«L’infinito» questo sconosciuto

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L’infinito questo sconosciuto nelle argomentazioni speculative di Elio e Cateno

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L’ermo colle, quella collinetta nei pressi di Recanati, che diede l’illuminazione dell’infinito a Leopardi, oggi sembra essere in pericolo. L’infinito starebbe per essere posto più in là, altrove, fuori anche dall’immaginazione… per far posto a qualcos’altro.
Leopardi senza il colle? Si può, almeno secondo il fastidiatore e castigatore Cateno, che in una rispondenza epistolare sentenzia: «Non dico che l’ermo colle sia indifferente per Leopardi, ci mancherebbe; dico invece che se oggi non ci fosse più, per noi sarebbe indifferente quando leggiamo Leopardi, come quando leggiamo Platone e pensiamo all’Accademia».
Cateno mena duro!
Accenno una timida risposta: «Caro Cateno, dici che potremmo radere al suolo il colle e la poesia non ne verrebbe scalfita. Come dire distruggiamo il Colosseo e la storia, anzi la memoria storica, non subirebbe una menomazione. […]. Il colle condizionò il poeta. Se Leopardi fosse vissuto ad Ancona, forse non avrebbe scritto l’Infinito, non ci avrebbe dato una “definizione” dell’infinito».
Ma Cateno è irremovibile. Seppure riconosce il valore della memoria del colle, non ne ravvede l’importanza di una conservazione della memoria statica.

Il colle è propedeutico all’ispirazione del poeta. L’Infinito non è una storia o un racconto dell’uomo, è l’idea di uno spazio che si annoda in innumerevoli varianti di pensiero. Non è un luogo che si può fingere di avere visto, ma un luogo da cui Leopardi ha percepito una labile visione spaziale, un frammento di quell’eternità che è congiunta all’infinito, che nel colle, in quel colle si è concretizzato in un momento, per poi disperdersi e lasciarne traccia poetica. Colle che raccoglie l’anima dell’infinito, il suo spirito impalpabile, insondabile, non codificabile nella genetica delle percezioni sensoriali.
Cateno, ancora, mi consiglia di non riproporre il testo de L’infinito: «Lo si trova in ogni dove, tutti (ma proprio tutti) lo abbiamo letto almeno una volta nella vita».
Non posso dargli torto. Ma è in gioco l’avvenire de L’infinito: una rilettura farebbe bene a tutti, poiché in quei versi vi è un sogno, un’illusione, un’idea di sopravvivenza, che inavvertitamente la società ha soppiantato con ben altre cose, privandosi di un “benessere”. Recuperare Leopardi, preservare il suo colle, rileggere i suoi canti, appare in una società come la nostra – dedita all’essenzialità del divenire e della soddisfazione materiale – anacronistica e priva di utilità, decretando l’inaridimento di tutte le opere letterarie.
L’infinito oltre a rappresentare un chiaro esempio della nuova poesia leopardiana è, al contempo, la conflittualità e dissidio tra finito e infinito, tra realtà e idealità.
Ricordanza di una lirica che non vuole essere ripetizione, ma evocazione di bellezza d’immagini produttive di altre immagini. L’attenzione volontaria è assuefatta all’esercizio di cui più interessa, mentre l’attenzione involontaria – pura e innocente – potrebbe restituirci appunto il piacere della ricordanza. Il piacere della ricordanza suggerisce un approfondimento non di un’estetica “sensitiva” ma della nozione e del campo dell’immaginazione. Difatti i piaceri dell’immaginazione non si organizzano in un’estetica, ma sono da considerare entro un’etica che valorizza il tempo della memoria spostata sul piano dell’immaginazione: Del resto la rimembranza quanto è più lontana, e meno abituale, tanto più innalza, stringe, addolora dolcemente, diletta l’anima, e fa più viva, energica, profonda, sensibile e fruttuosa impressione, perch’essendo più lontana, è più sottoposta all’illusione; e non essendo abituale né essa individualmente, né nel suo genere, va esente dall’influenza dell’assuefazione che indebolisce ogni sensazione.1

