Introduzione: del metodo filosofico

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Robert Nozick (1938-2002)

Il filosofare ha il suo cominciamento nel porsi domande con curiosità. Quanto nella nostra visione del mondo è oggettivo e quanto soggettivo? Quanto di ciò che (secondo noi) è vero lo è in modo assoluto e quanto è invece relativo alla nostra posizione? Le verità sono solo limitate a contesti locali oppure qualcuna di esse vale dovunque e sempre? L’etica ha fondamenti oggettivi? Perché siamo coscienti? Quale funzione svolgono le esperienze personali in un mondo oggettivo?

Precedenti filosofi, almeno la maggior parte di essi, hanno cercato di fissare verità durature entro una salda intelaiatura concettuale; queste verità erano ritenute assolute, oggettive ed universali. Di certo potevano restare dei dettagli da definire, tuttavia si era sicuri di aver collocato le cose essenziali al posto che loro spettava e che lì potessero restare salde per sempre.

In matematica, il teorema del punto fisso1 afferma che tutte le trasformazioni di un certo tipo (per esempio, quelle continue) lasciano invariato almeno un punto in un certo spazio. Il punto invariato è il punto fisso relativamente a quella trasformazione. Comunque, non è la natura intrinseca del punto a lasciarlo fisso. Benché ogni trasformazione possa lasciare fisso un punto od un altro, punti differenti vengono lasciati fissi da trasformazioni differenti. Nessun punto viene lasciato fisso da ogni possibile trasformazione.

I filosofi, tuttavia, hanno cercato punti che rimanessero fissi a fronte di tutte le trasformazioni, rispetto a tutte quelle ritenute meritevoli di considerazione. Tali punti avrebbero costituito in modo assoluto i saldi fondamenti della conoscenza e dei valori. I candidati più qualificati al titolo di punto fisso erano il cogito di Descartes, i dati sensoriali degli empiristi e le verità metafisiche necessarie dei razionalisti. Questi punti non solo erano ritenuti fissi ma anche di una fecondità tale da poter essere di base a tutto il resto della conoscenza e dei valori. Uno alla volta questi punti, che passavano per certi, indubbi, inattaccabili, sono stati smantellati. E così è stata indebolita anche la loro fecondità. Ben poco si poté costruire su di essi usando solo strumenti da costruzione di totale affidabilità.

Il pragmatista Charles Peirce sosteneva, in opposizione a Descartes, che nulla è esente da dubbio. Tutto era passibile di dubbio, anche se non tutto allo stesso tempo. Ogni cosa poteva essere posta in dubbio sulla base di altre proposizioni che, in quel particolare momento, di fatto non erano poste in dubbio. Queste ultime subivano la stessa sorte in un momento successivo. Otto Neurath, in ciò seguito da W. V. Quine, paragonava la nostra situazione a quella di marinai costretti a riparare una nave in mare aperto: stando su assi marce, essi devono riparare e sostituirne altre. Ogni asse prima o poi verrà riparata. Tutto è passibile di trasformazione. Nulla resta fisso. Anche qualcosa di basilare come il principio di non contraddizione può essere messo in questione e riveduto.2

I critici hanno attaccato solo marginalmente l’asserto che nulla è esente da modifica o da ricusazione. I criteri di revisione non sono essi stessi immodificabili? Potremmo mai rinunciare al più debole principio di non contraddizione secondo il quale non per ogni enunciato p, valgono al contempo p e non-p.3 Tuttavia anche queste obiezioni non sono decisive. In verità, si aprirebbe una seria crisi intellettuale incoraggiando un notevole cambiamento derivante dall’asserzione che per ogni enunciato p valgono al contempo p e non-p, sicché è difficile ora immaginare in modo esplicito come un tale cambiamento sarebbe giustificato o plausibile.4

Anche se non possiamo concepire proprio ora i dettagli di una (giustificata) ricusazione del più debole principio di non contraddizione, ciò non di meno un graduale processo di cambiamento potrebbe condurci al rifiuto di ogni enunciato o criterio, incluso quel principio estremamente debole, sulla base di altri enunciati e criteri che devono essere quindi accettati. Il fatto che una teoria presenti un punto fisso non vuol dire che proprio questo stesso punto debba essere o sarà mantenuto fisso da ogni plausibile teoria. E ciò non dimostra che la teoria in questione  non sia in grado successivamente di trasformarsi usando le sue stesse caratteristiche precedentemente accettate, di modo che questo punto ed anche quelle stesse caratteristiche vengano modificate.

