Essere Come Bach

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A un anno esatto dall’inizio dell’occupazione del Teatro Coppola di Catania ha debuttato, il 29 e il 30 dicembre 2012, la prima produzione originale del Teatro dei cittadini. Lo spettacolo è stato preceduto da due studi che la compagnia Lavoro Nero Teatro ha aperto alla città in un tentativo di condivisione della creazione. La volontà di coinvolgere il popolo catanese sembra aver raggiunto l’obiettivo se all’ingresso, la sera del debutto, veniamo subito avvertiti che i posti a sedere sono esauriti e che per godere dello spettacolo possiamo usufruire della moquette rossa ai piedi del palcoscenico. Folla inaspettata, visto il deserto assoluto alla conferenza stampa indetta il giorno precedente. Eppure soprattutto chi fa informazione a Catania dovrebbe capire che JSB – Come Bach è uno spettacolo importante, per diversi motivi: è il primo frutto artistico di un gruppo di persone che durante quest’anno ha lavorato ininterrottamente per dar nuova vita a un luogo dimenticato; è importante perché questo primo spettacolo mette in scena un personaggio difficile come Johann Sebastian Bach: padre della musica moderna ma anche e sopratutto uomo da imitare nelle sue scelte e nella sua immensa passione.

Cristiano Nocera
Cristiano Nocera

Questa produzione ricostruisce i primi trentacinque anni della vita di Bach; il musicista viene letteralmente sradicato dal suo piedistallo di marmo per tornare ad essere uomo. A dar vita alla scenografia dello spettacolo e a dichiarare da subito che la musica sarà protagonista, si presentano il clavicembalo del maestro Enrico Dibennardo, il violoncello di Enrico Sorbello e l’oboe e i flauti di Johanne Maitre. La voce che racconta le vicende di un Bach fanciullo, poi adolescente e infine uomo è quella di Cristiano Nocera, regista e autore della drammaturgia di JSB.

Diventa difficile individuare il genere di questo spettacolo che possiede una dimensione musicale talmente ampia da farcelo percepire come un concerto. In realtà ci troviamo dentro teatro di narrazione, teatro civile e didattico; uno spettacolo, al di là di ogni categorizzazione, atto alla comunicazione di qualcosa di grande e autorevole. Le musiche originali sono state arrangiate e adattate dalla bravissima Johanne Maitre, che non ha avuto paura di cambiar forma e modificare l’eredità del grande musicista tedesco; i suoi flauti e il suo oboe sono il ritmo dell’intero spettacolo. Lo spettatore è completamente avvolto da una musica che arriva sempre a sottolineare ciò che la voce ha appena raccontato, come a volere dar spazio alla mente di chi guarda per creare immagini personali ispirate dalla musica stessa. La Maitre in scena è anche Maria Barbara Bach, la prima moglie del musicista che morirà giovanissima dopo tredici anni di matrimonio; in questa veste di attrice la giovane artista non ci convince del tutto e la sua interpretazione è forse uno dei pochi momenti in cui lo spettacolo perde l’intimo contatto conquistato con il pubblico.

La scelta degli episodi raccontati intende lasciare da parte il tormento dell’artista per mostrarne il lato più caparbio e passionale. L’azione principale che il regista e attore Nocera individua per esprimere la sua visione del grande musicista è la svestizione del personaggio Bach dal suo status, ossia dalla sua natura di statua inanimata e muta. Un’azione che coincide con lo spettacolo stesso: da quando Bach si libera della parrucca a quando, alla fine della messa in scena, ormai spoglio del costume d’epoca, riprende la sua posizione sul piedistallo. L’atto di spogliare il personaggio in scena è il simbolo più forte dello spettacolo: indica a chi guarda che non del musicista osannato si tratta, bensì dell’uomo che, raggiunta la grandezza, non raggiunge la serenità ma una coraggiosa inquietudine, necessaria per oltrepassare ogni limite pensabile.

La musica è talmente grande, e io voglio conoscerla tutta.

Quasi a metà dello spettacolo, quando ormai il pubblico è completamente assorbito dall’atmosfera e dalla forza della musica dal vivo, la voce del personaggio Bach, ormai divenuta familiare, assume un tono diverso e si trasforma nella voce accorata di un Cristiano Nocera non più attore ma cittadino, che denuncia l’incompetenza e l’incuria del mondo politico per la cultura, in un continuo spreco di energie e denaro in guerre senza vincitori né vinti. Una «violenza» che nulla lascia all’eternità della storia e nelle menti umane e che, a lungo temine, cadrà inevitabilmente nell’oblio. «Eccellenza e cultura» sono invece destinate a vivere per sempre. La musica di Johann Sebastian Bach è tutto questo: immensità in cui perdersi e ispirazione per migliorarsi sempre.

Non solo di denuncia si tratta, ma anche di un inno alla volontà. JSB mostra la reale possibilità di poter fare tanto anche con mezzi limitati; un manifesto che riporta alla mente il concetto di un teatro povero, fatto innanzi tutto di persone, di condivisione. Teatro come bene comune in grado di mettere in comunicazione culture che, altrimenti, non si incontrerebbero mai.

Lo spettacolo risulta essere ben pensato in ogni particolare, l’uso degli oggetti in scena è funzionale e originale. Sono questi a dare movimento a una messa in scena altrimenti troppo statica. È una penna d’oca, scoccata come fosse una freccia a trafiggere il palco, a dare inizio allo spettacolo con un gesto rapido e pulito, che rapisce lo sguardo dello spettatore. Così come i fiori di stoffa, posati uno ad uno davanti al pubblico, a rappresentare i sette figli nati dal primo matrimonio, commuovono per la loro delicatezza. Tutti gli elementi della composizione scenica trovano nella rappresentazione un giusto equilibrio e una formula dal linguaggio immediato che scuote lo spettatore sia per l’intensità della musica che per la bravura di ogni singolo performer. È il nome del musicista tedesco a dare l’avvio e la conclusione allo spettacolo: «Johann. Sebastian. Bach.» viene scandito più volte seguendo un ritmo musicale disinvolto che non può non imprimersi nella mente. La reiterazione del nome agisce svuotandolo del suo portato storico e facendolo divenire un nome come un altro. Si vuole così offrire ai presenti il privilegio di potersi identificare nella vita e nei pensieri di una delle personalità più geniali della storia.

È un ottimo inizio per un teatro che ha fatto della condivisione e dell’autosostentamento il proprio fulcro, e ci auguriamo che in futuro sia ancora la ricerca dell’eccellenza a guidare le scelte del Teatro Coppola, così come ha dimostrato di saper fare con questo primo allestimento.

foto di www.lavoroneroteatro.com