«Un balletto che si protrae da molto tempo». Intervista a Boris Groys

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Boris Groys

Boris Groys (1947) è un filosofo e critico d’arte russo. Dal 1981 vive in Germania. Dal 1994 è professore di Estetica, Storia dell’Arte e Teoria dei Media presso il Centro d’Arte e Tecnologie dei Media di Karlsruhe (ZKM). I suoi libri (circa una ventina) e numerosi saggi sono dedicati all’Avanguardia russa degli inizi del XX secolo, al Realismo sovietico e all’arte “non ufficiale” degli anni Ottanta. Ai temi già menzionati, negli ultimi anni si possono aggiungere anche la biopolitica e il terrorismo o, più precisamente, le loro rappresentazioni: le espressioni che assumono nei mass media.

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Maxim Rayskin: Ci incontriamo l’11 settembre. Lei pensa che il mondo sia cambiato cinque anni fa?

Boris Groys: Mentre vedevo crollare quelle torri ero sotto shock come tutti, perchè era del tutto incomprensibile quello che stava succedendo. C’era persino il sospetto che fosse l’inizio della terza guerra mondiale. Successivamente, quando fu chiarito che si trattava dell’azione di una piccola cellula terroristica, ammetto di essermi subito tranquillizzato. In che misura tutto questo ha cambiato il mondo? Adesso siamo tutti occupati dai temi dell’Islam, del terrorismo, del conflitto di civiltà. Da cinque anni ne parlano sempre più persone; i mass media parlano solo di questo. Il cambiamento ha avuto luogo in questo senso. Una delle peculiarità della cultura di massa consiste nel fatto che i mass media sono tautologici. Tutti cercano di parlare di un solo argomento. E a partire dall’11 Settembre il fondamentalismo islamico è divenuto in pratica l’unico tema politico e culturale.

MR: Ora, se poniamo che un critico d’arte può interpretare qualunque espressione visuale come opera artistica, gli atti dell’11 Settembre, o quelli che hanno avuto luogo in seguito, possono essere interpretati in maniera simile?

BG: Gli atti in sé certamente no. Perché si può parlare di arte solo quando si discute di un certo sistema di rappresentazione; nel caso dell’11 Settembre si tratta invece di un evidente atto di violenza politico. Ma si può parlare del lato estetico di quello che è avvenuto sotto due aspetti. In primo luogo, quest’azione fin dal principio è stata modellata secondo una precisa percezione mediatica. È stata progettata in modo tale da richiamare le corrispondenti scene di film hollywoodiani, prima di tutto Indipendence Day, nel quale crollano dei grattacieli. È stato un attacco al simbolo di New York, per cui in esso la componente estetica è stata programmata. Così si può dire che in sé e per sé l’atto non ha certamente realizzato un’opera d’arte, ma è stato pianificato in questo modo, per essere interpretato come opera d’arte, per essere valutato in un sistema definito di rappresentazione estetica. Il secondo momento è nel fatto che gli islamici abbiano prodotto un enorme numero di video. In sostanza, conosciamo Bin Laden come un video-artista che crea continuamente filmati. Esiste una enorme mole di video-produzioni islamiche che, come tale, appare già perfettamente quale oggetto estetico.

MR: I miei dubbi consistono nel fatto che il terrorismo come sfida alla società e cultura occidentali è, in generale, impossibile da interpretare in qualche modo, perché per principio non è discorsivo.

BG: Nel XIX e XX secolo la cultura occidentale ha accumulato grande “esperienza di comprensione” di taluni concetti come, ad esempio, “olocausto”. Esiste un’enorme esperienza di valutazioni discorsive di azioni antidiscorsive. Magari perché anche l’interruzione del discorso è azione discorsiva. Si tratta di un desiderio di dichiararsi in forma di interruzione del discorso, e su questo desiderio si può riflettere discorsivamente.
Si capisce che le persone che hanno compiuto l’attentato al World Trade Center volevano diventare tema di dibattito. In generale io non penso che si possa fare qualcosa che non sia integrato in una pratica discorsiva. Non è nelle possibilità dell’uomo. Tutto quello che una persona fa, lo fa con un certo intendimento. Se ha l’obiettivo di tirarsi fuori dalla prassi culturale, questo è semplicemente un altro intendimento soggetto a essere valutato.

MR: Io penso che non siamo in grado di capire cosa volessero queste persone. Se volessero diventare tema di dibattito oppure no. Magari volevano semplicemente andare in cielo, come è più probabile.

BG: Il lato ermeneutico del fatto non è molto interessante in questo caso. Quello che è importante è cosa da ciò sia scaturito. Chiarire quello che un uomo vuole è un compito inutile: in questo momento vuole una cosa, e nel successivo un’altra. È interessante invece guardare quello che fa. Io non penso che un uomo sia in grado di fare qualcosa della quale non si possa parlare.

MR: Se ne può parlare. Quando in televisione si mostrano i bambini palestinesi ammazzati, i reporter commentano quello che avviene dal punto di vista della morale della società occidentale, si appellano ai valori occidentali. Ciò nonostante, è possibile che questi valori non abbiano alcun peso in una civilltà in cui ci sono depositi di armi nelle abitazioni e i Katjuša sono parcheggiati alle loro porte. In questo senso si può parlare di “muro di non discorsività”, del fatto che, attualmente, gli europei non sono in grado di trasferire nella lingua della propria civiltà termini come “intifada” o “jihad”.