“Ma non vi saranno dei meta-meta-…-metacriteri comunque immodificabili?” Anche se tali obiezioni fossero accolte, non sarebbero di grande peso. Non si può andare molto lontano solamente affermando che non ogni contraddizione è vera,5 e non si può costruire granché (soltanto) su tali rarefatti metacriteri. Potremmo anche dire che non vi sono punti fissi e neanche metapunti fissi. (E ciò comprende quanto appena detto.)

Un particolare preteso principio di ragione potrebbe anche essere ricusato, ma la ragione non deve essere essa stessa sempre e in ogni tempo l’ultimo arbitro di tutte le contese intellettuali? La ragione non deve rimanere sempre (come afferma Thomas Nagel) “l’ultima parola”?6

Ma cosa è precisamente ciò che deve perdurare? Non qualsiasi particolare enunciato o principio, visto che ciascuno di essi potrebbe essere trasformato o sostituito o condizionato o ricusato. Se si afferma che solo la stessa Ragione, invece che qualsiasi particolare enunciato del suo contenuto, deve restare come arbitro finale, allora dobbiamo chiederci che cosa è precisamente ciò che deve restare. Se non come un particolare contenuto, allora il solo senso in cui  la ragione deve perdurare è quello di una linea genealogica in evoluzione. La ragione durerà, come qualsiasi cosa che si evolve o cresce a partire dall’attuale contenuto della ragione mediante un processo di cambiamento frammentario che viene giustificato in ogni momento da principi che sono accettati in quel dato momento (benché non necessariamente in seguito) e si potrà giustificare il persistente uso dell’etichetta “ragione”, a condizione che ciascun stadio evolutivo segua quello immediatamente precedente. (Il nuovo stadio può, tuttavia, non sembrare molto simile ad un precedente passaggio graduale.) Il grado di continuità difficilmente pare possa caratterizzare qualcosa di simile ad un punto intellettuale fisso ed eterno. È di poco aiuto aggiungere che ciò che durerà è un processo di pensiero che, negli esseri umani, continuerà ad avere il suo significativo locus nella corteccia cerebrale prefrontale, a meno che e fin tanto che alterazioni genetiche e impianti protesici non spostino la sede della prevalente attività della ragione.

La mia personale tendenza filosofica è quella di schiudere nuove possibilità di riflessione. Non di precluderle. In questo libro propongo nuove idee e tesi filosofiche, e gli argomenti addotti a loro sostegno sono volti a sottoporle al vaglio più che a dimostrarne in modo definitivo la correttezza. Parimenti, le critiche da me rivolte ad alcune delle maggiori teorie o posizioni antagoniste non intendono rigettarle in modo definitivo, bensì soltanto indebolirle quanto basta per creare uno spazio filosofico in cui le nuove idee proposte possano respirare e crescere. Formulo questa mia intenzione qui all’inizio soltanto per non dover, nel prosieguo, formulare continuamente scuse. Questo non è un cauto tentativo di evitare le critiche mediante un ridimensionamento delle ambizioni. Si rischia già fin troppo l’osso del collo ad accampar pretese di dire cose nuove e filosoficamente interessanti.

La proposta e l’esame di nuove idee, senza alcun intento di una loro dimostrazione, sono strumenti particolarmente adatti per espandere la conoscenza filosofica. Il metodo dimostrativo inizia a partire da un certo punto o con un insieme di premesse e prosegue finché c’è qualcosa che può essere dimostrato sulla loro base. Se vi sono verità irraggiungibili da quel punto di partenza,7 questo metodo comporta una riduzione nel contenuto di verità della filosofia risultante. Inoltre, non ha senso restringere un metodo filosofico al solo scopo di poter pronunciare un come volevasi dimostrare, quando ci si è resi conto che comunque l’idea di partenza non si basa su sicuri e inalterabili fondamenti. Dal momento che il non fondazionalista inizia da un punto che non è stato provato o definito in modo assoluto, e inoltre dato che è ammissibile accettare alcune cose che non sono state assolutamente provate, perché non si possono accettare anche altre cose del genere?

