Il colonialismo cognitivo: intervista a Franco Soldani

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Davide Dell’Ombra: Quando cominciai, quattro anni fa, a interessarmi ai Suoi scritti, recensendo per SWIF i due volumi de Le relazioni virtuose (Uniservice 2007), mi colpirono subito due aspetti della Sua riflessione sul mondo della conoscenza: il primo aspetto riguarda la sensazione, già leggendo quell’opera e in seguito altre, di entrare in un circolo epistemico dal quale riesce difficile uscire, quello in cui ogni conoscenza scientifica e financo filosofica, nessuna esclusa, essendo «preformata dal capitale», risulta necessariamente falsa e inattendibile. A quel punto appare arduo ogni tentativo di risalire la corrente e, uscendo dal circolo vizioso, tuffarsi nella «realtà». Il secondo aspetto riguarda invece la pressoché totale assenza, ancora in quell’imponente scritto del 2007, di un riferimento preciso al pensiero di Marx, nonostante si facesse ampio ricorso a esso in generale. Questo secondo aspetto non potei fare a meno di sottolinearlo nella recensione ma, con grande piacere, ho notato che nel Suo ultimo lavoro, Colonialismo cognitivo (Faremondo 2011), Lei ha provveduto ampiamente a soddisfare la mia curiosità su quel particolare (si vedano le pagg. 27 e segg.). Per riassumere, cosa secondo Lei Marx ha intuito dei rapporti tra cultura, società ed economia e cosa invece dei suoi scritti va considerato, come si usa dire, ‘superato’?

Franco Soldani: […] Si potrebbe cominciare da una constatazione. Il pensiero di Marx è come una sorta di ganga concettuale che contiene non pochi cristalli di conoscenza. Tra l’altro proprio nel senso etimologico della voce tedesca Gang: vena metallifera, filone aureo, ma anche sentiero, via da percorrere, strada con multipli incroci e segnavia. Questi cristalli vanno estratti dal loro grembo proprio come in una miniera cognitiva: si estrae il diamante separandolo dallo sterile ed eliminando quest’ultimo. Purtroppo lo sterile non si fa eliminare tanto facilmente dalla scena, giacché a differenza di quello geologico viene continuamente riprodotto in tutte le salse dalla pubblicistica accademica odierna e come una perfida fenice intellettuale rinasce continuamente dalle sue ceneri. Si vedano ad es. i francesi Renault e Duménil con il loro Lire Marx, oppure gli italiani Massimiliano Tomba, Nicolao Merker ecc., per non menzionare poi gli anglosassoni e gli stessi tedeschi. Tutta saggistica rigorosamente istituzionale. Che tragica ironia! Marx che dà lavoro (ed emolumenti) a chi lo imbalsama. Nato per sovvertire lo stato di cose esistente, il pensiero dei classici è ora divenuto il cemento accademico che si prende cura del suo sistematico consolidamento.
Ovviamente ciò viene fatto dagli agenti dei dominanti e dall’Accademia per avvolgere di spesso fumo il contesto, per secernere di continuo dei cliché e metterli al posto dell’originale, in una sorta di clonazione o emulazione solo dell’inganno, in modo che non si possa discernere alcunché sotto quelle mentite spoglie e il fenotipo possa prendere tranquillamente il posto del suo genoma. Il che è come dire che il figlio (di un adulterio, tra l’altro) genera il padre. Per nostra fortuna, l’inganno a nostro danno non è un monolito d’acciaio. Qualcosa traluce comunque e s’intravede dietro le sue fattezze fittizie. Del resto, se siamo qui a parlarne, ciò dimostra che qualche crepa in quell’edificio artefatto, per quanto sia stato fatto ad arte, è comunque diventata visibile.
In ogni modo, se prescindiamo da queste condizioni al contorno, che rendono tuttavia ancor più difficile quel lavoro, penso che esista in effetti nella complessa concezione di Marx ed Engels (ovvero, per intendersi, i classici) una sorta di nucleo cellulare che dovrebbe essere accantonato senza indugio tanto è infausto. Come si dice, prima ce ne liberiamo, meglio è. Si tratta del materialismo ontologico (MO). Questa categoria in effetti è letale. Si è comportata nei confronti del pensiero di Marx un po’ come i virus fanno nei confronti della cellula ospite. Una volta accomodatasi all’interno del pensiero dei classici ha cominciato a snocciolare i suoi significati e a generare una serie di nozioni che hanno poi preso il sopravvento sui loro concetti più originali, fin quasi a farli sparire o a renderli irriconoscibili. I marxisti del Novecento, indifferentemente filosofi o economisti, hanno poi fatto di questa icona la chiave di volta delle loro dottrine, ortodosse ed eterodosse, rendendo così il guasto irreparabile. Si pensi in proposito, giusto per limitarci a tre o quattro preclari esempi, al principio d’esistenza o tesi di materialità di Althusser («non si può conoscere che ciò che è», congiunto col «primato dell’essere sul pensiero») oppure al Manuale di economia politica di Antonio Pesenti, che è stato per anni una sorta di vademecum della cultura marxista in Italia ed in particolare del Pci («l’economia politica è comprensione della realtà quale essa è e una scoperta delle leggi oggettive a cui il suo sviluppo obbedisce»). E certo si potrebbero citare, sulla stessa falsariga, i diversi compendi di economia politica pubblicati dal dopoguerra in tutto l’Occidente e persino in Russia e nella Cina di Mao, a partire da quello di Ernest Mandel del 1962 (Traité d’économie marxiste) ai due volumi di Xu He del 1975 (Trattato di economia politica). Dappertutto i medesimi stereotipi.
Oltretutto, si tenga conto del fatto che tutta questa saggistica non fa altro che continuare una tradizione che da Déville, via Kautsky, alla Luxemburg e oltre risale quanto meno alla socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento e alla II e III Internazionale. Se Marx aveva definito il cristianesimo la religione specifica del capitale perché come quest’ultimo era cosmopolita, del pari si potrebbe forse dire che l’economia politica è la scienza dei marxismi perché questi ultimi l’hanno resa internazionale e le hanno affibbiato il dono dell’ubiquità.
Se tutto ciò è successo, vi sono ovviamente delle ragioni. In primo luogo, la colossale impresa intellettuale dei classici. Elaborare un sistema di pensiero alternativo a tutta la cultura pregressa dell’Occidente non era uno scherzo. Ciò li ha obbligati a scegliere una linea di demarcazione concettuale rispetto a tutto il resto che hanno poi identificato nei solidali principi del succitato MO. Purtroppo tale distinzione si è rivelata illusoria e inesistente. Ma vi è di più.
In secondo luogo, infatti, i classici, convinti di poter rendere in tal modo oggettiva la loro interpretazione delle cose, han finito col mutuare dalla scienza dell’epoca le cinque (dicesi 5) caratteristiche del loro MO, che in effetti rappresenta la variante sociale del realismo scientifico del tempo. Conviene riassumerle brevemente per capire quali possano essere i vincoli e i limiti che hanno poi inoculato nella loro concezione del mondo:

  1. La realtà esterna al pensiero umano.
  2. L’anteriorità della natura rispetto al soggetto: la materia è eterna.
  3. L’indipendenza del reale dall’osservatore.
  4. Il carattere oggettivo del mondo fisico.
  5. Si potrebbe infine aggiungere anche un’ultima duplice caratteristica a tale quartetto: la natura processuale e in divenire perenne della Natura emergente o facente tutt’uno con lo status immutabile e sempiterno dell’Universo. Insomma, Parmenide ed Eraclito in uno.

