Tre parole su «Erodiade»

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erodiade

Contesto. Al tempo del Battista, il diritto romano già concedeva che la moglie avesse la possibilità di ripudiare il marito. Secondo la legge ebraica alla moglie il privilegio non era concesso, né le era concesso granché. Questo abisso giuridico sta al centro della vicenda che lega Erodiade alle sorti del profeta. Non solo. C’è un altro abisso, quello tra il profeta dell’Antico e quello del Nuovo Testamento. Isaia aveva detto che una voce grida di preparare nel deserto la strada del Signore, ma Giovanni riprende quelle parole alla rinfusa: adesso la sua è una voce che grida nel deserto. Una cosa è parlare del deserto, un’altra è parlare nel deserto: la voce di speranza di Isaia sembra, al tempo del Battista, un grido disperato. Invece di dedicarsi, come fa il ‘pagano’ o l’«uomo di campagna», a rendere fertile il deserto ebraico, questo profeta confuso grida allo scandalo di Erodiade: non può ripudiare il marito e sposarne il fratello. Al tempo del Battista, anche le più periferiche corti romane non perdonavano: dicono ci sia andata di mezzo la sua testa.

Testo. Testori, tra gli ultimi a rivisitare questo splendido ed emblematico passaggio a cavallo tra il mondo romano e quello giudaico, offre un’immagine suggestiva di Erodiade straziata dal dilemma dei due mondi: da un lato l’amore per Giovanni, dall’altra la tentazione maledetta di pensare un dio incarnato. In effetti, lo scandalo vero è questo: pensare un dio in carne e ossa. Questo pensiero la tormenta ben più che la perversione della figlia. Non è una questione di moralità, di insulse e private beghe tra madri, figlie, mariti e zii; è una questione teologica. E la cosa può indispettire persino lo spettatore. Per fortuna, Testori lo chiama in causa direttamente, forse perché avverte la misura del dispetto. Il testo di Testori è rispettato da Marco Sciotto, regista e attore nei panni di questa «Erodiade», ma finalmente si avverte un cambio di prospettiva: è come se a cambiar sesso in scena si cambi anche punto di vista. La donna chiaramente parteggia per il Battista e quindi per il suo dio, perché la tentazione è troppo forte e l’amore ha la meglio. L’uomo che inscena la donna, che ne prende il trucco e un’idea di abito, tradisce il proprio spirito maschile e quando dice degli dèi, che sono tanti, s’avverte un rimpianto, una nostalgia, un desiderio di senso che col dio unico va perduto insieme all’amore per l’uomo, fatto di carne e ossa. A un certo punto è detto chiaro: per pensare dio in un corpo umano, bisogna dimenticare la corporeità del dio. A far dio uomo, va perduta la fisicità degli dèi pagani. Erodiade sceglie il dolore umano, affranta da quello stesso dolore. Allo spettatore tocca capire cosa però sia andato perduto.

Nota. Lo spettatore. Abituato, com’è, all’intrattenimento, risulta difficile concentrarsi sugli avvenimenti, cogliere una storia da un monologo, capire le differenze tra i due mondi e operare una scelta, anche fosse per qualche breve istante. La sedia, le gambe, il telefono: queste le priorità, per la maggiore. Per fortuna Sciotto offre, disincantato, una versione cinematografica dell’opera teatrale, con maestria nelle luci, nei suoni, nelle voci. Fa di tutto per smuovere il concetto nello spettatore, lo fa benissimo. Non a lui tocca riflettere o agire in un senso piuttosto che in un altro: l’attore non pensa né agisce mai, egli solamente smuove il concetto. Non può dunque far altro che smuoversi nella maniera più confusa possibile, dall’inizio alla fine.