Ulisse e Polifemo

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Ulisse e Polifemo: l’uno eroe, l’altro bonaccione. Una possibile demitizzazione del mito

La mitologia si potrebbe ragionevolmente definire la religione dell’altro popolo. Altrettanto semplice è definire la religione: è mitologia fraintesa. Il fraintendimento tipico consiste nell’interpretare i simboli mitologici come se riferissero a fatti storici.
Joseph Campbell

Polifemo-di-Carracci

Polifemo1 nacque con un occhio, di aspetto gigantesco, deforme per eccesso. Gli dèi così lo vollero.

Pari a un dio, la cui forza è grandissima
fra tutti i ciclopi: lo generò la ninfa Toòsa,
la figlia di Forco che si cura del mare infecondo,
congiuntasi con Posidone in grotte profonde.
Da allora Posidone che scuote la terra, Odisseo, no,
non lo uccide, ma lo respinge dalla terra dei padri.2

Polifemo: ciclope, pastore, cieco, diverso, peloso, sgraziato, comico, monstrum in fronte, monstrum in animo. Eccelle in bruttezza: è un essere immane che abita in una grotta fra le capre e la muffa del tempo, quel tempo che non gli renderà mai conto, ciclopico anche esso, immobile, profondo e inespresso. Si nutre di carne umana e tiene in pochissimo conto gli dèi dell’Olimpo. Re delle capre. Custode del tempo sedimentato e obliato nel presente, non narrato, liquido. Senza spirito né morale eroica. È sole spento. Muore nelle proprie debolezze e nelle significanti assenze di intelligenza. È il simbolo della decadenza dell’eroismo, in quanto la sua sopraffazione è dovuta alla sua debolezza; è privo di qualsiasi architettura di combattimento per meritarsi elogi e vittorie. È preda fin troppo facile per l’astuto Ulisse, come in un semplice gioco della playstation.

Che questione è mai questa? Vincere il debole è affare per ragazzi. Sono questi gli uomini straordinari? Tutto a favore di Ulisse per una gloria spropositata e voluta dagli dèi per inculcare il culto del mito? In verità si presenta il problema nell’attualità di stabilire se le figure mitiche possano in generale rappresentare quei modelli di ruolo stabiliti nell’antichità. E ancora, se non sia possibile una interpretazione aggiornata, semplificativa che si concretizzi in una necessaria demitizzazione del mito. Insomma sembrerebbe necessario un tentativo di ammodernamento della mitologia, correndo anche il rischio di sorprendere fin troppo.

Mito non equivale a storia; i miti non ispirano storie di persone che hanno vissuto vite notevoli. No, il mito supera i limiti dell’esperienza sensibile, della realtà tangibile, manifestandosi nella massima assurdità dell’accadimento e delle peculiarità degli eroi, così come voluto, ovviamente, dai Greci per significare ogni aspetto irrazionale dell’uomo che potesse trovare una sana giustificazione nella razionalità del mito, attraverso l’oralità di molteplici cantori. Il mito circoscrive l’azione dell’evento di cui si vuole manifestare la morale quanto basta per sottolineare il limite umano superato dall’intervento eroico che mette a posto le diatribe e le velleità degli uomini, affinché venga proclamata una saggezza non umana ma deistica.

Ulisse è il personaggio centrale dell’Odissea: l’eroe più celebre di tutta l’antichità, da cui il fascino che promana suggestiona e articola la narrazione a tal punto da delineare – nella figura dell’eroe, ammirato, amato, idealizzato, detentore delle virtù che piacciono alla comunità di appartenenza, la supremazia del diverso. Tra l’eroe e gli altri, la diversità genera e istituisce conflitti, poiché la ragione della forze e dell’ingegno devono prevalere sino a provocare violenza e morte secondo un dettato non condiviso ma unilaterale.