Perché si richiede che le opinioni filosofiche vengano accettate solo se dimostrabili a partire dal punto P? Un tale requisito non garantisce affatto la verità dei risultati, dato che lo stesso punto P può non essere vero. Certo il metodo dimostrativo garantisce che non verranno aggiunte nuove autonome falsità alle opinioni di una persona (benché esso consenta l’aggiunta di nuove false credenze che, in parte, sono basate su falsità che P generalmente accetta.) Tuttavia, dobbiamo anche osservare che la natura restrittiva del metodo dimostrativo può impedire che vengano eliminate delle falsità insite di fatto in P, che, invece, si potrebbe essere in grado di rimuovere ricorrendo a dei metodi non deduttivi. Dato che un metodo non deduttivo potrebbe consentire, a partire da P, di raggiungere nuove proposizioni che sarebbero incompatibili con quelle particolari falsità insite in P, per questo motivo si è spinti ad eliminare quelle falsità dal corrente modo di pensare. Tramite i metodi non deduttivi, P viene trasformato con l’aggiunta di proposizioni e sottraendo quelle (false) proposizioni che sono incompatibili con le nuove; in conseguenza di ciò emerge una nuova posizione. Essendo i filosofi necessitati a procedere solo col metodo dimostrativo, è impossibile eliminare falsità in questo modo. Il metodo dimostrativo non è affatto un amico sincero della verità, nonostante le apparenze.

Un metodo alternativo, quello che io qui seguo, consiste in una serie di sortite filosofiche. Per far ciò partite dalla vostra attuale posizione P e, fermo restando P, considerate cosa c’è di plausibile, esplicativo, intellettualmente interessante e sostenuto da argomenti. (Tali argomenti dovrebbero essere importanti ma non necessariamente decisivi.) Una volta trovato qualcosa del genere, supponete che esso sia vero e quindi alla sua luce considerate cosa c’è di plausibile, esplicativo, intellettualmente interessante e sostenuto da argomenti. Una volta trovato ancora qualcosa del genere, considerate nuovamente cosa c’è di plausibile, … E così di seguito. Questo metodo non individua un unico percorso. Infatti, dato P, varie cose saranno plausibili, esplicative, intellettualmente interessanti e sostenute da argomenti e queste varie cose non si presenteranno identiche o forse neppure compatibili fra di loro. Accogliendo una di queste cose, ancora ulteriori cose saranno plausibili, esplicative, intellettualmente interessanti e sostenute da argomenti e anche queste ulteriori cose non si riveleranno identiche o forse neppure compatibili fra di loro. Perciò questo metodo esplorerà o consentirà l’esplorazione di differenti percorsi.

Seguendo questo metodo, così come illustrato, possiamo alla fine arrivare a considerare un’idea che non è plausibile alla luce del punto di partenza P. (La relazione “X è plausibile dato Y” non è transitiva.) Dovremmo limitare l’ampiezza del nostro metodo filosofico solo a ciò che è plausibile alla luce della nostra posizione di partenza? Certamente qualcuno deciderà di fermarsi a questo punto. Tuttavia io ritengo che la plausibilità (a partire dal punto di vista della posizione di partenza) non dovrebbe essere un limite all’analisi, fin tanto che seguiamo una linea di ragionamento del tipo sopra descritto e continuiamo, dato P, a cercare qualcosa che sia esplicativo e intellettualmente interessante. Senza dubbio, nel cercare chiarezza e interesse, noi in particolare analizzeremo le più plausibili fra le idee illuminanti e intellettualmente interessanti.8

Tuttavia, dovremo limitare le nostre sortite solo a quell’area che sia filosoficamente interessante ed esplicativa, tenuto conto della nostra attuale posizione P. (Ciò costituisce una limitazione poiché la relazione “X è filosoficamente interessante e illuminante dato Y” non è transitiva, e pertanto una catena di tali connessioni può arrivare a qualcosa che non è interessante ed esplicativo rispetto al punto di partenza.) Naturalmente, se conveniamo di accogliere alcune di queste nuove cose (non solo di analizzarle), allora quella che è la nostra attuale posizione cambierà da P in qualcosa di nuovo P’. Al che, muterà anche il nostro campo d’azione. L’area delle sortite si amplierà e si restringerà allo stesso tempo — si amplierà perché le cose che prima non erano interessanti ed esplicative ora lo sono diventate, dato P’; si restringerà, perché ciò che prima era interessante e illuminante ora non lo è più, dato P’.