Prescindiamo per un momento dalle funzioni antibibliche e antiteologiche che i classici credevano tutte queste caratteristiche svolgessero. Ciò che ora pare più interessante mettere in rilievo è un intero grappolo di circostanze.
In primo luogo, il fatto che mediante tale modello Marx ed Engels pensavano di poter dedurre l’esistenza anche in società di processi necessari e inevitabili di sviluppo analoghi o identici secondo loro a quelli che la scienza studiava in natura. Se fosse stato vero, questa simmetria avrebbe messo fuori causa tutte le altre spiegazioni della società basate su ragioni e intenzioni arbitrarie (utopismo, progetti di riforma calati dall’alto: l’ingegneria sociale tra ‘700 e ‘800, contratti sociali ecc.). Non solo. Avrebbe anche permesso loro di capovolgere la tendenza degli economisti, i portavoce ufficiali e gli ufficiali ideologi della grande borghesia del tempo, a fare della produzione capitalistica un fatto di natura eterno e trasformare invece il mdpc [modo di produzione capitalistico] in una società naturalmente destinata, in conseguenza dei processi innescati dalle sue leggi interne, a decadere ineluttabilmente e trapassare così in un diversa forma di organizzazione della convivenza civile. Come si vede, Marx ha cercato di ritorcere contro gli ideologi del capitale i loro argomenti e di trasformare un’apologia nell’alba di un prossimo tramonto insito nelle cose. Dal punto di vista di questi molteplici intenti, il MO incorpora al proprio interno tanto il materialismo storico, quanto il socialismo scientifico.
In secondo luogo, l’alleanza con la scienza ha consentito ai classici di far affiorare dal loro pensiero anche un intero set di nozioni indispensabili all’analisi del mdpc come la differenza tra superficie e motore più profondo, la distinzione tra essenza e apparenza su cui si basa ogni conoscenza del mondo, la doppia (duplice-ambigua) natura dei soggetti, il carattere altamente sofisticato delle forme fenomeniche del capitale, la distinzione tra storia pregressa e storia contemporanea del capitale, e in genere una folla di altri concetti ancora che sarebbe qui troppo lungo elencare e spiegare. Ci si può accontentare, credo, di questa constatazione. Tenendo presente anche il fatto che ciascuna nozione sopra menzionata rappresenta una sorta di ipertesto, con una sua coerente trama interna, che apre di continuo la lettura di nuovi altri documenti.
Nondimeno, in terzo luogo, queste acquisizioni, come tutte le medaglie, nascondevano un rovescio e un’insidia di non poco momento. Insieme a quei due frutti, i classici hanno purtroppo messo dentro al loro cesto e poi mangiato anche la famosa mela avvelenata dell’Occidente. Incorporando le scienze naturali del tempo nella loro concezione, essi hanno purtroppo assimilato anche tutti gli stereotipi che la comunità scientifica dell’epoca secerneva dalla propria brillante testa a fini di legittimazione del suo status e della sua funzione aristocratica nel contesto dei saperi societari. La scienza così, come si voleva che fosse, è divenuta in Marx ed Engels conoscenza oggettiva dell’universo, patrimonio generale dell’umanità, spiegazione razionale del mondo fisico, sistema super partes di pensiero, descrizione impeccabile delle grandi leggi di natura, sapere senza tempo ovvero, come ebbe a dire lo stesso Marx, «un prodotto intellettuale dello sviluppo storico generale nella sua quintessenza astratta», che in quanto tale era da considerarsi indipendente da alcunché, precisamente come l’oggetto di cui rendeva conto e di cui rifletteva la natura nella nostra mente.
In quarto luogo, per converso una simile immagine della scienza, così confortevole anche per il senso comune oltre che per gli scienziati, ha naturalmente rappresentato un’invidiabile rampa di lancio tramite cui far decollare negli eterei spazi siderali dell’irrefutabile e del certo la natura incontrovertibile dei cinque principi fondamentale del MO, che sono divenuti in tal modo delle icone laiche di primaria importanza. Corroborati potentemente da quel ritratto agiografico dell’impresa scientifica, si sono trasformati anch’essi in presupposti indiscutibili e da non più discutere dell’intera nostra comprensione dell’universo materiale. Ma non basta ancora.
Insieme e in simbiosi con questi effetti pirotecnici, ed anzi con solo questo scopo in mente, i cinque postulati del realismo fisico in questione, forti dello status ormai conquistato, continuamente e attivamente coltivato del resto, tramite amorevole cure parentali, dalla comunità scientifica che lo aveva messo al mondo, hanno fatto sparire come neve al sole la crux delle origini (quel vespaio dell’Occidente che Ernst von Glasersfeld raccomandava di scansare come la peste). L’hanno letteralmente cancellata dalle scena, resa invisibile e financo impensabile, giacché – proprio come la teologia definisce Dio – hanno dichiarato la natura visibile causa sui, circostanza che l’ha fatta così diventare un universo increato e infinito senza limiti di tempo e di spazio, facendola collimare per di più con l’unico mondo esistente e osservabile da parte del soggetto umano.
Inoltre, tutto ciò doveva essere mandato ad effetto dalla scienza occidentale. Le si presentava in effetti come un imperativo categorico indispensabile, perché solo così sarebbe riuscita a seppellire negli eterni silenzi del nulla il fatto che tanto l’intero set di presupposti del suo realismo, quanto tutti i suoi complessi sistemi di conoscenza costruiti nel corso dei secoli su tale fondamento risultavano essere nient’altro che assunzioni indimostrabili a priori della nostra mente, sofisticati universi allegorici del nostro pensiero in divenire che constavano e constano solo di materia cognitiva.
[…] Viste le cose dalla loro parte, sia la scienza sia il capitale, da buoni parenti stretti, avevano dunque tutto l’interesse comune a soffocare sul nascere, a seppellire nel più profondo dei mari e a disperdere al vento, se possibile più delle ossa degli eretici, persino la più remota memoria anche solo virtuale di quella possibilità. Per questo insieme di ragioni i succitati cliché salvavita dovevano essere inoculati nella mente anche delle teorie alternative, dei nuovi paradigmi eventualmente emergenti dal seno della società. […] E i cliché sono come la superficie del mdpc per il suo motore più interno: non solo rendono invisibile la sua natura più autentica, ma mostrano precisamente il suo opposto. Il falso o l’inganno che questa mediazione secerne diventa verità e concordanza con l’effettivo stato delle cose. Anche qui sembra di nuovo di sentir parlare il nipote di Rameau (il versatile prototipo del conte De Maistre!): «niente è più utile ai popoli della menzogna, niente più nocivo della verità».
[…] Sceverare quelle categorie dal materiale sterile in cui sono state interrate e sprofondate, valorizzarle ed usarle per nuove spiegazioni del mondo, richiede ed esige naturalmente che prima venga messo in discussione il MO. È questa potente formazione ideologica, infatti, ad aver mediato e reso possibile quell’interramento. O la si dissolve, oppure sarà molto difficile riuscire nell’impresa di dare ai classici, e soprattutto al pensiero più sofisticato di Marx, il posto che gli spetta nella nascita di un nuovo paradigma della società capitalistica. Per di più, giusto per dire del cimento a cui si va incontro, spezzare la soffocante tutela del MO per poter respirare finalmente una folata d’aria fresca, oltre ad domandare la confutazione dei grandi miti della razionalità scientifica, esige anche che si sappiano indicare soluzioni alternative al suo realismo scientifico (e alle sue molte varianti, fenotipi diversi di un unico genoma).
[…] Tutto ciò, va da sé, c’impone tanto di dare un addio definitivo all’intera cultura dell’Occidente, quanto di prendere le distanze dal realismo ordinario della vita comune, due impegnativi passi sia oltre le dighe foranee in periglioso mare aperto, sia però fuori anche della logica versatile e dentro un altro universo di pensiero. Se la barca anela al mare, come dice il poeta, non la si può rinchiudere nel porto: meglio, molto meglio è alzare le sue vele e prendere i venti del destino dovunque questi la spingano.

DD: Come interpreta dunque il rapporto tra scienza e politica? Che tipo di influenza esercita il capitalismo, nelle sue forme più pervasive, sull’attuale configurazione delle scienze ‘esatte’? E quale in quelle cosiddette ‘morbide’? Lei davvero ritiene che all’interno delle élite scientifiche occidentali non ci siano diverse voci?

FS: Intanto penso che sia meglio fare una netta distinzione tra politica e capitalismo, se con quest’ultimo intendiamo il modo di produzione capitalistico (mdpc). Inoltre, conviene distinguere anche il termine “politica” dal principio volontà che governa l’agire intenzionale, guidato dalla preventiva conoscenza delle condizioni al contorno, dei soggetti sociali. Questo è potere reale o la decisione al potere (DAP). Chi fa “politica” non decide e chi decide non fa “politica” visibile. Ciò disegna come minimo due livelli di realtà: quella superficiale visibile da tutti e che lo stesso sistema presenta come la sola esistente, come se tutto avvenisse nel suo dominio; e quella più profonda e pressoché invisibile al comune intelletto, schermata e protetta dalla prima in genere tramite i Megamedia (sui quali torneremo).
Come spiegava a suo tempo Benjamin Disraeli, più volte Primo Ministro in Gran Bretagna in epoca vittoriana, «i governi non governano, bensì controllano soltanto la macchina dell’esecutivo, giacché sono controllati essi stessi da una mano invisibile» (che non era certo la hidden hand, allegoria comunque significativamente teologica, di Adam Smith o degli economisti, alias il mercato). In questo contesto, la “politica” non è l’arte del governo né ha niente a che vedere col bene comune, l’interesse collettivo e simili finzioni: è innanzitutto una macchina dell’inganno che oggi in particolare funziona a pieno regime, sulla scia tra l’altro del principio volontà, del decisionismo intenzionale o libero arbitrio con cui si identifica l’esistenza dei soggetti.
Il ceto politico funziona come un comitato d’affari per conto terzi, cioè per conto delle classi dominanti, che all’occorrenza possono direttamente prendere nelle loro mani il governo e la direzione degli affari pubblici. […] Le istituzioni ufficiali del potere politico e della Repubblica, col suo personale tutto intero (la nota “casta”), sono sempre stati, al massimo, dei fiduciari legati da un totale rapporto di dipendenza nei confronti del loro committente (e nel nostro paese non ha mai avuto un volto nazionale). Oggi poi, in Italia e nel mondo a partire dagli USA, i veri decisori si sono installati al comando della cosa pubblica e dello Stato, mostrando al colto e all’inclita quali sono gli interessi che contano davvero.
[…] Questo fatto è stato ulteriormente dimostrato del resto anche nell’ultima guerra di aggressione del nostro paese contro la Libia, di concerto con la Nato e tutto l’Occidente, in conclamata violazione del diritto internazionale e persino della Costituzione italiana. L’aspetto paradossale della cosa, oltretutto, è il fatto che è stato lo stesso Presidente della Repubblica, in teoria il supremo custode della nostra Carta fondamentale, a rendersi protagonista di quella infrazione, col consenso naturalmente delle altre istituzioni legali (sindacati dei lavoratori compresi). Per non parlare poi della “opposizione fittizia” e del “dissenso fabbricato” (alternativi, antagonisti, pacifisti, ambientalisti ecc.), che sono ormai soltanto delle agenzie governative. […] In parallelo il nuovo governo Monti è l’espressione più fedele dell’attuale temibile Sistema Quadrilaterale (copia analogica di quello statunitense e più in generale occidentale, forse addirittura ancora più conforme al capitale finanziario odierno dei precedenti, in quanto andato al potere per decreto e nomina presidenziale!): Chiesa, Finanza/Grande Industria, Militari (a livello oltretutto atlantico o Nato) e Accademia.
Qui siamo ben oltre il comitato d’affari della borghesia di ottocentesca memoria: siamo alla gestione in prima persona, senza intermediari o fiduciari, del potere pubblico e del bene comune da parte delle stesse classi dominanti che, avendo optato per un più esplicito management diretto dei loro affari, hanno ormai saltato la tradizionale fase della finzione giuridica e della fittizia rappresentanza democratica (che d’altra parte ha sempre ospitato nel proprio seno giuridico-formale la sovversione della sua impalcatura legale e costituzionale: Napolitano docet, del resto in perfetta continuità con la politica del Pci durante il caso Moro).
[…] La scienza, d’altro canto, ha potuto fare a meno di una diretta tutela da parte della DAP (senza opporre resistenza alcuna, ovviamente, alle sue ingiunzioni: si pensi ai Jason statunitensi ad esempio) perché, come si è visto in precedenza, ha avuto agio di mediare da sola la sua natura apocrifa avvolgendola nei diversi e spessi strati di nebbia della sua logica versatile (Love). Quest’ultima, tramite i suoi stereotipi, ha infatti potuto sia presentarsi di fronte alla pubblica opinione sotto le mentite spoglie delle suo opposto, sia mettere in campo un munifico set di concetti flessibili che le hanno poi permesso di assumere le più diverse identità.
In effetti, forse vale la pensa soffermarsi un attimo su questa pressoché sconosciuta proprietà del pensiero scientifico. Si tratta infatti di un aggiuntivo carattere che la mette in grado di realizzare, in sinergia con tutti gli altri, ulteriori performance intellettuali. Detta Love consta infatti di una molteplicità di volti che le permettono ogni volta di comparire di fronte ai suoi interlocutori:

  • ora come conoscenza oggettiva della natura (realismo classico),
  • ora come determinismo aperto all’indeterminismo (Max Planck),
  • ora come costruttivismo radicale (Heinz von Foerster, Ernst von Galsersfeld),
  • ora come sistema convenzionale di concetti,
  • ora come autopoiesi conoscenza della nostra conoscenza (Humberto Maturana),
  • ora come teoria fisica a impronta olistica (David Bohm),
  • ora come paradigma del caos ordinato (Ilya Prigogine e la sua scuola),
  • ora come teoria fisica del caso emergente dalla natura (meccanica quantistica),
  • ora come cosmologia del Big Bang,
  • ora come modello fisico della creazione di materia out of nothing,
  • ora come platonismo matematico (Alain Connes),
  • ora come teoria delle catastrofi (René Thom),
  • ora come neurobiologia della conoscenza (Gerald Edelman),
  • ora come conoscenza voilée (Bernard d’Espagnat),
  • ora come… una qualsiasi combinazione di queste tendenze (eventualità del resto favorita e resa possibile dal fatto che ciascuna di esse rappresenta un set eclettico di assunzioni della mente).

