La stroncatura «sulla lingua del tempo presente»

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La stroncatura è scura, ruvida, integrale, un po’ acidula e un prodotto tipico del Sud. Esattamente come la pasta calabrese. Stroncare è qualcosa di più forte che troncare, significa tagliare, recidere di netto in modo che il taglio o la recisione risultino definitivi. La recensione somiglia tanto alla recisione, a un taglio morbido che attraversa tutto il materiale e ne mostra per bene l’interno; la stroncatura è piuttosto un colpo assestato con una tale forza da non aver più nulla da mostrare se non brandelli, lacerti. In senso figurato, la stroncatura di un libro indica che lo si è aperto fino al suo punto di rottura: il libro si rompe in mano e la sua trama s’è sfilacciata per sempre. È un’operazione da sarti o da grandi cuochi d’una volta, bisogna saperci fare.

Come si legge in filigrana, la fonte è: http://accantoalcamino.wordpress.com/2012/06/28/non-tutte-le-stroncature-vengono-per-nuocere-alcune-vengono-per-cuocere/
Come si legge in filigrana, la fonte è il blog di cucina «Accantoalcamino»

Gli editori di libri hanno dalla loro, però, l’opportunità di produrre libri resistenti, i cui punti di rottura siano difficili da trovare anche per i più esperti lettori, per l’appunto detti “lettori forti”. La stroncatura trova a sua volta i propri punti di forza proprio nella pasta di cui è fatto il libro: dev’essere scura, per mettere subito in chiaro che si tratta d’un vuoto, che non rimane più nulla, che si resta con un pugno di mosche nere in mano; ma dev’essere anche ruvida, per dare un assaggio della natura stessa di cui parla (il linguaggio in cui è scritta deve graffiare nella misura in cui ha avvertito lo strappo, il cedimento del libro stroncato); deve poi necessariamente essere integrale perché, se si rompe davvero, una cosa si rompe del tutto e irreparabilmente in ogni sua parte, non come quando una recensione sfiora il libro qui e là; infine, non deve mai mancare un po’ di acidume, una vena polemica, il prodotto inevitabile del nervosismo procurato e necessario per compiere lo sforzo, perché si deve avvertire in petto la tensione fibrosa dello stroncatore. Per tutti questi motivi la stroncatura è spesso un prodotto tipicamente meridionale, generalmente per una questione di carattere, di piglio e cipiglio.

Ci sono libri piccolissimi ma resistenti all’uso e all’usura dei tempi e delle mani, oppure libri grandi e pesanti ma tanto deboli che persino un bamboccio solo un poco cresciuto spezzerebbe pur senza volerlo. La forza d’un libro sta nel libro stesso, perché il suo contenuto è l’unico a far sì che esso resista o ceda alle pressioni dei lettori che giustamente pretendono, vogliono, esigono. Ma cosa può esigere un lettore da un autore se non che il suo libro perduri a sé stesso ovvero, come dice la filosofia dei testi, che «sopravviva» alle interpretazioni? Se il testo ne esce vivo, ancora e nonostante tutto, ecco che, come per magia, il suo autore può sopravvivere a sé stesso, supera sé stesso. Dunque la stroncatura d’un libro, se a regola d’arte, ammazza l’autore “in ispirito”, cioè gli nega la vita eterna (lo abbandona e riconsegna al tempo quotidiano). Certuni, talvolta, ringraziano per questo.