Qui torna utile un raffronto con la fisica. I fisici usano una massa di calcoli approssimativi per lunghi periodi di tempo in modo da procedere speditamente e con successo nel trattamento dei problemi di loro interesse. (Ricordo, al proposito, lo stato del calcolo prima di Weierstrass e il cammino percorso verso metodi di rinormalizzazione nella teoria quantistica dei campi.) I fisici son ben lieti di lasciare la rifinitura dei loro metodi ai matematici che li seguono dappresso. Attualmente, i teorici delle stringhe studiano svariati aspetti di questa teoria e stanno per iniziare a considerare i modi in cui unificarli in una M-teoria.9

Essi stanno traendo deduzioni interessanti (la teoria spiega la gravità in modo molto semplice), analizzano entità estreme, come la supersimmetria, per i loro interessanti effetti (senza avere alcuna prova della loro idoneità), investigano le proprietà di una teoria che hanno solo abbozzata ma non precisamente formulata (di essa sono note alcune proprietà ma non le equazioni) ed usano metodi di approssimazione (la teoria della perturbazione) per comprendere alcune delle conseguenze della teoria (e danno poca importanza a campi in cui si sa che questi metodi sono molto lontani dal bersaglio). Un titanico sforzo teoretico senza nemmeno riuscire ad avvicinarsi (fino ad ora) a particolari dati empirici o esperimenti. (Dato che la teoria delle stringhe è al momento il più stimolante settore della metafisica, ritornerò sull’argomento nel Capitolo 3.)

Nonostante sia intellettualmente stimolante giungere in un’area di nuove e filosoficamente interessanti e illuminanti teorie, si può dire che si è conseguito un significativo progresso filosofico quando alcune delle varie posizioni, che con le sortite ci si era prefissi di raggiungere iniziano, non solo a trovarsi su di uno stesso piano, ma anche a combinarsi, integrarsi e concatenarsi per dar luogo ad una nuova, illuminante ed interessante struttura.

Anche questo risultato, naturalmente, non prova che si sia sulla giusta strada, tuttavia ne aumenta la probabilità. Infatti non è sempre possibile prendere automaticamente alcuni di tali gruppi di idee singolarmente interessanti e illuminanti e concatenarli in una nuova struttura che chiarifichi questi stessi gruppi e forse anche altre nuove cose. Una tale serie di ordinate sortite filosofiche costituirebbe ciò che Imre Lakatos ha definito un “programma di ricerca graduale”,10 sempre che esso continui nella ricerca di nuove illuminanti posizioni da concatenare in una nuova interessante struttura, e specie se questa struttura indichi proficuamente o fornisca una piattaforma da cui lanciare nuove sortite che raggiungono ulteriori posizioni rispondenti a questi criteri.11

“Ma dovremmo credere nei risultati di questo tipo di filosofia?” Questa modo di far filosofia non è strutturato per indurre a credere in qualcosa o ad accettare qualcosa come vera (al di là della credenza che la teoria sia illuminante e interessante). La credenza, se mai, può risultare nel caso in cui l’opinione sia plausibile e spieghi al meglio, o unifichi, varie cose. Oltre tutto la filosofia, o quel particolare sentiero che ad essa conduce, non si è dimostrata un fiasco quando non conduce ad alcuna credenza (e questo, non perché sentieri alternativi di questo metodo potrebbero essi stessi condurre alla credenza.) La credenza non è la sola moneta corrente nel reame della filosofia. Vi sono nuove classificazioni, analisi e conoscenze e vi è la procedura della stessa apertura intellettuale. Ciò che non si concretizza in una credenza può essere compiuto con altri mezzi. Tommaso d’Aquino ha portato a Dante.

Un procedimento filosofico può continuare ad essere interessante intellettualmente a causa dei suoi nuovi metodi di approccio, dei suoi nuovi modi di applicare vecchi metodi e della sua immaginazione ed audacia. Futuri pensatori potrebbero essere stimolati a trovare caratteristiche analoghe che si addicano alla loro nuova posizione intellettuale. Duemilacinquecento anni dopo noi troviamo ancora interessante leggere Platone — non per i suoi risultati.