Quali siano le funzioni concettuali di questa selva contraddittoria di strade che si biforcano in continuazione senza andare da nessuna parte è presto detto. Ve ne sono perlomeno quattro. 1. Prima di tutto, rendere quasi impossibile alla gente comune una chiara comprensione delle cose. A quanto pare, la scienza ha ragionato come Sun Tzu o sulla sua scia: la situazione è confusa, quindi eccellente. È l’arte di volgere gli argomenti del nemico a proprio favore. L’opinione pubblica, contrariamente a quello che le si vuol far credere, non deve poter comprendere cosa è veramente la scienza. Deve solo nutrirsi di cliché. Ciò spiega la profusione della pubblicistica popolare (per non parlare dei programmi TV dedicati alla scienza: un vero e proprio tripudio delle banalità). 2. In secondo luogo, lo scopo della loro esistenza è quello di poter affrontare contemporaneamente una varietà di controversie. Questo le rende ogni volta possibile alternare gli argomenti e quindi in un certo senso di aver sempre ragione nei confronti di ogni eventuale impugnazione. È il vantaggio della ridondanza rispetto alla specializzazione. È infatti suo tramite che la fisica ha potuto far evolvere le sue forme di legittimazione nel corso del tempo. 3. In terzo luogo, servono a presentare la comunità scientifica alle moltitudini planetarie come il regno della libera discussione, della democrazia intellettuale, del libero confronto dei diversi punti di vista: una sorta di idillica agorà aristocratica del pensiero in cui troneggia esclusivamente l’amore per la ricerca della verità. Un quadro, quest’ultimo, capovolto rispetto alla sua natura più autentica, in cui impera il principio d’autorità e l’arroganza, insieme d’altro canto alla frode, al crimine ecc. (e questa è la fonte prima dell’indegno spettacolo che ci squaderna oggi il nepotismo accademico italiota, circostanza che tuttavia prova almeno il fatto che gli scienziati non sono uomini migliori degli altri, per nulla). 4. Infine, e sopra a tutto, motivo principale della loro proliferazione è occultare e far sparire dal novero delle cose intelligibili fino a renderla invisibile e financo inesistente la crux, eminente per la scienza, relativa allo status più autentico del suo pensiero. La sua natura integralmente apocrifa, nel sofisticato senso di Juan de Mairena, doveva assolutamente essere mediato in maniera complessa e labirintica per poter diventare irriconoscibile ed essere se possibile cancellato dalla faccia della terra. Persino Asterione, il figlio delle stelle, si perdeva nelle mille stanze del suo palazzo, figuriamoci i comuni mortali in quello scientifico!
[…] L’intento naturalmente inconfessabile dell’intera impresa, va da sé, è quello di far convergere le differenti fittizie opinioni o interpretazioni o paradigmi verso un fine comune e un solo approdo: la tutela e la corroborazione degli stereotipi ufficiali, la presentazione della scienza nel suo complesso all’uomo della strada come conoscenza super partes e neutrale, spiegazione disinteressata e avalutativa delle grandi leggi dell’universo fisico e della natura nel suo insieme. Come si vede, il disegno complessivo è davvero sottile e si avvale di una pluralità di grandi mezzi finanziari e massmediatici (Network, Accademia, Stampa, opinion makers ufficiali, ecc.) che lo rendono irresistibile e degno della grandeur dell’Occidente e della sua fonte prima: il capitale.
Questo finale risvolto della cosa, che aggiunge al già vasto arsenale della scienza una ulteriore risorsa, ci mette in condizione di rispondere forse con migliore cognizione di causa alle sue due ultime domande relative alla «diverse voci» presenti all’interno della comunità scientifica odierna. Queste certo ci sono e debbono esserci per poter dar senso allo stesso effetto ridondanza, ma hanno adottato da sempre lo stesso emblema della Costituzione statunitense: E pluribus unum (e così tra l’altro ragione politica e razionalità scientifica si congiungono in un solo significativo simbolo).
Da questo punto di vista, la Love, oltre a conseguire i risultati prima visti, aggiunge anche un finale tocco surreale alla sua presenza sulla scena. Conformemente del resto alla natura delle forme fenomeniche del capitale. Non solo fa sparire alla vista degli individui i caratteri indesiderati della scienza e a presentare loro per converso, e simultaneamente, delle finzioni, ma così facendo sparisce essa stessa in quanto artefice di quei risultati, diventando in tal modo l’incarnazione postuma di un’idea di Hegel. Se la equipariamo infatti, per le delicate e cruciali funzioni che svolge, ad una sofisticata mediazione intellettuale, di essa si possono allora ben predicare gli stessi attributi della categoria principe del maestro di Stoccarda: «ciò che è come mediatore sparisce, e così, in questa mediazione stessa, è tolta la mediazione». Si pone nel suo togliersi e si toglie nel suo porsi. Ergo: «il fondamento dell’esistenza è la mediazione sparita; e viceversa solo la mediazione sparita è insieme il fondamento». Aveva tutte le ragioni del mondo, Hegel, a definirla astuta! La Love della scienza, in pratica, ha ricalcato nel suo modus operandi e nel suo sistema d’idee lo stesso carattere delle forme fenomeniche del capitale ed ha fatto di quel processo di rappresentazione del tutto particolare la cifra del suo pensiero eclettico. Ciò le ha procurato un vantaggio evolutivo senza precedenti rispetto a tutti gli altri saperi societari (che infatti tendono a imitarne, con relativo successo, a quanto pare, la logica, giustificati in questo dalla comune parentela con il loro illustre congiunto: fanno pur parte tutti della stessa famiglia!). D’altro canto, questo fatto, per converso, costituisce ovviamente un’altra prova della sua simbiosi col mdpc. Hegel, come si è visto sopra, ne è l’icona filosofica per eccellenza.

DD: Cosa lega, secondo Lei, la scienza alla teologia?

