«Hanno tutti ragione», di Paolo Sorrentino

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Le esistenze, sono solo tentativi, perlopiù fatti a cazzo

Non si può capire. È difficilmente esprimibile a parole il grado di vitalità che il primo romanzo di Sorrentino trasmette. Pasolini, citando Berenson, individua come criterio estetico per film e libri proprio la vitalità. Ebbene, con una facondia che, in esplosività, supera i vulcani terrestri e s’approssima piuttosto a quelli di Giove, Tony Pagoda, famoso cantautore napoletano e protagonista del romanzo in oggetto, è capace di dire l’essenziale in ghirigori di estro che rimandano a poco altro fuorché al Louis-Ferdinand Céline del Viaggio al termine della notte. Nonostante alcuni difetti che potevano essere appianati, Hanno tutti ragione «[dice] a tutti il segreto della vita. Oppure, più realisticamente, [svela] la vita come dovrebbe essere e non è. [Dice] che l’arte è più importante della vita. E non è poco» (lo dice Tony del Pesante, un boss camorrista che lo stima e lo protegge).

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Se l’anima fosse un telo di stoffa, quella ipertrofica di Sorrentino sarebbe piegata in quattro per poter entrare nel suo corpo. Com’è possibile riempire trecento pagine di un monologo geniale, esilarante, sempre nuovo? Questo romanzo è verboso ma votato all’essenziale, semplicemente potente.

Ed è talmente denso che ogni pagina si legge come fossero dieci. È talmente vero e spietato che mi sorprendo di come Fabio Fazio abbia potuto invitare l’autore a parlarne in prima serata di fronte al pubblico bigotto e perbenista che perlopiù è il suo.

È una nuvola traboccante di pioggia di vita e di morte e di malinconia. Si ride, si piange, c’è poesia e c’è trivialità, c’è struggimento e voglia di vivere, c’è angoscia e c’è compassione, c’è stanchezza e sincerità. Non vi allignano mai banalità o momenti morti, nessuna mediocrità. Quando tocchi le vette e l’essenziale, come quando si ama o si ascolta un genio della musica o si legge un libro come questo, la vita è una meraviglia: «Sai che stai morendo per una giusta causa», direbbe Tony P.

È un diluvio di lezioni di vita spartite da uno scettico relativista come pochi. Che dice, per esempio: «la vita è una favolosa rottura di coglioni. Ma su cosa dobbiamo concentrarci? Sulla rottura di coglioni? O sul favoloso? I comodi si adagiano sulla rottura di coglioni». Solo chi non sa di non sapere si sorprende di potere ricevere vento di scetticismo da un sentenziatore apodittico. Solo due tipi di persone sparano a zero sul mondo. Il nazista convinto, che è un monolite, una causa persa dell’umano. E poi lo scettico nichilista cinico ironico; insomma il santo, l’illuminato. Tony P./Sorrentino è, come ogni cinico, un romantico deluso, un melanconico con la sensibilità d’un rilevatore di neutrini. C’è poco da fare: questo è il risultato.

Se nella falsa prefazione al libro si trova un elenco immenso di cose intollerabili, cui Sorrentino oppone solo la «sfumatura», vorrei mettere l’accento su questo: ciò che unisce ogni frase del libro all’altra è l’odio per il politically correct, per il falso e per ogni velo innecessario. Infatti «è chiaro come la merda», per dirla con Tony P., che non è solo il linguaggio di questo libro al tritolo che abbatte tutte le barriere dei cretini, ma sono proprio i contenuti.

Diroccando ipocrisie timori pudori, le pagine di Sorrentino vanno al cuore delle cose, proprio come faceva Céline. L’amore, la morte, l’amicizia, la notte: questo ed altro i due capolavori condividono. E non a caso è accanto a Viaggio al termine della notte che ho sistemato questo libro nella mia libreria.

  • Simo

    You see, in this world, there is one awful thing, and that is that everyone has his reasons.” These lines, spoken by Jean Renoir, playing the role of Octave in his masterpiece, “The Rules of the Game,” sum up the director’s own humanistic vision of the world — his sympathy, his curiosity, his melancholy appreciation of the boundless ambiguities of life.