Bastardi a cena

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Bastardi a cena è il piatto forte del Teatro degli Specchi. Forte in tutti i sensi: emotivo, rappresentativo, intellettuale. Forte da mandare giù. Ma si sa, per digerire i bastardi a cena ci vogliono buoni stomaci. E se li digerisci male, ti provocano incubi.

Più che una compagnia teatrale in senso stretto, il Teatro degli Specchi fa pensare a un collettivo, o meglio ancora a una bottega rinascimentale, un laboratorio permanente dove avvengono sperimentazioni, studi, rimescolamenti, prove, correzioni, creazioni, distruzioni. A far quadrare i conti, alla fine, ci pensa il mastro bottegaio, il deus ex machina Marco Tringali.

Pirandello volle abbattere la “quarta parete”, questa fantasmatica divisione tra pubblico e attori. Gli rispose Carmelo Bene che la quarta parete andava piuttosto murata, per escludere senza mezzi termini il “pubblico” da quanto avviene sulla scena. I Bastardi si muovono in una direzione beniana più che pirandelliana: chiudono la scena a camera stagna, murando la parete, ma anziché sbatterlo fuori, il pubblico lo murano dentro. Qualcuno ha chiuso la cella e ha gettato via la chiave. Non si può scappare.

È difficile parlare di questo spettacolo. È difficile già definirlo spettacolo, se non in un’accezione totalmente contemporanea; e il totale contemporaneo incrina immediatamente in totalitarismo.

È uno spettacolo sulla tragedia. È stato detto che l’11 settembre rappresenta la più spettacolare messa in scena dell’arte contemporanea. Ma bisognerebbe fare un balzo indietro e indicare il dramma delle deportazioni naziste come la più grande rappresentazione tragica dell’arte contemporanea. Bastardi a cena, rappresentando brutalmente le violenze su ebrei, omosessuali e oppositori, e facendo sperimentare quasi sulla propria pelle certi momenti delle deportazioni, non è una tragedia, fosse solo perché non concede nessuna aristotelica catarsi. È uno spettacolo sulla tragedia, perché ti inchioda al muro dell’impotenza: assisti a una tragedia e non puoi intervenire.

Sono dei bastardi: ti tirano in ballo – letteralmente –, ti murano dentro, ti immergono nella tragedia fino al collo e poi ti lasciano lì, impotente, semplice spettatore. Ora possiamo rispondere a una domanda: perché il nazismo è stato uno tragedia? Perché molti sono rimasti lì a guardare impotenti, a fare da semplici spettatori.

È difficile parlare di questo spettacolo. Le repliche sono tutte leggermente diverse, cambiano in base allo spazio, all’ambiente; cambiano in base al cast. È uno spettacolo multiforme. Posso parlare solo della replica che ho visto.

Comincia in maniera bolsa, quasi fastidiosa. Ti dicono che non abuseranno troppo della tua pazienza, che presto sarà tutto finito, e tu ci speri e lo credi. Così dovette cominciare ogni fascismo: con leggera irritazione di chi guarda, con le rassicurazioni, con la speranza che nel giro di poco tempo tutto sarà finito. Poi la temperatura si scalda, lo spettacolo monta. Più che le interpretazioni dei singoli attori, conta la coralità, come sempre illusoria: in questa coralità ti sembra di poter dire la tua, ma rimani pietrificato, diventi parte della parete murata.

Ti accorgi di vivere un incubo. Non intervieni solo perché ti costringi a pensare che comunque è finzione, non è la realtà, è una rappresentazione, una recita. C’è sempre un motivo per non intervenire, per non fare nulla: «Non posso farci niente, le cose devono andare così; e poi se dico qualcosa faccio la figura del fesso». Frasi che ti balenano quando assisti allo spettacolo; frasi che devono balenare in mente a chi assiste a violenze e deportazioni reali.

È un incubo; ma come tutti gli incubi cela una bellezza, altrimenti non avremmo incubi. Questa bellezza è il desiderio profondo di capire, di scorgere le segrete leggi che ti portano a non intervenire, a non poterti muovere come quando sogni di stare per essere travolto da un treno, a pensare che è finzione, a girarti dall’altra parte oppure a volere guardare con curiosità e raccapriccio la scena di uno stupro. Fa male assistere, ma è bello; è brutto dirlo, ma è bello. I bastardi fanno scattare queste molle segrete.

Come finisce? Come tanti incubi: ti svegli, qualcuno ti abbraccia. Ma hai gli occhi che grondano di lacrime irrefrenabili.