gli illuministi, così come le strategie di contenimento da Hobbes fino a Gehlen. Safranski guarda al fascino del male nell’arte, agli esperimenti di Nietzsche col nichilismo e a Hitler, per mezzo del quale un delirio divenne sanguinaria serietà.

Rüdiger Safransky
Foto di Michael Oreal - www.oreal.de

Ursula von Arx: Signor Safranski, lei ha scritto un libro dal titolo Il male.

Rüdiger Safranski: Il titolo per esteso è Il male o il dramma della libertà umana. Ho scritto un libro sulla libertà. Il male è il prezzo della libertà.

UA: Al riguardo ha avuto un’esperienza chiave?

RS: Ero un ragazzino e la mia zia preferita è morta. D’un tratto era scomparsa una persona a cui avevo voluto davvero bene. Niente e nessuno potevano spiegarmi questo fatto. Così venni a sapere che mi trovavo all’interno di uno spettacolo malvagio. Manca lo scopo, manca la risposta al perché. Leibniz distinse tre categorie di mala, di mali: il malum physicum, dunque le catastrofi naturali e le malattie, poi il malum morale, il male commesso dagli uomini, e infine il malum metaphysicum, che comprende il fatto che gli uomini devono morire. Allora ho conosciuto il malum metaphysicum.

UA: E questo che cosa ha a che fare con la libertà?

RS: Il mondo non si regola secondo la mia persona, quindi non c’è nemmeno qualcosa secondo cui devo regolarmi. Il senso non è qualcosa che esisterebbe e che si deve trovare e scoprire. Il senso è qualcosa che va creato. La nostra coscienza può accontentarsi dei piaceri della grossolanità e lenire l’inquietudine con valori sostitutivi, può separarsi, scoprire il vertiginoso nulla, gridare un forte «e tuttavia» e scegliere l’annientamento. L’uomo è l’animale non definito, ha detto Nietzsche.

UA: Nietzsche è morto nel 1900. Allora Dio era dato per morto. Ma prima?

RS: Per Nietzsche l’invenzione di Dio è già espressione di una vita che scopre di non poter bastare a se stessa. Con l’invenzione di Dio viene scritto il primo capitolo nella storia del nichilismo.

UA: In che senso?

RS: La nostra coscienza separa, non ci realizziamo più nella natura e aneliamo perciò a una conferma e a un orientamento. Grazie a Dio possiamo amarci di nuovo, non per amore di noi stessi, ma perché siamo creature di Dio. Dio può liberare gli uomini dal peso di dover essere tutto l’un per l’altro. Si deve ammettere che per secoli le religioni sono riuscite a offrire sicurezza in un mondo privo di senso. Molti uomini trovavano pace in Dio.

UA: Con la morte di Dio Nietzsche sperava in una vita più forte e più prosperosa. Per Marx la religione era il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione senza spirito, l’oppio del popolo.

RS: Il rifiuto religioso del mondo e la compensazione per tutto il male terreno sono la stessa cosa. Nel caso di Agostino, nato in Nord Africa nel 353 da genitori benestanti, fu proprio il contrario. Agostino amava smodatamente la vita. Per questo le divenne troppo stretta. Egli scoprì Dio perché soltanto Dio è abbastanza vasto per accogliere il suo infinito anelito. Agostino era dipendente da Dio.

UA: E che cosa è per Agostino il male?

RS: Per Agostino, rinnegare Dio è la cosa più malvagia che un uomo possa fare, perché così perde le proprie possibilità di superare se stesso; detto in termini moderni – compie il tradimento della trascendenza. Egli si isola dall’abbondanza del divino, diventa unidimensionale e chiuso. Gli spiriti meschini e i realisti sono tutti caratterizzati da questa ottusità metafisica.

UA: I nazisti erano malvagi. Erano stupidi?

RS: Detto alla buona e in modo banale, sì. In relazione alla maniera meccanica, impersonale e servizievole con cui uomini assolutamente normali fecero funzionare le macchine della morte, Hannah Arendt ha parlato di banalità del male. L’esecuzione seguendo una routine e l’“ordine superiore” permettevano agli assassini di conservare sempre una coscienza pulita. La morale venne sostituita dall’agire razionale in vista dello scopo. L’hitlerismo ha statalizzato gli uomini e, così facendo, anche il crimine. Il tasso di criminalità si abbassò. Niente di sorprendente, infatti i potenziali criminali vennero semplicemente presi dalla strada al servizio dello stato. Qui si può citare ancora un’ultima volta la Arendt: l’individuo è responsabile anche della propria obbedienza.

UA: E il comando superiore? Si può parlare di banalità del male per quel che riguarda lo stesso Hitler?

RS: Non credo. Hitler era un genio dell’oscurità, era propriamente un fondatore di religione davvero sinistro. Nella sua politica di annientamento seguiva una specie di teologia. Il programma hitleriano di creare un uomo nuovo, una nuova razza con la soppressione degli ebrei è il tentativo di tradurre in atto un delirio realizzandolo. Nei tristi successi di Hitler si mostra quanto la storia sia governata dal delirio; si può anche dire – dall’immaginario.