Quando prima sostenevo che non vi sono punti filosofici fissi, intendevo anche che non esistono concetti filosofici fissi. Ciò nonostante certi concetti sembrano fondamentali e fissati in modo manifestamente inamovibile da altri concetti che essi organizzano; essi sembrano garantiti per applicazioni vantaggiose. Gli psicologi evoluzionisti parlano di una nostra innata predisposizione a comprendere e spiegare il mondo tramite certe categorie e “teorie” quali, per esempio, quelle secondo cui  il mondo consiste di oggetti fisici in continuo movimento e quelle secondo cui le credenze e i desideri governano il comportamento degli altri ed anche le nostre stesse azioni.

Ricorrere ad una spiegazione su base evoluzionistica di alcuni dei nostri concetti fondamentali è al contempo rassicurante e sconvolgente. È rassicurante per il fatto che sostiene che questi concetti ebbero una presa tale sul mondo da essere stati d’ausilio per il successo della riproduzione e da essere stati espressamente selezionati. Essi devono aver avuto in sé qualcosa di appropriato. Pur tuttavia il fatto che siano stati oggetto di questa selezione non garantisce una loro completa esattezza. I concetti spaziali della geometria euclidea sono stati buoni abbastanza da guidarci nella vita pratica, tuttavia noi oggi sappiamo che essi, a rigor di termini, non sono precisamente adatti al nostro mondo. Sicché, quando osserviamo il mondo attraverso una struttura concettuale impressa in noi dall’evoluzione, sappiamo per questo come è realmente il mondo? Conosciamo il mondo – per usare una terminologia kantiana – come è in se stesso?

Sin dai tempi di Aristotele, i filosofi hanno delineato ed utilizzato fondamentali categorie conoscitive: forma, contenuto, sostanza, proprietà, causalità, oggetto, credenza, desiderio, tempo, oggettività, verità. Alcuni filosofi ritengono queste categorie ineludibili e necessariamente precise riguardo al mondo. Kant si astenne dal dire che esse necessariamente si applicano al mondo così come noi lo organizziamo e lo descriviamo — esse si applicano alle apparenze, invece che alle cose in se stesse.12

In tempi più recenti, alcuni filosofi hanno ripristinato l’autorità e la validità di alcuni di questi tradizionali concetti sulla base delle intuizioni che danno forma alla loro filosofia; essi trattano queste intuizioni come dati cui deve conformarsi una teoria filosofica. Tuttavia, una spiegazione su base evoluzionistica di questi concetti elimina alla radice la loro inconfutabile autorità, unitamente a quella di ogni intuizione che si trascinano appresso. In tutto ciò non vi è alcuna base sicura per una teoria filosofica!

Una parte del mondo oggettivo, un frammento che si è radicato nei nostri cervelli tramite l’evoluzione, è la nostra teoria di questo mondo, e questa teoria non è necessariamente molto precisa. Se qualcuno mette in dubbio una parte di questa teoria, mettendo in dubbio anche l’applicabilità delle sue fondamentali categorie, per i filosofi non è sufficiente, o appropriato, argomentare prontamente sulla posizione contraria in un modo che presupponga la valida applicazione proprio di questi concetti o di quelli strettamente associati. Oppure avere una reazione esagerata, anche quando si discute su nozioni centrali quali la verità oggettiva, l’analisi oggettiva e la razionalità.

Nemmeno l’applicazione delle nozioni di credenza e desiderio può essere accettata come vera. Due filosofi, Paul e Patricia Churchland, di recente hanno sostenuto che queste categorie di “psicologia ingenua” (folk psychology) sono seriamente inadatte e saranno sostituite da concetti chiarificatori di una neuroscienza sviluppata. Molti filosofi hanno reagito a questa posizione così come le vecchie generazioni fecero con gli atei, retrocedendo inorriditi dinanzi al loro rifiuto delle cose sacre. Il rifiuto delle categorie della psicologia ingenua può anche non essere corretto, tuttavia non se ne può escludere la possibilità.