FS: Per quanto possa apparire paradossale, penso che vi sia una corrispondenza quasi punto per punto tra i due domini. Non è stato del resto Paul Davies, l’insigne capofila della New Physics, a dirci che «tutti gli scienziati accettano una visione del mondo essenzialmente teologica»? Si tratta di una concordanza del resto sia dottrinale, sia istituzionale. Visti da questa ultima prospettiva, sono entrambi due regni gerarchici. Sono entrambi arroganti. Sono entrambi due regimi monocratici. Sono entrambi ermafroditi. Sono entrambi cosmopoliti. Entrambi hanno agito e agiscono in segreto. In entrambi v’è il dolo, la frode, il crimine, l’abuso. Entrambi sono sistemi di potere. Entrambi sono due regni ecumenici e internazionali. Entrambi sono due regni dei simboli: spirituali nell’una, matematici nell’altra. Sono entrambi potenti macchine dell’inganno (ho cercato di documentare questo stato delle cose nel saggio Gli inganni della propaganda intellettuale odierna).
[…] In un certo senso, un qualche Divino Architetto doveva essere presupposto anche dalla scienza se questa prendeva le mosse, come ci ha spiegato in modo esemplare Thomas Henry Huxley in pieno Ottocento, da un inconoscibile ordine sovrano dell’universo che governava poi le regolarità dei fenomeni naturali e dava un fondamento legisimile agli stessi test d’esperienza, la suprema court of last resort come viene oggi definita, della dimostrazione scientifica e al mondo della vita umana. L’aspetto ulteriormente paradossale dell’intero affaire è il fatto che oggi, ad avviso di René Thom e del fisico statunitense Nick Herbert, la scienza non si distingue nemmeno dalla magia, giacché i fenomeni quantistici avrebbero messo in evidenza un’azione istantanea a distanza tra eventi fisici che annulla il tempo e lo spazio, rivelando un’interconnessione subitanea di tutto con tutto. Vivremmo, insomma, in un universo olistico in cui ogni parte è immediatamente, senza alcuna interposta mediazione, il tutto.
C’è poco da meravigliarsi del fatto che la scienza, a dispetto di tutti gli argomenti a contrario della propaganda, che rivelano solo l’esistenza di un clamoroso conflitto d’interessi, non sia affatto laica (ci si dovrebbe stupire del contrario, caso mai, visto come stanno le cose), che molti scienziati credano in Dio e uno di loro, Nicola Cabibbo, diriga attualmente addirittura la Pontificia Accademia delle Scienze con sede nella Città del Vaticano (ho descritto questo paradosso di nuovo nel mio Gli inganni della propaganda intellettuale odierna). Chissà cosa ne penserebbe oggi Galileo. Per non parlare poi di Giordano Bruno.
Anche ammesso che non sia forse confessionale, il loro Artefice è lo stesso una icona trascendente che fa parte integrante della forma mentis scientifica e nasce da questa ultima. Ed è per questa ragione più profonda, ignota al grande pubblico, che un fisico di fama internazionale come Frank Tipler ha potuto affermare che se Dio esiste, prima o poi la fisica lo troverà. La mia impressione è che non sia affatto necessario andare molto lontano per scoprirlo. Lo hanno già in casa. Dovrebbero solo guardarsi meglio intorno.
[…] Tanto per dire della sottile simmetria reciproca che corre tra i due domini un questione, basti pensare al fatto che la teologia fa la stessa cosa della scienza. Anch’essa, infatti, mette all’indice dei frutti proibiti ogni eventuale pretesa dell’uomo di poter conoscere l’Altissimo o di potersi immaginare uguale a lui, perché se lo comprendesse scoprirebbe di essere lui stesso Dio. Potrebbe essere l’inizio della fine per il Cristianesimo. Di qui i draconiani divieti di Ilario di Poitiers, le mille scomuniche e i mille crimini, mai incorsi nel rigore delle leggi temporali, del resto, contro questo attentato alla sacra maestà del Re dei Cieli e al suo potere sovrano.
Da questo punto di vista, si potrebbe anche dire senza andare molto lontani dal vero che la scienza è una variante dissimulata della teologia. È la teologia in abito secolare. Perché altrimenti, come ci faceva notare tempo addietro il biologo Richard Lewontin, dovremmo stare attenti alle «imposture emergenti dall´interno delle istituzioni scientifiche»? D’altro canto, se la teologia alberga dentro la scienza fino a fare tutt’uno col suo pensiero, si potrebbe altrettanto bene sostenere che la teologia è una forma di scienza. Pare che si abbia in effetti a che fare con un Giano bifronte o con due diversi profili di uno stesso volto.
[…] La distinzione tra i due regni passa piuttosto attraverso le diverse funzioni che esercitano nell’ambito della riproduzione del capitale. L’una opera prevalentemente, ma non esclusivamente, nell’universo allegorico del mondo simbolico degli uomini, mettendo capo al «dominio della loro coscienza», come dice il Grande Inquisitore, esercitato dalla gerarchia ecclesiastica. […] Da questo punto di vista, il monarca di Roma è lo specchio di se stesso, visto che riflette sulla terra un celeste potere regio reso etereo dai Sacri Testi del Cristianesimo autenticati e corroborati dai Padri della Chiesa perché quest’ultima potesse secernere dal suo seno gerarchia e autorità per poter celebrare la sovranità di Dio e dichiararla sacra e inviolabile, in modo da poter mettere nelle sue mani un governo spirituale e temporale degli uomini ricevuto direttamente dall’Altissimo. PadreternoBibbiaPadri della ChiesaVaticanoMonarca romanoDio disegnano il circolo virtuoso di questa sorta di autopoiesi noumenica o trascendentale in cui ogni creatura di questa divina famiglia secerne se stessa e quindi l’intera parentela.
Il campo d’azione dell’altra è invece direttamente il cuore tecnologico del mondo degli affari e dell’economia capitalistica, nel delicato sistema di macchine dei processi produttivi – manifatturieri, finanziari, commerciali ecc. – e dell’organizzazione razionale del lavoro a livello internazionale per l’estrazione maggiore e più intensa possibile di plusvalore dai produttori immediati. Senza contare la sua insostituibile funzione nell’industria degli armamenti e nel sistema di basi militari mondiale, necessari complementi anche dell’imperialismo odierno a guida USA e a quanto sembra motore bellico dello stesso sviluppo economico.
[…] D’altro canto, se la ragione scientifica emerge dal mdpc e porta impressa nei suoi sistemi di pensiero la sua impronta, anche la teologia, poiché è scienza in forma teologale, non potrà che subire la stessa sorte e rivelarsi per quello che è sempre stata in quest’epoca: una potente macchina spirituale al servizio, oltre che dei suoi selezionati funzionari vaticani, della riproduzione della società capitalistica di cui è divenuta creatura.

DD: Qual è il rapporto tra politica e accademia?

FS: Alla luce anche di quello che si è detto prima, direi che è un rapporto intimamente funzionale. A patto che con politica si intenda, come ho precisato in precedenza, la DAP, con tutti i distinguo già visti. Le classi dominanti occidentali, sulla scia dell’aristocratico Joseph De Maistre, hanno infatti ben presto compreso che alle loro società erano indispensabili dei sistemi d’istruzione inferiori e superiori in grado sia di formare il loro futuro personale dirigente, sia soprattutto di preformare anche la mente dei dominati, fornendo loro una cultura di base conforme ai loro interessi di lungo periodo. Detti sistemi, oltretutto, rappresentano una evoluzione ancora più sofisticata del pensiero del conte di Chambéry. Da questo punto di vista, la nascita della scuola pubblica, al contrario di quanto si potrebbe e vorrebbero farci pensare, non è mai stata un semplice fringe benefit del sistema capitalistico e del suo sviluppo, un frutto della civiltà o una conquista delle classi popolari. La questione non è riducibile a questi termini, che sono sostanzialmente fuorvianti. Anche questa medaglia invero, immancabilmente, ha il suo rovescio.
Ogni volta infatti che imparavano a leggere, scrivere e far di conto, le moltitudini assimilavano anche tutti gli argomenti della propaganda, impliciti ed espliciti, che venivano somministrati loro. E non parlo solo delle ideologie di fine Ottocento e inizio Novecento (il letale quartetto di De Maistre: religione, patriottismo, tradizione e pregiudizio). È tutta la loro visione della realtà naturale e sociale che riceveva il suo imprinting dai sistemi di conoscenza che venivano inoculati nella loro testa. Pensare e poter pensare solo entro i confini del loro mondo predefinito faceva tutt’uno.
[…] Se poi si guardano le cose dal punto di vista dei sistemi accademici propriamente detti, sostanzialmente le università e gli atenei per i figli della borghesia in ascesa o già costituitasi in classe dominante, essi sin dalla loro nascita sono stati concepiti del resto come istituzioni elitarie (gerarchia, rapporti di potere, dipendenza dal Monarca di turno, rango accademico, ecc.) a cui spettava il compito di sfornare solo funzionari professionali – soprattutto scientifici, in quanto divenuti indispensabili allo sviluppo industriale ed economico – atti a secernere e a clonare poi, tramite i loro fenotipi studenteschi che avrebbero figliato a loro volta i propri padri, la cultura ufficiale della società, la sola ammessa. Di pari passo con queste sue funzioni, l’accademia in questione svolgeva ufficiali compiti di supporto anche del potere regio presso l’opinione pubblica internazionale.
Esemplare a questo proposito il caso di Max Planck e dell’intera facoltà di Berlino, umanisti in testa, in occasione dello scoppio del primo conflitto mondiale. Come è noto, infatti, i 93 preclari scienziati berlinesi che firmarono il famoso “Aufruf an die Kulturwelt” (Appello al mondo della cultura), redatto dallo scrittore Ludwig Fulda ma suggerito dalla intelligence della marina tedesca nella persona del capitano Heinrich Lohlein per conto di un ufficio della propaganda di guerra del governo di allora, lo fecero con plurimi intenti politici. Dalla apologia del Kaiser, innanzitutto, alla esaltazione dell’assoluta unità tra il militarismo prussiano e la cultura tedesca, dalla difesa della civiltà europea contro le «Orde russe» alla unità tra popolo ed esercito («Deutsches Heer und deutsches Volk sin eins»), per non parlare poi della difesa della nazione nei confronti di «mongoli e negri sguinzagliati contro la razza bianca».
Facciamo astrazione, per un momento, dal fatto che questo documento della propaganda di guerra era la risposta prussiana ad analoghe iniziative delle altre grandi potenze occidentali (si veda a questo proposito Arthur Ponsonby, Falsehood in war-time. Propaganda lies of the First World War). Vale solo la pena notare che, oltre a tre premi Nobel per la fisica e la chimica, congiunti con altri scienziati loro colleghi del resto, l’elenco dei firmatari comprendeva anche il nome di Ernst Haeckel, uno dei fondatori della biologia evoluzionista, che nel corso dell’Ottocento si presentava invece come un “materialista” darwiniano e così ad esempio era conosciuto da Marx ed Engels.
Ora, lo storico statunitense Daniel Gasman, nelle sue numerose monografie dedicate alla questione (tra le tante, è da leggere almeno The scientific origins of National Socialism), ha ampiamente dimostrato che il naturalista Haeckel è stato uno dei precursori ottocenteschi dell’ideologia nazista e come tale si è distinto per darle una sorta di imprimatur scientifico, nel solco del resto di una tradizione tipicamente occidentale se si pensa, senza andare troppo lontano, al medico tedesco Johann Friedrich Blumenbach (sul quale si veda almeno Il geometra della razza di Stephen Jay Gould). Non ci sono dunque solo Wagner, l’aristocratico conte e diplomatico Joseph Arthur de Gobineau (a sua volta stretto amico di Alexis de Tocqueville!), Houston Chamberlain (genero di Wagner e figlio di un ammiraglio inglese educato in lingua francese a Ginevra, un altro rampollo della casta militare imperiale di sua Maestà britannica!) ecc., alle spalle del regime di Hitler come si potrebbe credere e probabilmente si è creduto leggendo solo William Shirer e il suo The rise and fall of the Third Reich. A monte si intravede anche la lunga ombra della scienza.
Con la evoluzione dei media tradizionali (stampa, cinema, radio e poi nel periodo postbellico soprattutto grandi Network globali e Internet), il ruolo e le funzioni dell’Accademia (Akka) nella formazione delle nuove generazioni sono divenuti ancora più dirimenti perché adesso i Megamedia (MeMe) odierni hanno in pratica il monopolio dell’informazione e quindi decidono in anticipo come e intorno a che cosa la gente comune può ragionare. Decidono persino quello che può conoscere e il modo in cui può farlo. Se si pensa al fatto che i tre quarti dell’output mondiale dei media è statunitense, si avrà forse un’idea più precisa della cosa. Si ricordi, inoltre, che i MeMe in questione han sempre mutato pelle in simbiosi con la massiccia presenza di agenti a contratto CIA al loro interno (per una documentazione di questo fatto, mi permetto di rinviare al mio Il porto delle nebbie). Si è trattato, in altre parole, di una evoluzione pilotata e non di un mutamento spontaneo.
In questo contesto, l’Akka statunitense e poi a seguire occidentale ha ulteriormente messo a disposizione del potere politico i suoi servigi, come cento anni prima hanno fatto «der 93 deutschen Wissenschaftler» (come recita l’Aufruf), in occasione degli avvenimenti dell’11 settembre 2001, su cui magari ci soffermeremo più avanti. In pratica, tutta l’elite che conta del sistema accademico statunitense agli inizi del 2002 ha pubblicato un documento – What We’re fighting for – di sostegno alla guerre di aggressione scatenate dall’allora presidente Bush Jr. contro il Medio Oriente, con argomenti tra l’altro che sembrano la fotocopia dei loro esimi colleghi d’oltreoceano, adattati ovviamente ai nuovi tempi (ho commentato questo scritto nel mio 11 settembre e «full spectrum dominance» del 2006, per cui non vi insisto oltre). Della serie, quando la voce del padrone chiama…
Nondimeno, giusto per toccare con mano il peso della scienza nel mondo contemporaneo, il famoso Leviatano contro cui mise in guardia Eisenhower nel 1961 alla fine del suo mandato, che però al contrario di quanto si crede di norma ancora oggi riteneva indispensabile mantenerlo e rafforzarlo, è divenuto oggi il complesso militare-industriale-accademico statunitense, in cui un ruolo preminente viene svolto naturalmente dalla elite scientifica (attualmente, infatti, ben l’80% dei fisici usciti dal sistema universitario negli Stati Uniti lavora oggi nella più grande economia militare dell’intero pianeta!). Del resto, il fatto è stato comprovato, oltre ogni ragionevole dubbio, come si dice, anche dal fenomeno illustrato dalla studiosa Ann Finkbeiner nel suo The Jasons. The secret history of science’s postwar elite.
[…] Oltretutto, bisogna tener presente alla mente il fatto che sul Vecchio Continente, perlomeno dal secondo dopoguerra in poi, sono state le floride Foundations statunitensi a ricostruire da capo a fondo i sistemi universitari europei, selezionando così, tramite i singoli governi, tutto il personale universitario e no degli atenei nazionali. E si badi bene che non è stato loro necessario procedere alla formazione e alla cooptazione poi di tutti i nuovi docenti nel sistema in via di costruzione. È stato semplicemente sufficiente mettere a capo dei diversi atenei (nel senato accademico, nei consigli di facoltà ecc.), e in particolare dei più importanti, i loro fiduciari (Rettori, Presidi di facoltà ecc.) e di conseguenza far dirigere poi i differenti istituti interni alle diverse facoltà da loro agenti di secondo grado per così dire (ordinari, associati, assistenti detti comunemente portaborse, allievi-pupillo ecc.), che hanno poi innescato una reazione a catena cooptando a loro volta i propri successori. Il sistema continua a funzionare del resto allegramente nell’antico modo avito ancora oggi. D’altra parte, questo sistema si rivelerà cruciale quando nel corso dei decenni postbellici ad esso, sulla scia delle stesse misure adottate negli Stati Uniti e su loro preciso input, verranno affidati compiti di mascheramento degli agenti dei servizi di intelligence che nelle diverse congiunture verranno chiamati a svolgere nuovi ruoli di rilievo nell’ambito dei vari gruppi eversivi (“di destra” e “di sinistra”). Si tratta di un salto di qualità reso possibile anche dal meccanismo sopra descritto. E comunque si ricordi che nella stagione della “strategia della tensione”, tanto per intenderci, i sottufficiali del generale Dalla Chiesa frequentavano i corsi universitari, si laureavano, diventavano docenti essi stessi: diveniva insomma impossibile distinguerli dagli studenti ordinari. […] Come ci hanno spiegato gli studiosi del fenomeno – in volumi ad esempio quali Il golpe di via Fani di De Lutiis, Il sequestro di verità di Aa. Vv. e Il Noto servizio di Aldo Giannuli –, diversi intellettuali del sistema accademico sono stati trasformati in agenti di tipo superiore aventi compiti d’indirizzo e di elaborazione ideologica all’interno delle organizzazioni di cui avevano preso la guida insieme ad altri agenti, più operativi e quasi sempre coinvolti in fatti di sangue, con i quali formavano un team coperto. Sopra ad essi, ovviamente, la mente politica, anch’essa a forma di piramide, con più teste e di natura internazionale, che governava il gioco complessivo tirando le fila dell’insieme e tessendo la trama, una vera e propria ragnatela a forma di labirinto, dei suoi disegni strategici.