UA: Hannah Arendt ha visto nella menzogna il fondamento dei sistemi totalitari del XX secolo.

RS: Naturalmente la politica di Hitler era piena di menzogne. Hitler era un demagogo senza scrupoli, per lui il fine giustificava ogni mezzo. Nello scopo, cioè nel fatto che l’umanità può essere salvata soltanto se la razza ebraica scompare da questo pianeta, egli credeva e allo stesso modo ha indotto altri a credervi. Questa non era una menzogna e neppure un inganno intenzionale.

UA: Bensì?

RS: La catastrofe della libertà.

UA: E questa libertà in che cosa consiste?

RS: Nella capacità di cambiare la realtà facendosi un’idea di essa. Noi possiamo immaginare un mondo. Naturalmente questo mondo non sorge indipendentemente dalle nostre esperienze, ossessioni e desideri. Tuttavia esso è qualcosa di nuovo. Il pensiero non l’ha ancora mai spuntata col problema delle immagini. E oggi che il flusso delle immagini cresce a dismisura ancora una volta immaginazione e realtà si confondono di più. La nostra coscienza vive in un mondo reale e in molti mondi possibili senza poterli distinguere con sicurezza.

UA: Per lo meno Hitler e i suoi seguaci non erano in grado di distinguerli.

RS: Hitler ha visto gli ebrei come bacilli e come tali li ha fatti uccidere.

UA: Questo è coerente.

RS: Sì. Tuttavia non si può dimenticare che il suo delirio era radicato. E precisamente nel XIX secolo, quando si credeva nella soluzione finale di tutti i problemi sociali offerta dalla scienza e si pretendeva che la morale non la ostacolasse più. Hitler era proprio completamente disinibito dal punto di vista morale. Ai suoi occhi la morale e la coscienza erano malinteso spirito umanitario di origine ebraica. Egli voleva estirpare sistematicamente tanto lo “spirito” ebraico dei dieci comandamenti, soprattutto il divieto di uccidere, quanto la razza ebraica. Hitler ha tratto le conclusioni dalle parole di Nietzsche circa la dignità umana come concetto allucinatorio. A partire da Hitler il progresso di una civiltà non si misura più in base a ciò che essa potrebbe essere dal punto di vista ideale, ma in base alla distanza tra essa e le sue orrende possibilità. A partire da Hitler sappiamo ciò che significa “reale”, quando Dio è morto.

UA: Così non ci rimane da fare proprio nient’altro che credere nell’uomo. «Tutti gli uomini sono nati liberi e eguali in dignità e diritti», dice il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

RS: Alla nascita abbiamo “dignità”, così come braccia e gambe? No. Non veniamo al mondo dotati di dignità umana. La dignità umana non si limita ad esserci, essa è valida. E se la costituzione della repubblica federale tedesca dichiara inviolabile la dignità dell’uomo ed espressamente non la sottopone a nessuna decisione democratica presa a maggioranza, allora così facendo si tenta di stabilire un tabù in un mondo secolare. Una decisione sociale viene trasformata in qualcosa che in futuro deve rimanere sottratto alla decisione sociale.

UA: Dio ritorna di straforo?

RS: Almeno ciò che ne rimane. È il tentativo di non fondare la dignità umana solo nella facoltà immaginativa della società, ma in un’ultima decisiva parola, che tuttavia è pur sempre d’origine sociale. Tuttavia rimane il fatto che la dignità deve essere dichiarata inviolabile proprio perché si è mostrato quanto può essere violata. La sua fondazione finale è la volontà di essa. Ma, così Kant disse una volta, c’è una specie di dovere di essere fiduciosi.

UA: Dunque il male si trova nella fantasia sociale?

RS: Nell’anno della riunificazione tedesca ero nella Francia meridionale. Voi tedeschi siete già una nazione fortunata, mi disse un francese. Lo guardai con fare interrogativo. Ma sì, disse, Boris Becker come vincitore di Wimbledon e poi avete vinto anche il campionato del mondo di calcio. Dovetti dargli ragione. Se come nazione ci fossimo potuti confermare e distinguere già prima con i Becker e le Graf & Co., forse Auschwitz sarebbe stata risparmiata al mondo. Lo sport e anche l’arte possono essere una valvola di sicurezza per le aggressioni e i desideri segreti che altrimenti non possono essere sfogati.

UA: Più è riuscito il cattivo, migliore sarà il film, diceva Hitchcock.

RS: Il male è un’avventura perché oltrepassa i confini. L’arte ha guardato sempre giù nel regno del male e trasmesso il suo fascino. Ma l’arte è un genere che sublima, in essa il male ha una presenza esente da rischio. L’arte lo impacchetta in un cordone sanitario della distanza estetica.

UA: Con il suo libro si è avvicinato al male?

RS: Con il male è come con la libertà: entrambi sfuggono alle spiegazioni. Io vivo l’apertura mentale in maniera soggettiva e durevole: posso andare ora oppure no. Ma più tardi, quando spiegherò perché sono rimasto ancora, mi spiego la mia libertà come perduta. Così stanno le cose anche col male: è sempre lì, dove non c’è il linguaggio. Le frasi sul male sono sempre frasi non malvagie.