Un filosofo dovrebbe essere aperto a interessanti possibilità concettuali radicalmente differenti. Se non altro, la loro investigazione condurrà ad una più profonda comprensione della struttura concettuale in cui ci troviamo immersi o da cui siamo pervasi. Troppo spesso, i filosofi insistono che le cose devono essere in un certo modo, e fanno di tutto pur di tenere lontano altre possibilità. “Il Male è l’attivo. Il Bene è il passivo.”13

È ormai un fatto scontato che i progressi della fisica abbiano radicalmente stravolto le teorie ed i concetti infusi in noi mediante l’evoluzione, come pure le nostre teorie del senso comune. Lo spazio non è euclideo, la simultaneità non è assoluta, il mondo non è deterministico, gli eventi quantistici sono in (una mal compresa) relazione con chi l’osserva ed essi possono anche avere termini di correlazione non locali che non sono mediati da processi sopravvenienti. Un tale sconvolgimento dei nostri tradizionali concetti è allo stesso tempo inquietante e sconcertante. La gente è disposta ad ogni cosa pur di evitare tutto ciò.

Un esempio ci viene dalla formulazione di David Bohm della meccanica quantistica, che ha fatto un certo numero di proseliti fra i filosofi ma ben pochi fra i fisici.14 La teoria di Bohm è deterministica, le particelle occupano posizioni e traiettorie definite, la funzione d’onda del sistema si riferisce ad una entità esistente che determina il comportamento delle particelle, non vi è alcun collasso della funzione d’onda, e (come ha sottolineato John Bell) la teoria non richiede alcun riferimento ad un osservatore ed offre una omogenea spiegazione del mondo fisico che non è bipartito secondo una concezione della fisica quantistica ed una della fisica classica. Comunque, secondo Bohm “le leggi fondamentali del mondo sono escogitate in un modo da ingannarci sistematicamente su di loro… [la teoria] ci dà conto dettagliatamente dello svolgersi di una perversa e colossale cospirazione volta a far si che il mondo appaia essere meccanico-quantistico”.15

La meccanica bohmiana è una teoria molto più complicata di quanto lo sia la meccanica quantistica ortodossa. È senz’altro interessante che possa essere formulata questa teoria deterministica di ciò che oggettivamente esiste. Ma che insegnamento possiamo trarre da questo fatto? Agli inizi del XX secolo, Henri Poincaré disse che, dal momento che la più semplice geometria dello spazio era euclidea e dato che tutti gli altri fatti potevano rientrare nella cornice euclidea rendendo più complessa la (teoria della) fisica, la geometria euclidea non era da smantellare. Essa non poteva, razionalmente parlando, essere messa da parte. La semplicità era importante, convenivano altri, però la semplicità importante era quella derivante dalla teoria globale, non soltanto da una componente teorica, anche se quella componente è della portata e importanza della geometria. Se la più ampia e globale semplicità della geometria + fisica può essere meglio conseguita includendo una geometria non-euclidea, allora questa più complessa componente geometrica verrà inclusa nell’interesse della semplicità della nostra teoria globale. Dato che degli aggiustamenti possono essere fatti altrove per mantenere in vita la geometria euclidea nonostante i problemi, come era possibile rendersi conto della falsità di questa geometria euclidea ereditata e apparentemente logica, se non sottoponendola ad una tale prova di semplicità globale?

Pierre Duhem ci ha insegnato che una particolare teoria può durare, a dispetto di dati difficilmente trattabili, mediante la modifica di ipotesi ausiliarie. (È meno evidente che una particolare teoria possa sempre essere combinata con tali modificazioni ausiliarie per spiegare i dati empirici.) Dall’opera di Bohm apprendiamo che la tradizionale intelaiatura di una deterministica, oggettiva teoria può essere conservata e che essa spiegherà i dati se le verranno associate sufficienti complicazioni. Ma come impareremo che una tale struttura familiare e manifestamente irresistibile dal punto di vista metafisico è sbagliata se non la sottoponiamo ad una prova di semplicità globale della teoria? Noi non vogliamo che ci restino per sempre incollate addosso le nostre categorie dell’età della pietra o quelle newtoniane; noi vogliamo riuscire a sapere di più, se veramente vi è di più da sapere. Il rifiuto della teoria di Bohm da parte dei fisici, un rifiuto che molti filosofi della fisica oggi considerano con sospetto, nasce, secondo me, non proprio dalla difficoltà di conferirle una forma relativisticamente invariante bensì dalla sensazione sorta nei fisici che la teoria di Bohm sia molto vicina a questo tipo di nuovo apprendimento. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che ci voglia tempo per giungere a chiare e precise formulazioni di nuovi e difficili concetti, quali sono quelli della meccanica quantistica. I concetti del calcolo, dopo tutto, per la loro chiarificazione hanno dovuto aspettare tutto il tempo che è trascorso da Newton e Leibniz fino a Weierstrass e la formulazione in termini di infinitesimali ha raggiunto la chiarezza solo con il recente lavoro di Abraham Robinson.16