Ulisse, del quale Omero celebra le gesta, è dotato d’intuito e perspicacia (polymetis), sa adattarsi alle più inattese situazioni (polytropos), ha grande astuzia (polymechanos), è fonte di pensiero (polyphron), sopporta le più terribili sofferenze (polytlas), tutto, non gli manca niente, incarna tutte le caratteristiche dell’uomo moderno: potere, passione militare, comando, affabulazione e persuasione, donnaiolo (Circe, Nausicaa, Calipso, ecc.), senso di superiorità etnica e di stirpe, rispetto formale della religione, bugiardo. Il suo motto si potrebbe riassumere: “Mentire sempre”. È incapace di vivere una vita tranquilla, ha bisogno del conflitto, la spada gli scorre nel sangue, la menzogna è l’elaborazione massima del suo pensiero che non delinea forme di sollecitazioni ai fini del bene comune bensì l’appagamento eroico. Si potrebbe paragonare a un reduce di una sporca guerra (come tante) che non riesce nell’inserimento sociale, destinato allo sbandamento; intollerante verso le comuni regole. Alla fine delle sue peregrinazioni torna vecchio a Itaca, certamente non solo per rivedere la sua Penelope, ma perché stanco, sazio di avventure, con l’intento di riaffermare la propria autorità. Penelope e Telemaco sono invece vittime sacrificate all’altare del suo insaziabile desiderio di superiorità. Dante lo condanna all’inferno (canto XXVI), ottavo cerchio, in quanto consigliere fraudolento, uomo folle ed egoista che porta alla rovina i suoi compagni, raggirati col miraggio di una conoscenza illimitata fine a se stessa. Morì di vecchiaia (forse) come ci fa sapere Plinio il Vecchio.

L’indole di Ulisse è anche di provocarsi guai, o meglio, situazioni in cui l’ideale del proprio Io può esplicarsi in tutta la sua grandezza senza il minimo istinto di conservazione, che per gli altri costituisce un modus vivendi universale dei comportamenti. Nel fattaccio del ciclope confessa di aver compiuto un’imprudenza, dalla quale i suoi compagni avevano invano cercato di dissuaderlo:

Io non li ascoltai – e meglio sarebbe stato –
Perché volevo vederlo, e che mi ospitasse.3

Ulisse non è Achille, l’eroe come affermazione e come negazione di sé, che ha l’imminenza della morte come prezzo da pagare per la conquista della gloria. Ulisse è prevenuto, furbo, calcolatore. Achille è l’eroe puro che spende la vita brevissima in funzione della gloria.

Quando Odisseo, evocando le anime dei morti, vede l’ombra di Achille, gli dice:

Nessuno
di te più beato, o Achille, in passato e in futuro:
prima infatti, da vivo, ti rendevano onori di dèi
noi Argivi, ed ora hai grande potere tra i morti
qui dimorando: non t’angusti, Achille, la morte.4

Dicevamo, dunque, che Polifemo ha un occhio in mezzo alla fronte, monòcolo. A tal proposito c’è un proverbio medievale che recita: Beati monoculi in terra caecorum, letteralmente suona: «Beati i monòcoli nel paese dei ciechi», ovviamente per monòcolo si può intendere sia chi ha un occhio solo sia chi vede da un occhio solo. L’infermità, o se vogliamo, la menomazione, o la diminuzione di cui è affetto il gigante, comporta una riduzione dello spazio visivo e consequenziale percezione difforme dello spazio e delle cose; sennonché le assimilazioni e le specificità di esse sono quasi nulle, tanto da renderlo vittima di una maledizione: non conosce appieno la realtà e non ha nessuna possibilità di immaginazione, di pensiero, di concetto.

Tra l’altro, non bada al suo aspetto: è rozzo, e tale rimane. Bestiale pastore misantropo. L’unico suo interesse è dato dal gregge, non conosce l’arte, non ha fantasia, non ha compagni, vive come un rettile nell’umidità della sua grotta. È una forza contraria a se stesso e alla natura. Potrebbe sfruttare la sua specificità di monòcolo per arrivare a vedere ciò che gli altri non vedono, informarsi meglio sullo stato delle cose, invece è acquiescente alla meraviglia. Rigettato indietro a se stesso sopravvive alle minime esigenze della vita. Nel mondo mitologico è corredo scomodo ma necessario per la sublimazione del potere eroico. Non risponde a nessun simbolo spirituale essendo il suo sistema nervoso simpatico inattivo. È indispensabile alla storia personale di Ulisse.

Gli dèi, anzi i Greci, lo vollero gigante-nano non per farsi quattro risate, ma perché doveva rappresentare e giustificare il mito dell’eroe, come altri nella fantastica storia dell’Odissea. Nessun accessorio, se si può dire così, gli fu dato per un’esistenza normale.