DD: 11 settembre 2001. Per Lei cosa significa quell’evento? Va collegato ad altri?

FS: Certamente nella storia del Novecento vi sono almeno due altri casi che ricalcano, in parte perlomeno e su scala individuale questa volta, il modus operandi utilizzato nel 2001. Mi riferisco in primo luogo all’assassinio del presidente Kennedy nel 1963, in merito al quale una prima lettura, giusto per diradare le nebbie in cui si è subito avvolto l’avvenimento, dovrebbe essere, a mio avviso, il volume di David Lifton, Best evidence. Disguise and deception in the assassination of John F. Kennedy.
[…] L’altro fatto ci riguarda più da vicino ed è rappresentato dal caso Moro. Le strategie nel frattempo, quindici anni dopo, in ragione del mutato contesto, si sono affinate, tramite la “strategia della tensione” sono state create delle condizioni al contorno propizie e i 55 giorni del sequestro hanno permesso ai perpetratori (Perp) una gestione mediatica dell’intera vicenda senza pari forse fino a quel momento per impatto emotivo e manipolazione della pubblica opinione (le cui uniche fonti erano quelle dei MeMe del tempo: Stampa e TV sostanzialmente). Per sperare di poter capire qualcosa di quel lontano avvenimento, ignoto alla nuove generazioni ma che ebbe allora un’eco internazionale prolungata, è indispensabile leggere e compitare i numerosi volumi che Sergio Flamigni ha dedicato all’affaire. Si vedrebbero all’opera anche qui, fondamentalmente, gli stessi meccanismi utilizzati a Dallas. E d’altra parte è logico, se la regia dietro il delitto, come è ragionevole dedurre dalle numerose prove disponibili e dalla documentazione ormai accumulatasi nelle mani dei ricercatori, è stata statunitense.
Basti dire che uno degli “esperti” antiterrorismo chiamato dall’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga nei Comitati di crisi istituiti al Viminale, di concerto naturalmente con l’allora primo ministro Giulio Andreotti, era un uomo del dipartimento di Stato USA: Steve Pieczenick. Ciò è logico se si pensa al fatto che qualcuno della DAP atlantica doveva pur supervisionare l’operazione. […] Come conclamato esempio di questa circostanza si veda l’esemplare saggio di Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro, che contiene la ricostruzione degli eventi da parte dello stesso Pieczenick, corroborata a sua volta dalle ricostruzioni degli stessi brigatisti! Chiamereste voi la nebbia a chiarirvi le cose?
Si può tuttavia avere un’idea dello spartiacque che ha rappresentato se si pensa al fatto che la sua tragica conclusione con l’uccisione dell’ostaggio, essa stessa del resto sia altamente simbolica sia necessaria per sopprimere la testimonianza oculare del presidente DC, estremamente pericolosa per i Perp, tanto ha permesso al suo partito di rimanere al potere per almeno venti anni ancora, quanto ha infine portato alla dissoluzione del Pci, che era uno degli obiettivi primari dell’intera cospirazione. Il suo lungo declino, si noti la cosa, sia è cominciato allora, sia è stato innescato e poi protratto dagli stessi dirigenti comunisti dell’epoca, che con le loro opzioni pubbliche hanno coadiuvato i loro liquidatori senza in apparenza comprendere né il disegno a loro danno, né l’agire in segreto dei soggetti politici istituzionali con cui interloquivano. Esemplare, a questo proposito, è la lettura de libro di Ugo Pecchioli, all’epoca alto dirigente del Pci, Tra misteri e verità. Storia di una democrazia incompiuta. La storia di questo suicidio assistito o eutanasia dissimulata, per dirla in termini clinici, deve tuttavia ancora essere scritta.
Tanto per dire del carattere paradossale e innaturale della cosa, bisogna ricordare che lo stesso Cossiga, uno dei registi italiani dell’affaire Moro, durante il sequestro invitava a pranzo al Ministero dell’Interno la stampa per «parlare di tutto» amabilmente, ci fa sapere Valentino Parlato del “Manifesto”, presente a quegli incontri, come in una seduta conviviale. E la tradizione è continuata anche dopo la conclusione della vicenda, se è vero come è vero che nella primavera del 1980 Berlinguer incontrò ancora Cossiga in una cena di lavoro riservata a casa di Pecchioli per prendere conoscenza delle sue spiegazioni in merito alla sua condotta. Non è surreale che il segretario del più grande partito di opposizione dell’epoca e il responsabile di un quotidiano che si definiva “comunista” pendano dalle labbra di uno dei Perp per reperire informazioni atte alla comprensione di un crimine di Stato? Chiedereste mai voi ad un falsario conclamato denaro sonante?
[…] Per quanto riguarda il 911, così definito dai ricercatori statunitensi, direi che i Perp si sono comportati da degni epigoni del pensiero occidentale. L’hanno persino portato a vette finora ignote (sia criminali in primo luogo, sia paradossalmente filosofiche). Nel senso che hanno superato persino il vescovo Berkeley e il suo albero inesistente per l’osservatore che non l’ha udito né visto cadere in mezzo alla foresta (cosa che in fin dei conti semplicemente segue da esse est percipi). I Perp, infatti, proprio mentre le Twin Towers (TT) si dissolvevano a mezz’aria han fatto vedere e udire agli osservatori quello che non esisteva, vale a dire un crollo gravitazionale spontaneo a seguito degli impatti e dei conseguenti incendi. Tutto questo si comprende meglio, credo, se si fa mente locale al fatto che una schiera di documenti e di ricerche ha ormai ampiamente dimostrato la natura completamente falsa della spiegazione ufficiale.
[…] Alla luce di questi mutamenti, la storia oggi non è più, se mai lo è stata, quella che si immaginavano ai loro tempi Marx ed Engels: stati di cose non voluti da nessuno e risultati finali di previ processi per così dire rappresi in un dato sistema di fatti emersi da rapporti di forza antecedenti e dai conflitti tra le forze in campo. […] La storia, nelle condizioni attuali del XXI secolo, può e deve essere fatta emergere by design dai grandi attori globali sulla scacchiera planetaria, perché oggi i dominanti debbono poter contare in anticipo su condizioni al contorno decise da loro stessi e aventi le caratteristiche volute o meglio conformi ai loro scopi. Non ci si può più affidare, se mai lo si è fatto nel passato, all’attesa delle cose o allo sviluppo spontaneo degli eventi e al fortuito. Il futuro piuttosto deve nascere adesso, deve essere previsto e anticipato – portato alla luce e realizzato ora, nel mondo presente del tempo attuale – come se lo si stesse già vivendo ed esso scorresse sotto i nostri occhi. Così ragionano le classi al potere, la nuova aristocrazia finanziaria e industriale odierna […]. Non è più necessario adesso aspettare gli eventi né intervenire a posteriori dopo che sono accaduti per indirizzarne il corso. Neppure è necessario provare a farli accadere in modo conforme a dati fini.
[…] Detti scenari contengono poi sia gli ingredienti giusti per poterli conseguire (apparenti dati reali, fabbricazioni di apparenti fatti, nascita di organizzazioni tipo Al Qaeda, uso di agenti professionali e asset tipo Bin Laden, Jibril oggi in Libia oppure il CNT ecc.), sia la loro legittimazione preventiva di tipo giuridico e diplomatico-politico (voti del Consiglio di sicurezza, appoggio del Segretario generale ONU, solidarietà atlantica Nato ecc.). Non vi è chi non veda la novità introdotta da queste trasformazioni.
[…] Cosa si può pretendere di più da un soggetto che mentre combatte strenuamente il proprio acerrimo nemico fa di tutto (per di più, al colmo del paradosso, usando le stese armi fornitegli proprio da quest’ultimo) per spianargli la strada e preparare il proprio interramento? Nulla evidentemente. E così sia e così è stato. Da questo duplice punto di vista, sia gli apparenti critici dell’Occidente ma fautori della democrazia e riformisti/miglioristi odierni, sia gli inflessibili e tetragoni oppositori del capitalismo, in tutte le loro salse, si sono rivelati del tutto funzionali (e in molteplici astuti modi e variegate forme) ai disegni delle classi dominanti attuali. Un bel risultato davvero!