Anche il pensiero filosofico può suscitare sorprendenti possibilità concettuali, a volte suggerite da siffatte scoperte scientifiche pur se non da esse stesse implicate. Come la geometria non sta da sola ma è parte di una visione globale, così anche noi non cerchiamo la più semplice o la più raffinata filosofia bensì cerchiamo la migliore teoria globale, ed ai fini di questo obiettivo, anche alla filosofia si può chiedere di rinunciare ad alcuni dei suoi  indiscutibili tesori di un tempo. La perdita da parte della filosofia della sua (presunta) autorità fondamentale per tutte le altre discipline è più che compensata dagli stimoli esterni che essa oggi riceve per arrivare a più soddisfacenti, e non più aprioristiche, posizioni.

Ci dovremmo attendere che molti dei nostri evoluti concetti presentino dei difetti e dovremmo, quindi, essere preparati a non fidarci più di essi, almeno in contesti specializzati dove si manifestano in modo più evidente le loro imperfezioni. Non è possibile predire l’esigenza di tali revisioni o rivoluzioni concettuali (e la direzione che dovranno prendere), né questa esigenza può essere evitata o respinta da un generale dispositivo di purificazione concettuale quali sono il criterio empirista di Locke, quello critico di Kant o le definizioni operative di P. W. Bridgeman.17

“Ma i nostri concetti evoluti non costituiscono il nostro modo fondamentale di conoscere? La conoscenza di un fenomeno non vuol dire essere in grado di situarlo nella nostra rete di concetti evoluti? Sicché, la rinuncia a questi concetti non ci lascerà andare alla deriva, senza alcuna ulteriore speranza di conoscenza?”

Tuttavia, vi è l’alternativa di creare nuovi concetti per la comprensione di nuovi fenomeni e di applicare questi nuovi concetti anche a fenomeni più vecchi. Einstein definiva le teorie scientifiche come “libere creazioni della mente umana” e queste creazioni comprendono i concetti che queste teorie impiegano. Il fisico Roland Omnes ha affermato che scopo dell’interpretazione della meccanica quantistica non è quello di trovare una descrizione classica dei fenomeni quantistici bensì di trovare una descrizione quantistica di tutti i fenomeni e fatti classici, cioè comprendere i più vecchi fenomeni in termini di nuovi concetti.18

La meccanica quantistica ci offre un’immagine sorprendente del mondo e lo scopo non è quello di cogliere al volo o comprendere i suoi fatti imprevedibili all’interno della nostra precedente visione del mondo, bensì di comprendere il mondo attraverso concetti consoni ai nuovi fatti. (Dato che è estremamente difficile il compito di sviluppare nuovi fecondi concetti, il buon senso vuole che non si gettino via i nostri precedenti concetti alla leggera, senza una giusta causa.)

Nell’investigare sulle funzioni di verità (credenza vera), oggettività, etica e coscienza avremo occasione di tenere gli occhi bene aperti su appropriate teorie e dati scientifici. La filosofia non è (interamente) una disciplina a priori, sicché deve intrecciarsi con l’attuale conoscenza ed anche tener dietro alle promettenti e complicate tendenze nascenti da questa conoscenza. Cercheremo, anche, di individuare e separare il substrato empirico o l’aspetto delle questioni filosofiche e, nella misura in cui ciò sarà possibile, trasformare le questioni filosofiche in questioni fattuali, empiriche. Pertanto, vedremo che le questioni circa la relatività della verità spiegano il successo nel modo di agire di gruppi differenti, ed anche se  ogni singola verità viene registrata attraverso lo spazio ed il tempo. Le questioni riguardanti l’oggettività dipendono dalla gamma delle trasformazioni sotto le quali qualcosa è invariante. Alcune questioni etiche dipendono, in parte, dalla ubiquità o meno della morale e alcune questioni relative alla coscienza dipendono dalla sua funzione biologica. La comprensione del perché vi sia un mondo oggettivo può dipendere dalla cosmologia.