Vi dormiva un uomo immenso, che pasceva
da solo le greggi, lontano; non stava
con gli altri, ma viveva in disparte, da empio.
Ed era un mostro immenso, non somigliava
ad un uomo che mangia pane, ma alla cima selvosa
di altissimi monti, che appare isolata dalle altre.5

Ulisse così descrive il Ciclope:

E arrivammo alla terra dei Ciclopi violenti
e privi di legge, che fidando negli dèi immortali
con le mani non piantano piante, né arano:
ma tutto spunta senza seme né aratro,
il grano, l’orzo, le viti che producono
vino di ottimi grappoli, e la pioggia di Zeus glielo fa crescere.
Costoro non hanno assemblee di consiglio, né leggi,
ma abitano le cime di alte montagne
in cave spelonche, e ciascuno comanda
sui figli e le mogli, incuranti gli uni degli altri.6

E ancora:

I ciclopi non hanno navi con le guance di minio,
non vi sono carpentieri tra esse, che lavorino
a navi ben costruite, in grado di fare ogni cosa
toccando luoghi abitati, così come gli uomini
vanno spesso con le navi sul mare gli uni dagli altri.7

Ulisse è l’eroe che tutto può, che vince sempre, che non ha paura. L’eroe che impone il dominio indiscusso e indiscutibile dell’aristocrazia eroica, esercitato e conforme al diritto del privilegio in dispregio di qualsivoglia forma di legalità e di giustizia secondo lo stile greco.

Nel sopraffarlo e nel negargli definitivamente la misera vista che possedeva, verosimilmente gli concede la grazia di vedere. Polifemo da quel momento in poi è costretto ad attivarsi per incominciare a riconoscersi e a individuare le cose della realtà.

Non conosciamo il prosieguo della sua vita dopo l’accecamento: Omero lo ha volutamente omesso per relegarlo nell’oblio (?) e fissarlo nei secoli come il simbolo di una civiltà basata essenzialmente sulla pastorizia, la quale non può essere ad ogni modo considerata civiltà, mancando quasi tutti i fondamenti per essere tale, atteso che vi è assenza di ogni forma di intesa, di dialogo, di comunicazione e di cultura.

La storia di Polifemo è un intarsio pregevole del mosaico eroico di Ulisse, dove per tutto il poema dell’Odissea è l’eroe superiore ad ogni altro abitante del Mediterraneo. I Greci non soltanto veneravano un gran numero di dèi, ma prestavano un culto agli eroi. La mitologia greca è affollata di eroi, ricordiamo: Perseo, il vincitore della Gorgone Medusa, Giasone che conquistò il vello d’oro, Teseo che uccise il Minotauro, Eracle, vincitore delle dodici fatiche e fu elevato al rango degli dei. Il poeta Esiodo nelle Opere e i giorni colloca la stirpe degli eroi immediatamente prima di quella degli uomini.

La forza di Ulisse contro la debolezza morale e intellettiva di Polifemo riafferma il principio della dominazione. Ulisse, il magico, the best, nella terra di Polifemo si comporta come un ladro: saccheggia e uccide capre e pecore per saziarsi oltre ogni decenza. Poi ne dà di lui una descrizione pregiudizievole: è un mostro solitario, feroce e ingiusto, privo di affetti, non sposato, senza figli, senza amici e parenti.

Lo inganna con continue e destabilizzanti menzogne che colpiscono come dardi velenosi la sua naturale debolezza. Il gigante si mostra incapace di evitare le trappole dogmatiche che gli vengono proposte sul piatto della falsa cortesia. Un bel gioco di parole e tanto vino offerto portano infine Polifemo al sonno e al tragico epilogo della sua ultima condizione d’essere cieco. La vendetta, ancora una volta, è consumata con l’inganno anche di rivelare la propria identità, propinando all’infantile Polifemo il nome di Nessuno.

Polifemo (cieco) deve attrezzarsi a vedere, ad accorgersi di un mondo, a riconoscerlo, a rapportasi con esso. Il suo passato pressoché normale potrebbe delineare un presente straordinario. La cecità è un rumore assordante che lo può disturbare, anzi spronarlo a riconoscersi in un sistema. Ogni giorno deve inventarsi ragioni di esistenza. Deve anticipare – con l’immaginazione – il proprio divenire. Non può permettersi (nella grazia della disgrazia) di vedere altre disgrazie: il purgatorio dei suoi occhi non consente più pigrizie né tentennamenti. È chiamato alla vita.