Zagrebelsky
Il libricino della collana “Vele” Einaudi

Con queste premesse ci si può sentire di fronte a un tribunale ma non è così, si tratta di un semplice gioco di forze, cui la letteratura s’espone per natura. E che la letteratura, quando è il caso, racchiude amorevolmente dentro di sé. Il punto è il seguente: se non è il caso, non è una stroncatura. Ma giusto per capire che si tratta soprattutto di forze e sforzi editoriali, prendiamo ad esempio alcuni libri grossi e piccoli: uno è Sulla lingua del tempo presente di Gustavo Zagrebelsky, esile libricino della collana “Vele” Einaudi. La sua debolezza non è data tanto dalla stretta aderenza alla cosiddetta attualità («l’argomento di questo libro è la lingua del presente momento sociale e politico»), già segno nefasto per chi è in cerca di fortezza, è data piuttosto dalla sua confezione: questa bomboniera è infiocchettata e presentata come breve trattato sulla lingua italiana contemporanea, il cui sfondo teorico è dipinto a tinte apparentemente fortissime. «Noi non solo pensiamo in una lingua, ma la lingua “pensa con noi” o, per essere ancora più espliciti, “per noi”».
Questa frase, letta come si legge, è semplicemente perfetta. Non serve dire altro: la lingua pensa al posto nostro, è la lingua a pensare, e non noi. Noi pensiamo “attraverso” la lingua in quest’unico senso e non in altri. Peccato però che questa frase si dimostri, aprendo il libro da parte a parte, la sola a significare quel che significa; tutto il resto mostra soltanto che si intende dire la cosa più banale, che il linguaggio è importante per capire lo stato in cui versa una società in un dato tempo. Cosa banale non perché sia vera, ma perché è proprio luogo comune per eccellenza: un libro offerto per sfatare luoghi comuni persevera nel più banale di essi. Editore e autore, qui in perfetto accordo dato che il primo cita chirurgicamente il secondo, responsabilmente ingannano quel disgraziato che spera ancora, il famigerato “ingenuo” o il filosofo pigro.

L’altro esempio (perché ne bastano due, di esemplari) compone in realtà una piccola famiglia, quella dei classici della filosofia condannati senza appello da editori e curatori. Costoro, inseguiti dalla fretta del lavoro accademico-operaio, sfornano volumi indegni di questo nome. E non si fa differenza, s’è detto, tra esile e massiccio: il volumotto edito da Mimesis della Fisica di Aristotele curato da Luigi Ruggiu, nella collana diretta da Luigi Perissinotto, è corposissimo e tuttavia frangibile come un grissino (la pasta è quella). Gli errori di stampa sono infiniti, mancano parole, mancano lettere qui e là, molti passaggi risultano perciò del tutto incomprensibili; non c’entra Aristotele, che s’era pur messo d’impegno, quando fu, nel prendere appunti; né c’entra chi si provò a sistemare a modo suo le “carte”; c’entra chi è entrato da una parte e per uscirne deve “uscire”. I libri escono e il lettore, di nuovo, fa la parte del cretino, del filosofo disgraziato. Poi ci si chiede perché i filosofi siano poveri: le devono comprare tutte, le edizioni, una per una, perché ne trovino una decente. Il testo a fronte, a mo’ di scusa, è messo lì per quello: che il greco ci salvi tutti. (Si legga Zanatta, se va proprio male.)

«Hegel» di Heidegger edito da Zandonai
«Hegel» di Heidegger edito da Zandonai

La famiglia è grande, basterà pensare in ultimo alle lezioni di Heidegger su Hegel. Qui la complessità tocca delle vette orientali, ma solo per chi non ne capisce granché. Ci si mettono nel mezzo pure i cari editori e autori (la responsabilità si distribuisce spesso paritariamente): l’editore Guida, “la nuova” Guida, pubblica quelle importanti lezioni heideggeriane in una traduzione guidata e diretta da Eugenio Mazzarella, che riesce nell’imbarazzante tentativo di superare l’edizione Mimesis di Aristotele: qui le frasi sono persino incomplete, mancano attacchi o conclusioni, si tratta di un testo che è già in brandelli, in pezzi resi talvolta in un italiano incerto. La lingua del tempo presente è allora quella già in pezzi?
Anche qui il filosofo però si consola, dopo la faticosa seconda navigazione, la terza, la quarta… Il piccolo editore, nuovo davvero, pubblica un libro resistente, bello, buono, da affrontare, perciò degno: si chiama Hegel, di Martin Heidegger, di cui si ritrovano quelle lezioni. L’editore è Zandonai. Davide vinse con l’astuzia Golia, ma a vincere certe battaglie a volte basta meno.