Ricordanza dunque determinata da il caro. E questa siepe, che da una parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, sono il punto di arrivo nella memoria e il punto di partenza per una meditazione sull’infinito. Il desiderio leopardiano è una “tendenza”, e, perché “ingenita o congenita coll’esistenza”, non può realizzarsi “in questo o quel piacere”, che non la esaurisce, “ma solamente termina con la vita”.2 Assunto che esplica l’amara delusione di veder realizzato il desiderio del piacere, o meglio l’impossibilità di circoscrivere il piacere in durata e in estensione fa permanere lo stato di desiderio che non si realizza. Leopardi forse aveva già immaginato che il suo amato colle sarebbe diventato altro, deturpato e sacrificato all’insoddisfazione del desiderio che compulsivamente tenta di soddisfarsi con qualsivoglia surrogato del piacere. L’infinito senza il colle di Recanati non sarà più una lirica, né potrà demandare all’immaginazione la sua continuazione, sarà monco e pietra tombale dell’infinito. Neanche l’immaginazione fungerà da scudo contro l’urto devastante delle ruspe e ancora una volta saremo costretti ad assaporare la durezza del quotidiano nelle secche della speranza che non mutano la realtà ma la rendono ancora di più inadeguata all’immaginazione. Non vi è dunque percezione che muove verso qualche fiducia, rimane ancora per un po’ nello sguardo del poeta il colle: approdo per un’illusione piena di infinito, luogo convenzionale dell’infinito.

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non trovate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, quell’individuo più, qual meno.
Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini.3

Leopardi seppe sommare, condensare e dilatare quell’Infinito, dandocene suggestioni e immagini, che ad oggi sono state sottovalutate e non comprese dalla critica, portando il pensiero filosofico leopardiano nei confini scolastici, trascurandone aspetti psicologici e gnoseologici, che invece risultano fondamentali in tutto lo sviluppo dell’opera leopardiana. Si è d’accordo con Bortolo Martinelli, quando afferma: è altresì mancata la storicizzazione di alcuni termini portanti del pensiero leopardiano: natura, ragione, spirito, materia, conoscenza, desiderio, passione, visti in dimensione diacronica, dalle dissertazioni filosofiche del 1811-12 alla Ginestra e in rapporto alla filosofia del Settecento e del primo Ottocento.Non è agevole, né credibile – mi rendo conto – affermare che la lirica L’infinito sia d’impostazione filosofica; potrebbe tutto ciò apparire come un “falso inganno” del pensiero non solo filosofico in senso generale, ma anche nel contesto leopardiano. Si potrebbe invece ipotizzare che l’Infinito sia difatti un desiderio dell’uomo di potersi confrontare con un nulla che avrebbe – nel caso si riuscisse a comprenderne il significato – certezze per una porzione di finito che si conclude in un’immagine reale di finito. Allora quel colle rappresenterebbe ancora per noi, per coloro che verranno, un punto di riferimento da cui si potrebbe fissare lo sguardo per un’ulteriore indagine che nella temporalità dell’eternità potrebbe svelarci una certezza, un principio fisico logico di cosa sia l’infinito.

Avrò convinto Cateno? Non penso! E attendo di leggere il suo lavoro: Dialogo del consiglio di stato e di un ministro sull’ermo colle.

  • Pietro Ingallina

    Il buon Italo Calvino, ne “L’esattezza” (in “Lezioni americane”) ha proposto proprio questa interpretazione sull’intento filosofico della lirica in questione.

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  • Si ritiene utile per un approfondimento l’articolo “Marinetti amò Leopardi”, consultabile all’indirizzo http://www.mnews.it/2014/04/marinetti-amo-leopardi-di-pierfranco.html

    Uno stralcio: Scavare tra le ombre della siepe e catturate gli infiniti non è pessimismo. L’infinito è attraversare anche sul piano metafisico il pessimismo nel “passatismo” e dare un senso alla dinamicità del pensiero. L’infinito è essere negli infiniti. Ecco perché Ungaretti uscito dalla trincea rimodernizza Leopardi anche ponendolo oltre il modello del neo o post classicismo. Certamente non come lo inquadra Cardarelli nei moduli rondeschi che si contrappongono al Pascoli “stornellatore”.