Il suo non è uno sguardo obliquo come quello di Ulisse che gli consente d’essere maestro nel mentire, in contrasto con la concezione di verità di Platone che difendeva una posizione senza compromessi, e sosteneva che in una vita morale c’è solo spazio per la verità. Mentre per Ulisse – così come sosteneva Montaigne – la menzogna è un maledetto vizio, seppure a volte vi è la necessità di dire una non-verità (Kant), che è comunque una cosa diversa, meno grave, una faccenda più onesta, un modo per frenare la lingua. Alla fine, però, si resta con la sensazione che Nietzsche avesse ragione: il fatto che le bugie siano necessarie la dice lunga sulla vita, e non in termini lusinghieri.

Polifemo è così ingenuo che si potrebbe definire idiota: è tarato a compiere cose minime. È inabilitato al ragionamento e alla consequenziale conoscenza che la verità è rigorosamente contrapposta all’errore secondo il principio di non contraddizione. Non ha una percezione sensibile per distinguere quel che è da ciò che non è. In questo almeno potrebbe essergli d’aiuto Spinoza: la verità è criterio di se stessa, mentre il falso può essere riconosciuto solo a partire dalla verità. Quel che vede e sente è per lui genuino come il latte di capra. Se fosse legato a un dio sarebbe almeno in grado di percepire un sentimento di smarrimento esistenziale che potesse illuminargli l’anima, così come ipotizzava Sant’Agostino. Purtroppo non possiede capacità di logica e di pensiero e non ha cognizione del soprannaturale né dell’eternità. Certamente non approderebbe alla verità neanche per caso, né avrebbe la consapevolezza soggettiva e oggettiva di possederla.

Per tali ragioni cade nella trappola di Ulisse come un animale che non conosce la bugia, la quale appartiene in esclusiva all’uomo, in linea con l’assunto di Plutarco di Cheronea. Infatti l’episodio narrato da Plutarco nell’opera Le virtù degli animali chiarisce meglio il concetto. Plutarco riformula l’evento dell’Odissea, in cui Circe trasforma i compagni di Ulisse in animali differenti a seconda del loro carattere. La donna dà poi la possibilità a Ulisse di salvarli, permettendogli di parlare con uno di loro (Grillo) a cui, per l’occasione gli viene data la parola. Ma per liberarlo dall’incantesimo dovrà, grazie alla sua dialettica, riuscire a convincere gli animali a chiedere alla maga la libertà per ritornare uomini. Accade pero che Grillo rifiuta: vuole restare animale; offende Ulisse e la sua incapacità di non vedere la razionalità e la saggezza posseduta dagli animali, essendo queste le naturali inclinazioni che li guidano verso ciò che è giusto. Essi faticano quanto basta per sopravvivere: non eccedono in nulla, attenendosi all’equilibrio naturale. L’animale non pecca, a differenza dell’uomo che non è mai appagato e propende verso la menzogna per andare oltre. Polifemo è allora animale che non pecca, che non sa cosa sia l’ambizione e la cupidigia. Mangia i compagni di Ulisse per il suo istinto naturale di saziarsi in linea con le leggi della sopravvivenza. Non commette reato né oltraggio agli dèi, né peccato. Ulisse lo sa e sfrutta le lusinghe dell’inganno, (o meglio della “nobile menzogna”) per incastrarlo. D’altronde la “nobile menzogna” non può essere affidata a chiunque, spetta solo ai governanti (Platone). Ulisse è re d’Itaca, ed è legittimato alla menzogna. Polifemo è invece l’uomo-animale abbandonato al suo destino di animale.

L’eroe multiforme, inconsapevolmente, rende però un grande favore al ciclope: lo acceca, ma al contempo gli fornisce gli strumenti dell’immaginazione – da non intendersi come espediente per continuare a vedere – ma come mezzo in contrapposizione all’illusione della realtà che oscura la via della verità. Polifemo d’ora in avanti possiede la facoltà di riconoscere ciò che è vero e ciò che è falso. L’accecamento non è la giusta punizione al suo essere ciclope, semmai la misera soddisfazione dell’eroe greco, il quale infrange i sacri principi dell’eroismo per una bravata, una cosa di poco conto in confronto ad altre imprese eroiche, dove almeno si tenta di affermare i principi fondamentali della giustizia, dell’onestà dell’agire per debellare nemici, ma anche (purtroppo) per conquistare, dominare genti e paesi.

Ulisse umanizza l’animale Polifemo. Il non-umano Polifemo entra nel sistema fondante della ragione. Acquisisce il senso dell’esistenza, il suo Io materializza il dubbio e per questo deve adoperarsi a capire, a spiegarsi le cose, a comprendere la sua umanità.