Freud descrisse l’obiettivo della psicanalisi con le parole “Dove era l’id, lì sarà l’io”. Sarebbe pretendere un po’ troppo, ed anche poco consigliabile, fare eco a queste parole e dire: “Dove era la filosofia, lì sarà la scienza”. Nonostante che la trasformazione di questioni filosofiche in dimostrabili ipotesi fattuali non sia l’unico metodo filosofico, questo affinare le problematiche è un modo per aprire nuove vie di progresso. Un altro metodo è quello di porre questioni nuove.

Pertanto, cominciamo.

  • “Comprendere il mondo attraverso concetti consoni ai nuovi fatti”. Ecco una nuova piattaforma dalla quale progettare meglio il nostro futuro! Smettiamo di cercare verità nel complicato intreccio delle interdipendenze tra i fatti e le circostanze creatrici degli eventi costitutivi del nostro essere presente, ma, riflettendo sul nostro essere presente, dagli eventi esogeni al controllo umano, cerchiamo di ricrearci un mondo nel quale si ristabilisca, tra le persone, un sostanziale equilibrio psicologico, economico e sociale. Occorre prendere atto che l’idealismo, il materialismo, unitamente alle altre ideologie riduzioniste ancora percorse da fanatici sostenitori, induce a restare immobili innanzi alla proposta di un mondo incompatibile con la nostra costituzione antropologica.

  • Lucia Parisi

    ….è proprio il caso di dirlo! Intossicati di cultura viviamo in un mondo di disorientati che si dilettano a fantasticare interpretando le figure dei propri sofismi…

    mi chiedo se sia più di moda fare “filosofia” nel senso etimologico del termine.

  • DD

    Lucia, grazie del tuo commento. Ma saresti disposta a spiegarti meglio? Cosa intendi dire? Non sono sicuro di aver compreso.
    Un saluto.

  • Luigi Pavone

    Zenone, com’è noto, seguendo Parmenide, negava, oltre che la verità del divenire, anche la verità della pluralità degli enti sensibili. Uno dei suoi argomenti è questo: poiché i corpi sono estesi, e ciò che è esteso è divisibile, ogni corpo risulta essere composto di infinite parti (ogni parte, infatti, anche la più piccola, poiché è a sua volta corporea, e quindi estesa, è divisibile in parti ancora più piccole), e se le parti hanno grandezza, l’oggetto sarebbe infinitamente grande, mentre se le parti non hanno grandezza, l’oggetto non esisterebbe. Contrariamente a Zenone, Democrito pensava che la divisione dei corpi si arrestasse a particelle non ulteriormente divisibili, gli atomi. In che cosa esattamente consiste la differenza tra i due filosofi? A ben guardare le cose, la divergenza riguarda il loro giudizio su ciò che è più o meno fondamentale. Per Zenone è più fondamentale il principio secondo il quale l’estensione è intrinsecamente divisibile (tutti i corpi sono divisibili), e per questo principio è disposto a rinunciare al contenuto dell’esperienza. Per Democrito, invece, è più fondamentale il contenuto dell’esperienza, rispetto al quale il principio deve essere riformulato: alcuni corpi [gli atomi] non sono divisibili, così che l’estensione non è più definita in termini di divisibilità, dal momento che gli atomi sono estesi e non-divisibili. Penso che uno dei compiti della filosofia sia quello di stabilire i confini del sapere più fondamentale. Nella costruzione del nostro sapere alcune proposizioni sono più fondamentali di altre, così che non è lecito, per esempio, mettere in discussione la logica a partire dalla sociologia o dalla psicologia (mentre è possibile fare il contrario); altre sono assolutamente fondamentali.

    ps. Aristotele darà un’altra definizione di estensione come ciò che è divisibile in potenza, e così evitava il paradosso di Zenone senza ricorrere agli atomi. Quando Epicuro lo riprenderà, l’atomismo era già caduto in discredito.