BG: Una “civiltà musulmana” monolitica, che si opponga per intero all’Occidente, in realtà non esiste. Il mondo musulmano è profondamente diviso: in esso vi è una massa di correnti e di posizioni in contrasto l’una con l’altra. In ogni caso, le attuali comunità musulmane sono uscite dal sistema coloniale: per decine, se non centinaia di anni si sono trovate sotto il controllo europeo, hanno subìto un’amministrazione europea. Anzi, questi Stati furono creati proprio da amministrazioni coloniali. Non sono comparse nuove leggi: finora sono in vigore le vecchie leggi imperiali che sono state introdotte da inglesi e francesi. Queste comunità furono attraversate da un sistema di regole, da una scuola, da una legislazione europei. In aggiunta a questo, non si deve dimenticare che l’Islam è una religione biblica. La teologia islamica più radicale è una combinazione di aristotelismo, neoplatonismo e tradizione biblica, e in linea di principio non si differenzia di molto dalla teologia bizantina. Significa che le componenti sono le stesse, ma si sono formate forse in un altro modo.
Se devo parlare dei movimenti islamici radicali, essi mi ricordano i movimenti religiosi puritani dell’Europa all’epoca delle Guerre di Religione. Tra noi e Calvino, tra noi e Zwingli non c’è nessuna differenza di principio: sono movimenti riformistici, fondamentalistici, puritani. A parte questo, mi ricordano Rosseau, in particolare ascoltando quello che dicono Bin Laden e i suoi seguaci. Sono tutti figli di una upperclass di carattere non aristocratico, vale a dire, in gran parte, borghesi facoltosi. Il padre di Bin Laden possiede un’enorme compagnia di costruzioni e, se non sbaglio, il padre del vice di Bin Laden, al-Zawahiri, è un facoltoso medico del Cairo. E queste persone hanno iniziato una tipica critica dell’aristocrazia decadente à la Rousseau, Robespierre e Saint-Simon, a noi ben nota ai tempi della Rivoluzione Francese. A mio modo di vedere quello che là sta avvenendo è un’altra onda di rivoluzione borghese, come è stato nei Paesi del nord all’epoca del calvinismo e della Rivoluzione Francese, e che si basa su virtù, modestia, ascetismo, rinuncia al piacere e ai consumi. Le parole di Bin Laden le abbiamo già sentite da Calvino e Rousseau. Solo a coloro che non hanno letto la Nouvelle Heloise crea un certo effetto un uomo che salta fuori in turbante e inizia a esporre le stesse cose, ma con parole proprie e con accento arabo.

MR: Il discorso è ben noto, ma è possibile che le stesse parole indichino cose ben diverse?

BG: Perchè diverse? Che cosa vogliono le organizzazioni radicali cristiane in America, o Papa Ratzinger, che non vogliono anche i fondamentalisti islamici? Vogliono le stesse cose. Uno stato confessionale, il ritorno della morale, della virtù, il rifiuto della società dei consumi, il divieto della contraccezione, della pornografia e dell’alcol. A volte intervengono in qualità di avversari, a volte in qualità di alleati. Ora sembra che ci sia una certa opposizione, ma tra due mesi si saranno tutti raggruppati. O tra venti, o tra duecento anni, o tra venti minuti. Tutto questo non ha alcun significato. È quel balletto discorsivo, che si protrae già da lungo tempo.
Vent’anni fa si dicevano le stesse cose del comunismo: guerra fredda, impossibilità della pace, battaglia all’ultimo sangue. Allora l’Occidente in massa sostenne l’Islam contro l’Unione Sovietica. Tutti questi movimenti islamici, compreso quello di Bin Laden, sono stati creati dall’Occidente. Donald Rumsfeld fornì armi chimiche a Saddam Hussein, l’Occidente portò al potere Khomeini dopo aver smantellato il partito comunista iraniano, l’Occidente ha fatto nascere i Talebani in Afghanistan, gli agenti americani hanno partecipato all’annientamento del partito comunista in Indonesia. A quel tempo si cimentarono in un pas de deux con l’Islam nel ruolo di Odette, in contrapposizione ad una Odile interpretata dal comunismo. Adesso i “costumi” sono cambiati: Russia, Cina e altri Paesi sono diventati alleati, mentre il nemico è l’Islam. Adesso i comunisti iracheni collaborano con le forze d’occupazione americane, e tutto il principale sostegno passa per il partito comunista iracheno. Ora i comunisti sono Odette, e i musulmani Odile: si sono semplicemente cambiati d’abito. Capisco che nei mass-media si dà enorme importanza a questo fatto, a “chi balla con chi”, e perché ciò possa sembrare in qualche modo incredibilmente epocale. Ma, nel complesso, il balletto resta lo stesso.

MR: Si possono interpretare gli avvenimenti dell’11 Settembre, e tutto ciò che ad essi è seguito, come una risposta non-discorsiva ad una sfida non-discorsiva del capitalismo?

BG: Io la metterei così: una persona si può o comprare o uccidere. Vale a dire, o si instaurano rapporti di mercato o si ricorre apertamente alla violenza. È possibile che questi movimenti radicali non siano altro che uno specifico mezzo di modernizzazione dei Paesi musulmani. In ultima analisi, essi possono giocare lo stesso ruolo giocato dal potere sovietico in Russia: una transizione verso il capitalismo. Distruggono le strutture tradizionali, il potere dell’aristocrazia, dell’oligarchia. Il che vuol dire che questo è più un fenomeno di guerra civile, di conflitto interno alla società, che non un attacco all’Occidente. In conclusione, l’Islam radicale può condurre alla modernizzazione, alla democratizzazione, alla massificazione delle comunità musulmane, prepararle al capitalismo per mezzo della creazione, al posto delle comunità tradizionali, gerarchiche di una società unificata, omogenea, mobile e di massa.