Il personaggio omerico è uno dei più noti e popolari della letteratura greca, a tal punto che gli autori posteriori ripresero la sua storia, aggiungendo o variando ciascuno qualche elemento, anche se nessuno di loro lo ha trattato in chiave drammatica come aveva fatto Omero. Lo hanno invece deriso, affrontato in forma burlesca, tragicomica o parodica, poiché un Polifemo diverso non avrebbe nessun senso. Fuori di queste parodie, il mito del ciclope non è ricordato nella poesia greca arcaica e classica neppure fuggevolmente. Davvero sfortunato! Il poeta siceliota Epicarmo, considerato il padre della commedia antica, scrisse l’opera Ciclope, facendo una caricatura del tiranno Dioniso il Vecchio.

Ma l’opera più importante di questa fase del mito è il Ciclope di Euripide: un dramma satiresco, l’unico che ci è pervenuto, integro, di tutta la produzione antica di questo genere. In esso la terra dei Ciclopi è identificata con la Sicilia; l’azione scenica si svolge ai piedi dell’Etna, dove è collocato l’antro di Polifemo. Il ciclope vive in compagnia dei satiri e del loro padre Sileno. I satiri, nella rappresentazione euripidea, sono lo strumento di cui si serve il poeta per dissacrare il mito e ridicolizzare Polifemo. Tutto il resto sono chiacchiere. Mangiare agnelli e capretti, bere latte e tirare scoregge per gareggiare con i tuoni di Zeus, fa sacrifici d’animali solo a se stesso, o meglio, alla più grande divinità, la sua pancia.

Ovidio inventa addirittura il personaggio del ciclope innamorato della nereide Galatea, presentando un aspetto sostanzialmente nuovo del personaggio. Nel Libro XIII delle Metamorfosi, Polifemo innamorato e musico, furente di gelosia, uccide Aci, mutato poi in un torrente per intervento divino. Ancora il mito viene nel Seicento rielaborato da Luis de Góngora in La favola di Polifemo e Galatea, in cui il tema mitico e la consolidata tradizione letteraria s’arricchisce di una originale fantasia visionaria: il viaggio dello sguardo cieco di Polifemo, in cui i colori convergono nel caos primordiale e saturano la vista, sicché nella tonalità del bianco la fantasmagoria dell’esistere pieno e rigoglioso coincide con la stasi e la morte. Galatea, bianca come il latte, è essa stessa insieme aurorale e accecante. Polifemo non è relegato al ruolo di mostro, è invece protagonista di una storia d’amore, purtroppo infelice. È un poeta che parla d’amore, schiavo e impotente dinanzi al sentimento.

Figlio sono dell’onde al dio supremo,
benché pastor; se il tuo sdegno non spera
che il monarca di questo abisso estremo
in trono di cristal ti abbracci nuora,
non celarti, te invoca Polifemo;
che sì gran sposo ammira la riviera
quale il sole mai vide più robusto
del lento Volga fino all’Indo adusto.

Nessuna rivalutazione o riabilitazione del gigante, almeno nel passato, era consentita. Doveva rimare come era.
Tra i poeti latini che trattarono di Polifemo, ricordiamo Properzio (Elegie).

Il poeta greco Luciano di Samosata, celebre per la sua natura arguta e irriverente dei suoi scritti satirici, nei Dialoghi marini, aventi a che fare col mare della mitologia greca, il narratore è appunto Polifemo stesso – la vittima – a esporre i fatti e a lamentarsi con il padre Poseidone di essere stato accecato da Ulisse. L’esposizione scarna di Polifemo evidenzia la sua pochezza mentale, la sua rozzezza, la sua ferinità. Nell’incipit, in cui egli riassume l’insidia subita: O padre, quali cose ho sofferto da quel maledetto straniero! La frase è davvero infantile, simile a quella del bimbo che va a lamentarsi dalla madre per le botte prese da un compagno di giochi. Poseidone chiede a Polifemo, con l’aria di chi si rivolge a un bambino ritardato: Chi è stato a osare ciò? Il figlio non ha compreso, mentalmente ritardato com’è, lo svolgimento dell’inganno; in particolare non si è reso conto dello scopo del doppio nome dello straniero, Nessuno prima, Ulisse dopo. Il dio non riesce a capacitarsi della stoltezza di Polifemo, e le sue domande sottintendono anche un morbido e velato rimprovero al figlio per il suo comportamento che ha cagionato anche la derisione e la beffa. Ulisse lo vince, lo mutila senza pietà; anche se tutto ciò si può giustificare, almeno in parte, dal desiderio di vendetta estrema per il bestiale massacro dei compagni. Ma l’eroe omerico, mentre fugge dalla terra dei ciclopi, incalza (bestemmia): Neppure tuo padre Poseidone potrà guarirti. Poseidone conforta il figlio, irrimediabilmente cieco, con la sola arma di cui dispone nell’ambito del suo dominio, il mare.