DD: Ancora nel Suo ultimo libro, Lei dà a intendere che la società capitalistica muove i primi passi ben prima del momento storico in cui Marx l’aveva individuata nei suoi scritti. In certi altri punti, Lei asserisce che, comunque, l’intera formazione culturale dell’Occidente è stata viziata dalla mistificazione: «Dall’antica sapienza greca delle origini del mito, dal pensiero presocratico fino alla filosofia classica ellenistica e oltre, l’intera ragione dell’Occidente si è presentata sulla scena sociale della storia con tutte le fattezze di una ragione apocrifa che nelle sue diverse narrazioni degli inizi (…) ha sempre messo al mondo una colossale finzione intellettuale tesa a scongiurare la scoperta dell’integrale natura conoscitiva delle maestose rappresentazioni iconografiche della sua fertile immaginazione onirica» (Colonialismo cognitivo, pag. 170). Questo è proprio un esempio del primo aspetto della Sua riflessione cui all’inizio ho fatto cenno. Ne aveva in parte discusso nel volume del 2009, ma potrebbe spiegare meglio qual è il valore ‘onirico’ su cui la conoscenza dovrebbe secondo Lei fondarsi? E la filosofia sarebbe dunque un sistema preformato integralmente dal capitale?

FS: Cominciamo dalla prima questione, vale a dire dalla conoscenza onirica: che cos’è e che cosa significa. Questo primo oggetto, ignoto al grande pubblico e di cui non si sente mai parlare per la verità, incorpora nel proprio seno diversi turning point, per così dire, e diversi livelli. E tutti dirimenti.
In primo luogo, onirica è la spiegazione stessa della scienza ed emerge da questa fonte. Sono cioè gli stessi addetti ai lavori e i suoi professionisti, in particolare l’italiano Giulio Tononi e lo statunitense, premio Nobel per la medicina, Gerald Edelman ad aver definito la scienza un processo onirico e allegorico di conoscenza. Diciamolo con le stesse parole dei due scienziati: «Ciò che sogniamo è ciò che conosciamo, e ciò che possiamo conoscere è solo ciò che possiamo sognare». Ho prodotto un’ampia documentazione di questo fatto nel mio Il pensiero ermafrodita della scienza. Ciò vuol dire, in breve, che tutto quello che conosciamo nasce dalla mente e riguarda i suoi oggetti di pensiero: comprendiamo sempre meglio solo quello che emerge da questa fonte e tutto il nostro sapere consta solo di stoffa cognitiva, per quanto il sano buon senso della vita quotidiana sembri dimostrare il contrario. Nondimeno, a dispetto del loro apparente conflitto, i due punti di vista sono paradossalmente del tutto complementari.
L’interpretazione in causa, del resto, era stata anticipata già alla fine degli anni ‘60 dalla scuola dell’autopoiesi di Maturana. Questi infatti già all’epoca ci aveva spiegato che «niente esiste al di fuori dei nostri domini di conoscenza». Oltretutto, se è vero che «senza osservatori non esiste nulla, e con gli osservatori tutto ciò che esiste esiste nella spiegazione» del soggetto, ecco che il mondo intero nel quale siamo immersi non può essere nient’altro che «un’entità cognitiva» e un universo di distinzioni partorito dalla nostra fervida immaginazione concettuale.
Dunque, che le creature del nostro pensiero, tutti i grandiosi sistemi d’idee dell’Occidente, abbiano natura onirica è una statuizione che ha origine dall’interno della comunità scientifica odierna e da questa riceve il suo imprimatur.
In secondo luogo, tuttavia, anche questa è una medaglia addirittura con un suo doppio verso. Il rovescio positivo della tendenza testé vista è infatti la completa liquidazione della crux relativa alla ragion d’essere specifica del nostro pensiero e dunque la cancellazione dei suoi legami col capitale.
Nella misura in cui la conoscenza sia vien vista emergere esclusivamente dalla nostra testa e constare solo della sua natura biologica, sia vien vista secernere l’intero mondo interpersonale degli individui e mettere nelle loro mani, tutta intera, la responsabilità personale e umana di quello che realizzano, ecco che non vi è più alcuna necessità di andare alla ricerca di altre cause (né fisiche né sociali). In tale affresco, anzi, queste ultime tanto vengono fatte coincidere con il determinismo biologico del nostro organismo, quanto quest’ultimo diventa poi a sua volta la fonte da cui emergono la società e i legami interpersonali tra i singoli, in un completo capovolgimento delle cose. Per quanto sia sofisticata, questa impostazione ha tuttavia anche un suo rovescio altamente indesiderato per la scienza. Essa implica infatti la fine del realismo fisico e di ogni materialismo ontologico, un evento che fa sparire nel nulla la conoscenza oggettiva della natura e di conseguenza uno dei miti originari più importanti di tutta la cultura occidentale. Probabilmente, il costo è stato giudicato troppo alto ed ecco perché il paradigma di Maturana è stato accantonato dalla comunità scientifica attuale in favore delle scuole di fisica ancora dominanti. Tuttavia, perlomeno due cose sono evidenti: tanto il fatto che l’autopoiesi, e con essa la variante di Edelman, restano parte integrante della logica versatile della scienza, quanto il fatto che la natura ricorsiva del pensiero emerge comunque anche dal seno della scienza ufficiale e dal di sotto dei suoi stereotipi. La maschera non riesce a coprire completamente il volto.
[…] In ultimo, infatti, si può dire che la conoscenza onirica nasca dalla originaria identità tra uomo e natura. La loro relazione, si badi bene, non è di analogia, somiglianza, concordanza, equivalenza e simili. Sono proprio la stessa cosa. Ciò vuol dire che non c’è nessuna differenza di genere tra loro. Non si distinguono. Sono come due genomi assolutamente coincidenti. Sono uno in due. E tuttavia dal loro grembo, proprio come nel regno vivente e la differenziazione cellulare, secernono anche la loro unità, vale a dire dei loro interni distinguo da cui poi emerge una realtà visibile – e dunque una storia (con le sue tipiche epoche discontinue) – tipicamente umana. […] L’uomo è natura personificata, ma la natura stessa, di cui il nostro pensiero è figlio, è una nostra assunzione, è una creatura cognitiva della nostra mente. Se la natura s’incarna negli uomini, il nostro pensiero la mette al mondo. All’unisono.

