Il rifiuto di governare

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La novità non sta tanto nel fatto che le elezioni greche hanno elevato al rango di seconda potenza politica una coalizione di sinistra radicale (synaspismos rizospastikis aristeras, SY.RIZ.A), ma che questa formazione si rifiuta di governare, almeno al prezzo del sacrificio della popolazione. Il Pasok1, la cui faccia tosta non è indifferente, le rinfaccia di non avere il fegato di contribuire alla salvezza nazionale e di ripiegarsi su degli interessi strettamente di parte. Nelle parole del Pasok e del personale di Stato in generale, la salvezza nazionale consiste nel consegnare la nazione laboriosa, mani e piedi legati, a dei tesorieri che finanziano il padrone generale stesso (lo Stato) con dei tassi usurai come ringraziamento del loro salvataggio pubblico in seguito alla crisi del 2008.

Da un punto di vista meno ingenuo, in realtà Syriza restituisce alla sinistra un significato smarrito sin dalla notte dei tempi del movimento operaio, già dall’indomani stesso, subito svilito, della rivoluzione francese: come osserva lo storico francese Bouthillon nella sua recente opera Nazisme et révolution (Fayard, 2011), la sinistra era meramente e semplicemente il partito della rivoluzione, mentre la destra concorreva al mantenimento dell’Ancien Régime. Detto altrimenti, la sinistra era niente meno che un partito come gli altri, non era il partito del cambiamento contrapposto al partito dell’ordine; ben lontana dal limitarsi a voler cambiare il mondo, era il partito del cambiamento del mondo.


Come il proletariato di Marx, essa era il partito di quelli che non avevano alcun interesse per il gioco interessato dei partiti, era la politica di coloro i quali volevano porre fine alla politica intesa come pratica di Stato, ossia come amministrazione del dominio di casta. La rivoluzione francese, profondamente diversa da quella inglese, se fu una rivoluzione borghese e contadina, non per questo, come ha mostrato la storica canadese anglofona Meiksins Wood nel suo notevole Origine du capitalisme (Lux, 2009), fu una rivoluzione destinata a spianare la via al capitalismo, anche se suo malgrado approdò a questo; essa fu una rivoluzione popolare, compresa la sua componente borghese, diretta all’inizio contro l’appropriazione redditizia e centralizzata del surplus da parte dell’aristocrazia.

“Borghesia” non era sinonimo di “classe capitalista”, non più che in Inghilterra, dove furono i gentlemen (and) farmers, vale a dire i signori improvers, “miglioratori” di terre (secondo la teoria di Shaftesbury ridiscussa dal discepolo Locke), a inventare propriamente il capitalismo come lavoro salariato di una classe di produttori espropriati (enclosures ed eliminazione dei pascoli liberi e della spigolatura). Da qui si vede non soltanto che il capitalismo è aristocratico per nascita, ma che in egual misura è di origine agraria.

Ma torniamo a noi. Risulta evidente che questa sinistra storica non è affatto (o lo è solo apparentemente) l’inversione simmetrica della destra (della quale bisogna ancora comprendere, secondo Evola, che è anch’essa anti-moderna e non il partito della borghesia) o un ingrediente necessario al buon prosieguo delle istituzioni, dette ‘democratiche’ solamente per antifrasi. Essa è innanzi tutto l’astuzia o la scaltrezza di coloro i quali non sono di questo mondo e che di conseguenza non ne vogliono nemmeno un po’. Essa fa il gioco dell’avversario per meglio confonderlo. In questo gioco, giocherebbe oggi le carte dell’impiego e dei salari, come gli investitori istituzionali, i banchieri e gli industriali (i quali si oppongono solo nei sogni di una sinistra di governo, si presentasse pure come radicale) giocano, invece, quelle dei profitti e degli interessi. Ma in realtà, essa non cerca di fare questo gioco che per paralizzarlo meglio; finge di aspirare alla direzione della società per meglio smantellarla, come si smantella una centrale nucleare; guarda alla direzione dello Stato per impedirgli definitivamente di nuocere, allentando una volta per tutte la morsa che schiaccia tante forze vitali sradicate, nascoste nel recinto salariale del lavoro dipendente.

Per la sinistra di governo, impieghi e salari sono un fine in sé, una politica coerente con certi “valori”, una certa “visione” della “democrazia”; valori e visioni che sarebbe bene equilibrassero quelli della destra. Tutto ciò a cui aspira questa sinistra è di partecipare agli “affari”, secondo una concezione perfettamente patrimoniale dello stato. Mai in un solo momento questa sinistra, fine a se stessa, mette in questione il campo di lavoro tanatogeno (il campo come nomos della politica moderna, secondo il filosofo italiano Giorgio Agamben2) che da cinque secoli serve da civilizzazione all’Occidente e al resto del mondo.

Ciò che fa la sinistra originaria è il contrario. In Grecia, essa sembra rinascere dalle sue ceneri sotto i nostri occhi e ormai possiamo chiamarla “l’oltre-sinistra” (piuttosto che “pseudo-sinistra” – espressione che sarebbe stata perfetta se nel nostro schema non avesse indicato in realtà quella vera, ma non avrebbe comunque evitato di creare qualche confusione). Essa è quella che fa il gioco della sinistra ad absurdum, la sinistra per ridere, non del riso cinico degli anestetizzati morali che ritornano agli affari, ma del riso kinico (secondo Sloterdijk), ossia “cinico invertito” e picaresco degli oppressi decisi a battersi contro l’oppressione3. Quella che fa mostra d’umorismo, che gioca d’astuzia e non è altro che il cavallo di Troia di coloro i quali aspirano a uscire da questo deserto di solitudini e dalla morte organizzata che porta i nomi di modernità e progresso.

Questa novità è un evento, ma non nel senso dell’attualità giornalistica, del cambiamento infinito dell’immutabile; bensì della singolarità che costringe alla ridefinizione delle regole di vita, o semplicemente è ormai la vita che rafforza la propria perseveranza di fronte alla macchina sociale che cospira per farla scomparire.