Omero celebra l’eroismo con la figura di Ulisse. L’Odissea è l’opera in cui viene magnificata la sua vita, mentre Polifemo è il mostro che condisce la storia. Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi (Bertolt Brecht). L’eroe vero, ideale è l’eroe che non c’è, che non ha bisogna di infrangere le altrui fragilità per affermare la propria potenza. E quando quest’ultima viene imposta ha bisogno dell’altro solo per dominarlo e soggiogarlo ai propri interessi.

Alcune osservazioni: nell’opera di Luciano il ciclope definisce Ulisse con l’epiteto “maledetto”, mentre Omero “monstrum”. La differenza seppure sottile e quasi impalpabile è invece sostanziale: maledetto si dà generalmente ad un simile; mostro a qualcosa di diverso, che ha natura e corpo completamente difformi. Luciano, dunque, sottolinea la crudezza dell’intelletto di Polifemo, della quale non si può fare una colpa, essendo egli creato appositamente per essere diverso. Ha dalla sua la forza ma non gli è sufficiente per comprendere nulla della propria esistenza. Ulisse nel condannarlo alla cecità gli ha fornito una condizione per il potenziamento di un’altra vista, quella intellettiva, che non ha bisogno di immagini e di colori, in quanto accede direttamente alla verità delle idee, delle ipotesi, ma anche degli archetipi di Dio. Il cieco vede meglio. La cecità è sottrazione di un potere (visivo) che assomma un altro potere, maggiore, di spessore, più congeniale, e perché no – più nobile, la verità. La cecità, come risvolto di un eccesso di visione, è una condizione di vedere oltre ogni limite, oltre ogni vedere che profana i confini dell’orizzonte.

Polifemo avrà dunque un bel daffare, non potrà soltanto ubriacarsi e addormentarsi in situazioni dal sapore dionisiaco; è chiamato ad adempiere (suo malgrado) a un compito preciso: vedere al di là della cecità.

La cecità è una sorta di imprigionamento da cui non è possibile comunque estraniarsi, dove però è dato di vivere in un mondo in cui è possibile il recupero di una vita normale. Risulta fondamentale l’atto del ricordare per raggiungere un certo controllo sulle circostanze in cui si deve vivere la vita. L’esigenza del ricordo è propedeutica all’agire in orizzontale affinché non si alimenti l’abitudine e l’elaborazione di un pensiero plastico e inidoneo, inadatto al bagliore dell’eternità. Essere cieco è come non avere un dio protettore, essere escluso dalla normalità della quotidianità; inventarsi una vita per elaborare un tracciato sicuro di percorrenza nel tempo infedele e ingiusto che non dà tregua di affanni e di sofferenze. È necessario adoperarsi per fare del bene, poiché anche un frammento di male comporterebbe azioni incontrollabili di distruzione della propria volontà. Una vita di santa cecità fedele alla dimensione terrena in perenne lotta per migliorarla nell’abbandono fiducioso a se stessi. La cecità è un punto interrogativo che inizia dall’alto del cielo e piomba sulla testa; si trascina dietro tutto, in cui l’uomo si muove alla cieca sempre a margine, poiché non vi è nessuna centralità nel contesto in cui vive. Unico e solitario compagno è il silenzio ancorato alla percezione di un rumore tiepido e coerente della coscienza. Una tomba con il coperchio obliquo, non coincidente con gli argini di chiusura è la metafora della cecità che permette la sopravvivenza in un mondo governato dal caos, dall’ingiustizia e dal dolore. Il mondo si specchia negli occhi spenti del cieco, senza timore di dio, in piena libertà di interpretazioni positive che smontano ogni qualsivoglia forma di contraddittorietà dell’esistenza per trarne sostanza che alimenti l’idea della vita.