[…] D’altro canto, se a questo punto prendiamo in considerazione la seconda domanda – La filosofia sarebbe dunque un sistema preformato integralmente dal capitale? –, la risposta non può che tenere conto di quanto venuto in precedenza alla luce del giorno. Non solo la filosofia è, oggi, integralmente preformata dalla logica del capitale sin nel suo midollo osseo, come qualunque altra disciplina della società odierna del resto, ma sin dai suoi inizi è sempre stata un inganno conclamato a danno degli uomini.
Nondimeno, come ormai ci è noto, è necessario distinguere. Una cosa è la filosofia classica delle origini. Un’altra, del tutto diversa, è quella attuale. Soprattutto da quando si è professionalizzata ed è divenuta una disciplina accademica, cioè stabilmente integrata nell’ordine gerarchico e cattedratico del sapere ufficiale. Nelle condizioni date, non c’è scampo di norma, poiché è il sistema e non una sua parte relativamente autonoma. Sappiamo, credo, cosa si debba pensare allo stato attuale delle cose dell’Akka.
[…] Perlomeno dalla fine dell’epoca arcaica (VII secolo a.C.), prima con Parmenide ed Eraclito e in seguito soprattutto con Aristotele e l’Ellenismo, via la prova ontologica di Sant’Anselmo, fino alla Summa teologica di Tommaso d’Aquino e la Scolastica più in generale, e poi ancora con Cusano per arrivare a Galileo e Newton, proseguire con gli Illuministi e, via i sensisti (Condillac, Cabanis, ecc.), concludere infine con i materialisti del Settecento (Helvetius, La Mettrie, d’Holbach, ecc.), i positivisti dell’Ottocento e il loro scientismo – per marcare solo con alcune pietre miliari significative un processo millenario –, l’intera cultura delle nostre società non è mai stata altro che una ininterrotta narrazione del falso e una consumazione senza fine del dolo a nostro solo danno.
Non è ovviamente che detto sviluppo sia stato una linea retta senza alcuna discontinuità di rilievo. Al contrario. Quando con la cosiddetta rivoluzione scientifica del Seicento e l’alba del modo di produzione capitalistico – non a caso evidentemente, se è vero che per Marx il capitale «inaugura un’epoca» intera nella vita dell’Occidente – i saperi hanno cominciato a professionalizzarsi e istituzionalizzarsi (nascita della Royal Society nel 1662, della Académie des Sciences nel 1634 ecc.), le condizioni al contorno si sono persino inasprite, giacché la produzione di cultura, ora soprattutto scientifica, è stata sin da quel momento consegnata nelle mani di un establishment accademico che ne ha acquisito il monopolio, paradossalmente ufficializzando l’inganno e rendendolo persino legale e conforme a diritto.
In questa congiuntura, tra l’altro, persino i grandi tenori del passato sono stati incorporati nel nuovo sistema e sono stati trasformati, malgré eux, in rappresentanti e alfieri della nuova mistificazione, in archetipi del sapere razionale per eccellenza e classici della retta ragione (lo stesso Marx, del resto, definirà lo Stagirita «un gigante del pensiero»).
[…] Tuttavia, se quello che si è detto sopra vale forse per i classici, non vale più per l’attuale stato delle cose. Ciò è logico in fin dei conti se si pensa all’esordio nella storia del mdpc. L’accademia e il mondo professorale dei cattedratici, gli odierni scolastici, non ha alcun interesse per la conoscenza, tanto meno ovviamente per la verità. Sono lì per svolgere altre funzioni. Tutto il resto non gli compete. Nondimeno, come diceva Marx degli economisti (o forse pensava a se stesso?), ogni tanto qualche singolo «può soggettivamente elevarsi» al di sopra della palude, ma rappresenta pur sempre l’eccezione che conferma la regola.
Anche nei dipartimenti odierni di filosofia senza distinzione di specialità, così come tra i diversi individui che li frequentano e li dirigono, vige un sistema di potere che governa la vita della comunità e impone a tutti le sue regole arbitrarie, le sue priorità, i suoi piccoli e grandi ricatti, il suo malcostume, gli interessi privati e di parte, persino l’illecito e financo il crimine. Sono dati del resto desunti anche dalla cronaca e dall’attualità. Non è una contraddizione in termini che questa filosofia (ma forse sarebbe meglio definirla in altro modo) parli di amore per la verità e discetti di etica? E se è vero che ex falso quodlibet, non dobbiamo dedurne che anch’essa, infrangendo il principio di coerenza, si condanna da sola a confermarsi e a rivelarsi soltanto un sistema di imposture?
E questo, si badi bene, discende da quello che realmente, nella vita e nel dominio dell’esperienza, la filosofia è, non quello che di solito viene somministrato all’opinione pubblica, un’immagine che non corrisponde in niente agli stereotipi che essa stessa secerne dal proprio seno per coprire, con una foglia di fico, le sue nudità. E non è affatto questione di disciplina. La stessa cosa, infatti, avviene nella scienza, come hanno ampiamente documentato e dimostrato i diversi volumi di Judson, Broad-Wade, Ruesch ecc. […] Sin dal suo esordio sulla scena dell’Occidente, la filosofia ha mentito prima di tutto a se stessa e poi anche ai suoi fruitori o interlocutori. Anche senza voler andare troppo lontano, basti pensare al motore immobile di Aristotele (forza motrice trascendente dei nostri cieli mondani) o «pensiero di pensiero» (in questa sua formula essoterica lo Stagirita ci rivela l’effettivo status del suo ordine sovrano) oppure al mito della caverna e al Mondo delle Idee di Platone, il quale non poteva non sapere che questo suo cielo intellettuale era una creatura del suo pensiero (e anche se non lo sapeva mentiva ugualmente a se stesso e a tutti gli altri). Ammesso e non concesso che i classici dell’epoca fossero uomini migliori degli altri, del che è lecito dubitarne, fosse anche solo per un elementare principio intellettuale di precauzione (vedi ad esempio il programma di eugenetica di Platone nella sua Repubblica e il suo appello al segreto per poterlo gestire nella migliore maniera possibile all’insaputa dei dominati!).
[…] Queste considerazioni […] ci mettono ora in grado di tener conto delle sue tre altre impressioni da lei esplicitate, Dell’Ombra, nella sua prima domanda. Erano già legittime e pertinenti all’inizio, ma ora forse le possiamo osservare sotto una luce diversa. Per comodità le distinguo in questa tripletta:
A. alla lettura di testi come Le relazioni virtuose, Il pensiero ermafrodita della scienza e Colonialismo cognitivo, «il primo aspetto riguarda la sensazione di entrare in un circolo epistemico dal quale riesce difficile uscire»;
B. inoltre, se le analisi dei suddetti volumi sono vere o descrivono stati di cose reali, «ogni conoscenza scientifica e financo filosofica, nessuna esclusa, essendo “preformata dal capitale”, risulta necessariamente falsa e inattendibile»;
C. infine, se si tiene conto di tutto ciò «appare arduo ogni tentativo di risalire la corrente e, uscendo dal circolo vizioso, tuffarsi nella “realtà”».
In merito alla prima questione, quello che dal mio punto di vista posso dire, tenendo conto anche in questo caso della documentazione disponibile, è che non esiste alcun fuori. Sin dalla nostra nascita, siamo dentro il mondo della mente e vi restiamo fino alla nostra dipartita. Anche scavalcando mille steccati (fatti apposta, del resto, soltanto per essere saltati, nota von Hardenberg), che inevitabilmente delimiteranno solo confini interni. Le metafore “entrare dentro” e “uscire fuori” hanno senso a mio avviso solo nell’ambito del realismo fisico e del materialismo ontologico classici. È qui che un mondo esterno indipendente traccia dei limiti rispetto al soggetto. Nondimeno, se questa rappresentazione non ha alcun riscontro né prove a favore, possiamo ben credere che sia falsa. Questa constatazione, tra l’altro, è convalidata ora anche dalla comprensione delle dirimenti ragioni (per loro!) che hanno spinto quelle scuole a postularne l’esistenza.
[…] Se inoltre prendiamo atto, anche con Wittgenstein, del fatto che le tautologie sono la logica del mondo, questa semplice constatazione, insieme alle altre due, riduce in cenere tutti e tre i principi fondamentali del pensiero razionale delle società occidentali: il principio d’identità, il principio del terzo escluso e infine – vale a dire, sopra a tutto – il principio di non contraddizione. Questi tre capisaldi del retto ragionare, infatti, presuppongono la loro essenziale distinzione di specie dai circoli viziosi dell’argomentazione incoerente e presumono di rappresentarne l’antitesi. La cultura occidentale, sulla scia di Aristotele, li ha sempre definiti addirittura «le leggi del pensiero» a cui ogni dimostrazione doveva conformarsi, pena il suo nonsenso e la sua irricevibilità. La spiegazione attraverso quei tre criteri, insomma, postula l’esistenza delle tautologie come impasse e anticamera, da evitare come la peste, della banalità semantica. Ma se tutto è tautologia, status e funzioni di quei tre principi vengono meno e spariscono nel nulla. È la fine dell’intero e celebrato logos dell’Occidente, lo sprofondare in un abisso senza fine e il dissolversi in questa caduta nel vuoto della sua tanto decantata natura geometrica! Per questa ragione concetti dirompenti come quelli in causa dovevano essere maneggiati con cura e incorporati nella logica versatile (Love), così come si miscela la nitroglicerina con sostanze stabilizzanti per evitare ogni detonazione indesiderata. La Love è la sabbia di diatomee del pensiero onirico!
[…] Lungi dal confinarci in un angolo, la scoperta del fatto che tutto, nell’orizzonte contemporaneo, «risulta essere falso e inattendibile» rappresenta invece la chiave di volta di una differente interpretazione del mondo. Invece di chiuderci in faccia tutte le porte, al contrario ci obbliga a spalancarne di nuove e quindi a percorrere altre vie del pensiero, mai calcate in precedenza. Per forza di cose, se abbiamo appreso che tutte le precedenti c’infilavano in tunnel senza fine e senza alcuna via d’uscita. Nella misura in cui voltiamo le spalle a quel mondo artefatto, volgiamo il nostro sguardo verso il nuovo e l’innovazione originale. E dobbiamo fare così. Necessariamente, per le ragioni suddette. Oltre a mettere sotto i nostri occhi la natura dell’inganno perpetrato a nostri danni, quella constatazione insomma ci impone anche di sperimentare alternative concettuali diverse, ci obbliga a far nascere, come aveva intuito Musil, nuovi fiori del pensiero, per definizione distinti da tutti i cliché precedenti. Da questo punto di vista, la nostra apparente impasse promette di essere prima o poi (speriamo quanto prima) il canto del cigno della vecchia cultura. Se si vuole, siamo pressappoco nelle stesse condizioni degli umanisti di Borges, «i veri intellettuali» di questo mondo a suo avviso. Se per questi ultimi è la realtà ad essere «sempre anacronistica» a raffronto dell’eternità, per noi out o surannée sono piuttosto tutti i barocchi attributi del presente universo del sapere, la fonte prima del nostro pensiero pregresso. Da un altro punto di vista, del resto, si potrebbe anche dire – ancora con Novalis: «più nomi sono sempre vantaggiosi per una nuova idea» – che siamo noi a dover essere anacronistici – non convenzionali e dunque potenzialmente estranei – nei confronti di una potente macchina dell’ideologia che vorrebbe plasmarci a sua immagine e somiglianza. Per questo dirimente motivo dobbiamo disfarne gli stereotipi, fare piazza pulita delle loro macerie e provare a far emergere una diversa forma di conoscenza. Per quanto questo sia possibile, ovviamente, per degli individui confrontati con una intera civiltà.
[…] Probabilmente, una vera “riforma dell’intelletto” in senso anacronistico, sarà obbligata a passare anche attraverso l’archiviazione definitiva nel museo del nostro passato remoto anche di tutte le allegorie, linguistiche e intellettuali, con le quali il nostro pensiero è stato modellato a suo tempo e per così lungo tempo dal capitale. Anche per questo è importante forgiarsi un nuovo lessico della mente che sia in grado tanto di additare gli inganni insiti nella vecchia cultura, quanto di distinguersi dai suoi stereotipi, quanto infine di sviluppare differenti interpretazioni del nostro universo di vita. Prima lo facciamo, meglio è.

