L’assurda bellezza del calcio

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Non furono affatto inopportuni al conferimento del premio Oscar i ringraziamenti di Paolo Sorrentino a Diego Armando Maradona, un calciatore, forse il più grande di tutti i tempi. D’altronde, per ammissione dello stesso Sorrentino, è stato lui ad insegnargli come “fare spettacolo”. Non tanto per i suoi exploit, anch’essi celebri, fuori dal campo, quanto per quelli dentro al campo, per il suo modo “spettacolare” di giocare a calcio e fare del calcio uno spettacolo. C’è chi scrive meravigliose canzoni e chi, palla incollata al piede, va in gol. Il talento, la virtù, il genio, si incarnano in molteplici forme; una di queste è l’atleta, colui che fa del corpo e del suo movimento un’opera d’arte (lo sapevano bene i Greci che per disputare le Olimpiadi e ammirare le prodezze dei partecipanti smettevano perfino di ammazzarsi a vicenda), e nella fattispecie il calciatore, colui che con la sua arte del pallone riesce a stregare miliardi di persone. Perché?

«Un calciatore produce un’emozione che è identica a quella di un artista, e nessuno si stupisce che Picasso sia miliardario», diceva Vittorio Sgarbi al Processo di Biscardi. Si discuteva degli ingaggi esorbitanti dei calciatori, e così Sgarbi, con un colpo di classe retorica ammutolisce una platea estasiata dall’auto-evidenza delle sue parole. E tuttavia dice cose sensate: il bel calcio, dal momento che provoca le emozioni che provoca, è da considerarsi alla stregua della bella opera d’arte, sempre che anch’essa riesca a provocare emozioni. Perché è proprio qui che risiede la forza del calcio, nella sua trasversalità, nella capacità di stregare un pubblico così vasto.

Ridicole quelle affermazioni (sostenute da chi, per idiosincrasie personali, di solito suffragate dall’idea che il calcio sia per maschi e per di più ottusi) che bollano questo sport come un’inutile manifestazione di uomini in pantaloncini che prendono a calci un pallone. E che volete? Anche se fosse, rispecchierebbe finemente la nostra assurda condizione umana.

Il calcio, il bel calcio, è spettacolo ed è spettacolo artistico. I calciatori (e tutti gli atleti) sono artisti che con costante impegno mettono al servizio di tutti il loro particolare talento, suscitando emozioni. D’altronde a cosa serve lo spettacolo? A cosa l’arte? È questo il vero motivo del successo dei Mondiali di calcio: la gente vuole sognare, emozionarsi, apprezzare il gesto tecnico, che è la pennellata del pittore, aspettando il gol e la vittoria, le opere d’arte finalizzate.

Vogliamo vedere il calcio, vogliamo vedere cose belle, vogliamo vivere.

  • lexmcenzie

    Fermo restando che rispetto il pensiero – breve – ritengo veritiero soltanto il passaggio “rispecchierebbe […] la nostra assurda condizione umana” e non tanto per il gioco in sé – del quale il gesto atletico è mezzo e risultato dello spettacolo – ma in quanto rappresentazione quasi obbligatoria da seguire in date prescelte e accompagnata da imbarazzanti commenti e postille della più vacua utilità. La gente, appunto, vuole sognare eppure il sogno o la meraviglia non sono solitamente accompagnati, meglio dire anticipati, da policromatici annunci pubblicitari. Non mi voglio inoltrare poi, e non possiedo conoscenze approfondite per farlo, nella selva che riguarda la tirannia sociale e democratica degli sport intesi in chiave nazionalistica. Insomma, se di meraviglia mi voglio nutrire credo sia più produttivo andarla a cercare ( ancora meglio non cercarla ) lontano dall’apposita pagina del televideo che ne annuncia l’arrivo imminente. Come disse quel tale latino “pane e giochi” e il calcio si spostò magicamente dalla palla al culo.