Polifemo nell’Odissea è descritto da Ulisse, e lo fa, ovviamente dal suo punto di vista. Ma quale potrebbe essere il punto di vista del ciclope? Per Polifemo, l’altro, il diverso, sarebbe Ulisse, l’uomo, con quei due strani e incomprensibili occhi ai lati del naso. È proprio il caso di dire questione di punti di vista. Albero Moravia nel suo racconto La verità sul fatto di Ulisse8 reinventa il mito, scalfisce la monumentalità dei modelli classici, rovescia l’episodio guardando dalla parte di Polifemo. Il ciclope è un ottimo e competente allevatore di bestiame che, utilizzando le tecniche della zootecnia, tenta l’esperimento di addomesticare la specie animale degli occhiuti. Ma al povero e sfortunato ciclope le cose non vanno bene: disperato per il magro risultato dell’allevamento, decise di rinunziarvi e di mangiarsi in santa pace gli animali che rimanevano. Nel racconto non è Ulisse ad accecarlo, ma l’infortunio è ascrivibile allo stesso Polifemo che lasciatosi prendere dai fumi del vino si ferisce da sé.

Il problema rimane nell’affermazione dell’altro (qualunque esso sia) che impone il proprio punto di vista e non ammette ragioni di moralità e civiltà. Nel caso di Polifemo sussistono sia la diversità sia l’alterità. È diverso perché è mostruoso, è altro in quanto fuori dai canoni normali dell’identità umana, con la conseguenza di scatenare da parte degli occhiuti (se vogliamo i normali, o meglio i Greci) odio e cattiveria, emarginazione. Sì, emarginazione, dimostrata nella descrizione dell’episodio omerico, in cui il cannibalismo – ad esempio – di Polifemo è cosa tanto mostruosa da sembrare incredibile allo stesso narratore, che mostra invece interesse solo alla celebrazione (liturgia) del coraggio di Ulisse. Anche l’asocialità del ciclope è messa in confronto con la socialità dei Greci, di cui viene esaltato l’ingegno e la grandezza delle loro opere. Insomma un gioco che si svolge tra bianco e nero, tra positivo e negativo.

Una nuova vita in una nuova storia si potrebbe inventare, meno ossessiva di eroismo, più umana, con meno eroi, senza divinità, mescolata nella vita reale, scritta da un romanziere del terzo millennio che includa le innumerevoli deformazioni della verità che si edificano su false promesse e ingannevoli progetti.

Oggi siamo tutti più o meno allo stesso modo di Polifemo: dire stupidi non si può, idioti sì. Idioti perché siamo stati privati della logica, affinati e ingabbiati nelle teorie del consumismo e del capitalismo che devono affermarsi per un illogico arricchimento. La necessità dell’esistenza del mostro – anche oggi – deve giustificare le invasioni e i bombardamenti, le costrizioni monetarie, le rinunce alla dignità, la corsa all’energia in una oscillazione costante tra l’affermazione e la negazione della vita, tra la sua esaltazione e la sua deprecazione. Il mostro per giustificare logiche di guerre giuste. In fondo l’atto eroico è sempre in un contesto conflittuale in cui si decidono le sorti di un paese e delle sue genti. Il problema è giustificare la legittimazione dell’eroismo ovvero lo ius ad bellum e lo ius in bello. Come sempre avviene, la legittimità viene evocata a favore dell’autodifesa; mentre lo ius in bello cerca di dare risposte alle domande che ogni soldato è costretto a porsi, riguardanti i limiti dell’azione di guerra. Ma come spesso avviene le argomentazioni tendono a ramificarsi in altre, originando un caravanserraglio di tesi e contro tesi viziate da interessi politici.