DD: La sua risposta è certo esauriente, tuttavia da parte mia mantengo delle riserve su alcuni aspetti di quanto detto. Torniamo però al discorso “politico”: più precisamente, come interpreta Lei le operazioni geopolitiche dell’Occidente degli ultimi dieci anni (anche a partire da quello che ha già scritto in diversi articoli, da me segnalati qui su Sitosophia, apparsi sul sito Faremondo, di cui è attivo collaboratore, e su Sinistrainrete)? E cosa è cambiato, se qualcosa è cambiato, rispetto agli assetti geopolitici prima della Guerra Fredda? Ovvero quando, se un momento c’è stato, il rapporto tra politici e scienziati è stato di natura diversa da quella attuale?

FS: A mio avviso, per le molte ragioni prima spiegate, il mondo scientifico occidentale nasce in simbiosi con il mdpc e i funzionari della DAP, e persino con il personale istituzionale nel suo complesso della “politica”. Quello che nel tempo si evolve sono precisamente le forme (sempre più complesse, intime e segrete) e le dimensioni (in costante aumento tramite i grandi mezzi del potere politico: Big Science, grandi laboratori, grandi Centri di ricerca somiglianti a vere e proprie fabbriche del sapere, gestione delle risorse e dei progetti tramite management ecc.) di questa simbiosi. L’Ottocento e il Novecento ci hanno offerto numerosi esempi di questa alleanza permanente tra i due domini. E d’altra parte, il mdpc non sarebbe probabilmente mai nato senza il ruolo della scienza, sin dai suoi esordi, nell’organizzazione delle attività industriali.
Il processo in questione si sviluppa insieme, del resto, ad una crescita esponenziale della produzione manifatturiera in direzione della industria degli armamenti che negli USA ha dimensioni colossali, probabilmente perché è un settore in cui il mercato e il consumo degli articoli vengono creati dalle stesse imprese produttrici e questi ultimi, insieme al portafoglio, ovvero bilancio dello Stato, che fornisce i mezzi finanziari indispensabili all’operazione, hanno dimensioni virtualmente planetarie e in continua espansione: mille basi USA in giro per il pianeta, ben 6 Stratcom che abbracciano l’intero globo, lo standing army o esercito come maggior consumatore di petrolio del mondo ecc. Ho documentato questi fatti, con l’ausilio anche di qualche carta topografica, nel mio Il pensiero ermafrodita della scienza. Tutto ciò è del resto funzionale anche allo sviluppo crescente delle megabanche (MeBa) e dell’imperialismo militarmente aggressivo che contraddistingue l’attuale condotta delle amministrazioni USA, che debbono comunque implementare delle decisioni funzionali agli interessi del capitale interno (della testa nazionale e del corpo internazionale, della mente locale e dell’organismo globale, un moderno Mazzarò con le membra adagiate su tutta la terra e sprofondate nel suo seno come nella novella di Verga). Da questo punto di vista, il 911 doveva essere realizzato e la Costituzione ridotta a carta straccia: il crimine doveva essere commesso, perché i dominanti ragionano come la Mother dell’astronave Nostromo nel famoso film Alien, non a caso programmata dall’Azienda: in caso di necessità, l’equipaggio è spendibile e può essere sacrificato ai superiori interessi dell’impresa. Punto e basta. Vale la pena rischiare la forca, con tutte le dovute precauzioni del caso del resto, se l’impunità è pressoché garantita e il profitto raggiunge il 300%!

[…]

DD: Qual è il confine tra una severa critica del sistema capitalistico e la visione ‘cospirazionista’ del mondo? Lei attribuirebbe al Suo modo di intendere la storia della cultura occidentale questa espressione? Che rapporto c’è tra ‘dietrologia’ e ‘cospirazionismo’? Come intende queste espressioni?

FS: Benché siano esistite ben prima del mdpc, le macchinazioni del potere assumono nel dominio del capitale tanto un nuovo, dirimente significato, quanto vengono chiamate a svolgere nuove funzioni con ben altri mezzi tra l’altro rispetto al passato, quanto infine hanno luogo in quel livello di realtà della società che per comodità definirei ancora sovrastrutturale. Viste da questa angolazione, le cospirazioni sono un sofisticato strumento di azione delle classi al potere, sono il braccio politico forse più importante, in quanto coperto dal segreto e quindi ignoto ai più (sottostante alle istituzioni ufficiali e quindi invisibile), delle loro decisioni. In questo senso, hanno ben poco a che fare, oggi, con le congiure di individui, sette, gruppi ecc. del passato. Al contrario. Se prima la guerra proseguiva con altri mezzi la DAP, oggi la macchinazione è divenuta una forma professionale, altrettanto letale, di quest’ultima e un ingrediente indispensabile del suo esercizio, come sanno bene gli addetti ai lavori.
[…] Da tale punto di vista, come ho documentato nel mio Il porto delle nebbie, lo stesso temine “dietrologia” è stato appositamente fabbricato dai MeMe nel nostro paese proprio al fine di poter bollare come insane le spiegazioni alternative a quella ufficiale del rapimento Moro! Esattamente come la clinica diagnosi di «paranoia», partita originariamente dagli USA, è stata in seguito – sulla scia di cotanta fonte – usata come deterrente da tutto l’Occidente e da tutte le sue tendenze e scuole ideologiche (marxisti inclusi, ed anzi in testa al coro) per screditare e marginalizzare il “movimento per la verità” nato dopo il 911. […] Da questo punto di vista, le macchinazioni ad opera della DAP rappresentano un arsenale altrettanto potente di quello militare. […].

DD: Oltre che parlarne, qual è il modo migliore, secondo Lei, per ‘superare’ questo sistema o per conviverci?

FS: Penso che nel ponderare le nostre possibili alternative si debba tener conto anche qui di una circostanza dirimente. Tutti coloro che avrebbero voluto trasformare la società del capitale a partire da alcuni presupposti derivati da una certa interpretazione di Marx, sono andati incontro al fallimento della loro impresa, certo titanica al suo debutto. Il grande pensiero marxista del Novecento, quello che ha nutrito la concezione di Lenin, della III internazionale e del gruppo dirigente cinese, Mao in testa, ha dimostrato tutti i suoi limiti. Se l’esperienza storica insegna ancora qualcosa, essa ha confutato drasticamente quella tradizione del passato. Tutto il suo folto armamentario concettuale – forze produttive, rapporti di potere, sviluppo oggettivo in direzione del socialismo, crollo necessario del capitalismo, scienza come conoscenza neutrale della natura ecc. – si è rivelato del tutto fuorviante e ha scritto, invece del futuro, il suo stesso tramonto. Questo è un fatto.
Ben diversamente stanno le cose nel caso dei partiti comunisti dell’Occidente che son fioriti nell’epoca dell’URSS e son sopravvissuti fino alla sua dissoluzione. Questi, infatti, han finito col diventare complici della logica del mdpc e dei giochi di potere interni all’establishment del tempo, spesso, ma non sempre, senza saperlo. Il che nei due casi spalma solo sale sulla ferita. Se infatti erano consapevoli dell’alleanza, si sono rivelati soltanto delle canaglie conniventi coi dominanti e a maggior ragione avrebbero dovuto essere spazzati via. Viceversa, se non lo erano si sono dimostrati essere solo degli “utili idioti” al servizio di altri padroni (riuscendo a capovolgere così, ironia della storia, il significato originariamente coniato dall’Occidente per quella etichetta). Scelga chi può tra le due alternative.
Se si tengono presenti alla mente questi approdi complementari della storia del Novecento, bisogna allora dire che tuttoa patto che non abbia niente in comune con esse – è meglio delle vecchie ideologie e delle vecchie impostazioni politiche, storiografiche, prasseologiche, l’appello al “concreto” ecc. del nostro passato remoto. Tutta questa cultura è ormai desueta e fuori gioco rispetto alla natura odierna del mdpc. Le sue spoglie, al massimo, possono ancora tornare utili come cartina di tornasole, per sapere che cosa non dover fare e come non dover pensare quando si ragiona intorno al capitale e alle sue società. Ogni volta che una nostra idea collide con una creatura concettuale qualsiasi di quella numerosa famiglia (la volontà di dominio, le decisioni del potere, l’appello al popolo, la democrazia ecc.), si può esser certi che siamo sulla strada giusta. […] Come diceva von Schiller? «Cercate lungo sentieri diversi, perché è così che la verità viene alla luce».
Come si è visto, a differenza di quanto ancora oggi si pensa, già fare ricerca e sviluppare analisi alternative del mondo in cui viviamo significa modificare in qualche modo la cornice del quadro e far emergere una ben diversa “realtà”. Somiglia molto all’invenzione di un nuovo linguaggio. Significa alterare a nostro vantaggio gli equilibri interni delle ideologie che proteggono il sistema (e quasi sempre sono il sistema). La scommessa è poter diventare una sorta di granello nell’ingranaggio, un virus nel software, un insignificante verme nella gigantesca mela.
[…] Dobbiamo solo, penso, prendere il coraggio a due mani e avventurarci per vie che probabilmente cresceranno unicamente sotto i nostri piedi via via che le calchiamo. Sta soltanto a noi scegliere di farlo.
È con questo scopo in mente, tra l’altro, che con Emanuele Montagna, Roberto Di Marco ed altre persone interessate al progetto abbiamo deciso di dar vita, a Bologna, al Centro studi “Juan de Mairena”. Si tratta di un’impresa tutta a nostro rischio e pericolo. Nasce senza sponsor di nessun tipo, ovviamente, e si basa esclusivamente sul lavoro e la dedizione dei singoli che ne fanno parte. Suo unico interesse è provare a far nascere, per le nuove generazioni, una diversa forma di pensiero, un nuovo modo di ragionare e di guardare con altri occhi al mondo che ci circonda. Si tratta, se si vuole, di un’opera da coltivatori della mente, sulla scia di certi processi che avvengono nel regno vivente, in specie con le angiosperme e le gimnosperme. Vorremmo infatti provare a mettere a dimora alcuni semi di conoscenza in grado magari un domani non troppo lontano di germogliare più rigogliosi di quanto oggi le condizioni attuali non lo consentano. Non siamo certo in grado di potere vedere, come avrebbe voluto Macbeth, into the seed of time. Un compito davvero troppo gravoso per noi. Non avremmo avuto comunque le physique du role intellettuale. Molto meglio accontentarsi di poter seminare in società alcuni seed of a new mind, se possibile. Un cimento decisamente più alla nostra portata e in grado di suscitare, così speriamo almeno, la partecipazione anche di altri soggetti con convinzioni simili alle nostre. Questa è la posta in gioco.