L’eroismo dei Greci è regolato dal dispositivo fai morire per imporre la sovranità del diritto alla morte, diritto sbilanciato a favore della morte che deve mettere a posto ogni cosa, per ristabilire un destino attaccato da un inconveniente. La vita è regolata e subordinata alla spada. Il sangue versato diventa esaltazione normalizzante della vita stessa. L’eroismo inteso come un dovere, una responsabilità, una necessità, una costrizione a cui l’eroe non può sottrarsi. È significativo il caso del militare giapponese Hiroo Onoda disperso nelle Filippine che, ignorando l’esito della Seconda Guerra Mondiale, continuò a combattere nella giungla da solo, sino al 1974. Roba da giapponesi? Un fanatico? Figura di eroe già dimenticato, seppure pomposamente celebrato negli anni passati, eroe per sbaglio, certamente non un onesto vigliacco come dichiara Eco. Ecco, senza il mondo di Odisseo e senza un cantore alla pari di Omero rischiamo di banalizzare il nobile agire dell’eroe in una società che impone l’omologazione ai modelli squallidi del consumismo e fa dire a Volo l’illogica affermazione che «i veri eroi sono quelli che ogni giorno si alzano dal letto e affrontano la vita anche se gli hanno rubato i sogni e il futuro. Quelli che alzano la saracinesca di un bar o di un’officina, che vanno in un ufficio, in una fabbrica. Che non lottano per la gloria o per la fama, ma per la sopravvivenza. Sono coraggiosi. Gli eroi veri non stanno a cavallo, dove tutti sono eroi, nessuno è eroe»9. Roba da romanzo Harmony. Volo dovrebbe consultare almeno il dizionario Treccani per una migliore comprensione del termine eroismo, evitando di formulare concetti non certo illuminanti. Sarebbe interessante riformulare l’idea moderna di eroe che non combatte con la spada, o ricorre al terrorismo, per massacrare i mostri innocui alla Polifemo, che in fin dei conti se ne stanno in santa pace a casa loro. L’ eroe del terzo millennio non avrà l’onore di essere cantato da Omero, ma di fatto entrerebbe nella storia grande e pulita di una nazione che sa anche proteggere i propri cittadini dalle nefaste conseguenze della politica improntata al magna magna, bunga bunga. C’è bisogno di azioni grandiose quando la barbarie distrugge una civiltà, e c’è bisogno di eroi – a condizione – di capire il nemico, di non sbagliare e accanirsi contro il Polifemo di turno. Secondo Vittorino Andreoli l’eroe ideale è l’eroe che non c’è. L’eroe di cui abbiamo bisogno oggi è quel Nessuno che a differenza dell’Ulisse omerico, si caratterizzi per il suo bisogno di legarsi agli altri, per la sua fragilità, conscio dei limiti, e sente il bisogno dell’altro per completarsi e darsi forza di vivere. Non addomestica il potere al proprio volere e ne disdegna il fascino. Ancora ci appare ragionevole sperimentare ciò che Jung chiamava coniunctio oppositorum, congiunzione degli opposti. Vale a dire che il motivo mitologico che si conclude nell’attualità del presente debba fondersi nella relazione armoniosa degli opposti senza incidere negativamente sulle diversità, che rappresentano le direttrici indispensabili per una caratterizzazione delle specificità elettive dell’uomo, in un contesto in cui non è ammissibile né accettabile la forza dirompente dell’eroismo spicciolo e fanatico per giustificare interessi e capricci ( non più dei Greci o degli dèi), ma delle nuove entità politiche ed economiche del mondo.

Proviamo a stare, almeno per una volta, dalla parte di Polifemo.

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  • Marinella

    Un articolo interessante, messo in contrapposizione, alla fine, con una situazione odierna che mi è un po’ più ostile ma altrettanto interessante.
    Ben curato lo sguardo sul “povero” Polifemo, vittima della sua ingenuità e purezza, se vogliamo. Incapace di ragionare in modo più sottile e di notare attraverso le parole di Ulisse, l’imbroglio.
    Credo che l’immagine dell’eroe, nei tempi, sia sempre servito a dare una giustificazione ad una giustizia, a volte ottenuta anche con la violenza per costituire, poi, una situazione di liberazione dai “cattivi”.
    Concordo con il fatto che il vero eroe è colui che non lo è, colui che dimostra di essere in grado di collaborare con gli altri, creando una situazione dove non ci sono eroi n’è vittime, ma una sorta di società comune che collabora per il bene di tutti. Le debolezza non è sempre menomazione, così come l’eroismo non è sempre forza. Forse bisognerebbe essere in grado di mettere in comunione le due parti per creare un eroe a misura di uomo: imperfetto, forte e fragile, scaltro e ingenuo… Perché se ci pensiamo bene, ogni individuo è così: metà Polifemo e metà Ulisse…
    Ma il collaborare potrebbe essere in grado di riempire le lacune in una società dove gli eroi sono peggio di Ulisse e i poveri individui indifesi, sono peggio di Polifemo.
    Stiamo dalla parte di Polifemo, certo, ma senza demonizzare Ulisse. Magari regaliamogli, nella storia, una collaborazione che li completi entrambi, perché entrami sono menomati, proprio in quella caratteristica che definisce uno un eroe e l’altro un povero sconfitto.

    Marinella

  • un articolo interessante e brioso

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