La natura dei romanzi

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Dedicato a Giorgino

Il titolo che ho scelto per questo articoletto è un po’ ambizioso, lo so. Ancor più se si considera che chi scrive non ha per niente un profilo di narratologo. Ma ogni lettore ha una sua concezione del romanzo. Non faccio eccezioni e vorrei condividerla con voi.

Propp e molti altri studiosi e filosofi della letteratura si sono affannati, sin dai tempi dell’inarrivabile Aristotele, a cercare la struttura del romanzo. Ammirevoli eruditi, essi abbordano la questione sotto uno dei tre seguenti aspetti, o sotto una combinazione di essi: l’autore, il testo e il lettore. Questi pensatori sono riusciti a carpire parecchi tratti salienti dell’opera letteraria, mentre scrittori avanguardisti complicano la situazione proponendo nuove forme del romanzo. Ma ogni anatomia del racconto si scontra con il problema dei limiti della sua definizione. Raccontare storie è una caratteristica propria ad ogni essere umano che sia vissuto insieme ad altri esseri umani: eccezion fatta per i bambini-lupo, e salvo problemi neurologici, tutti – che si sia analfabeti o letterati, introversi o istrioni – sappiamo raccontare storie, a noi stessi e agli altri. Non possiamo non interpretare il nostro vissuto se non nella forma di una storia. E nel vissuto non ricade solo l’esperienza scolastica, il rapporto con la propria madre, le storie d’amore o i conflitti. Rientra anche il discorso scientifico. Persino una formula matematica racconta una storia. In modo molto conciso e simbolico, ma lo fa. Di sicuro lo fanno i manuali di fisica, astronomia, sociologia o scienze politiche. L’atomo fa questo, quello, appare e scompare, si allea o resta solo, eccetera. Tutto ciò è letteratura: per questo si parla di “letteratura scientifica”, al fine di distinguerla da quella narrativa. Come trovare, dunque, la specificità del romanzo e del racconto letterario?

Io non lo so. E forse è un’impresa persa in partenza, persino per gli specialisti. Sicuramente l’alquanto desueto schema di Propp (http://it.wikipedia.org/wiki/Schema_di_Propp) – equilibrio → rottura dell’equilibrio → peripezie dell’eroe → ristabilimento di un equilibrio – cattura tuttavia lo scheletro della maggior parte dei romanzi, fiabe, racconti, epopee e leggende che da millenni si raccontano. Ma… La Nausea di Sartre? E questo solo per nominare un classico che tutti conoscono, e neanche troppo estremo, rispetto a certe opere avanguardistiche recenti. Non appena, insomma, si incappa in un romanzo atipico, un romanzo filosofico, un diario, l’appiglio di Propp viene a mancare. Eppure non è filosofia, non è saggistica; il celebre testo del Nobel francese ci appare un romanzo a tutti gli effetti.
Lascio ai fanatici dell’esclusivismo del romanzo la ricerca della sua morfologia distintiva. E vorrei affrontare il problema dall’altro lato: non dal romanzo verso i suoi confini (per vederne l’unicità) ma da noi verso il romanzo, specie se siamo aspiranti scrittori. Per tentare di dare un’idea a un giovane scrittore su cosa tenere a mente al momento di scrivere, senza curarsi troppo del fatto che le caratteristiche che sto per enumerare siano condivise da altre forme d’arte e di scrittura, enumererei tre punti essenziali. Un romanzo o un racconto deve:

  • Affrontare e risolvere un problema (punto di vista del testo);
  • Essere suggestivo (punto di vista dell’autore e del lettore);
  • Trasmettere vitalità (punto di vista dell’autore e del lettore).

Trattano di un problema – anzi, in termini tecnici, di una problematica – anche i saggi, certo. Sono suggestivi un film, un quadro, un’aria di Liszt. E trasmettono vitalità Montale, Tarantino e Pirandello. Non importa. Ciò che importa è che un romanzo, per essere riuscito, deve avere, fra altre, almeno e soprattutto queste tre caratteristiche. Sicché, malgrado La Nausea non abbia certo la struttura descritta da Propp, ci appare un romanzo, non solo perché tratta delle vicende di un personaggio, che ha delle emozioni e dei pensieri. Ci appare tale perché il protagonista, ma potrebbe essere un attante qualsiasi (un cane, un robot, un fiume – purché agiscano), affronta un problema, e la sua considerazione di esso, da parte di Roquentin, muta dall’inizio alla fine del racconto; in qualche modo viene risolto, anche fosse per semplice accettazione del problema senza la sua sparizione (d’altro canto, persino i finali aperti mettono un punto: anzi sono pure più realistici perché lasciano fluire, come nella vera vita). Ora, non vi è romanzo se vi è immoto. È per questo che le opere narrative, come ogni essere vivente, si interrompono quando l’immoto soggiunge. “E vissero felici e contenti” è una descrizione del nulla: non è vita, non è. Oppure semplicemente, “E morì”. Il romanzo, forse, è semplicemente una traslazione della vita. Esso finisce come finisce un’esistenza: appunto per interposta morte, che è immobilità. Al di là del punto finale di un romanzo non vi è più niente, come non vi può essere più niente oltre l’ultimo respiro d’un uomo. Ne consegue che ogni cosa che si muove, muove cose, affronta problemi ed evolve, suscitando, non foss’altro che nell’osservatore, delle emozioni, è degna di figurare in un romanzo; anzi è essa stessa ragione della costruzione di un romanzo attorno a lei. (Quanti racconti non scritti vi sono là fuori?)

Ciò che si dice intorno a tale cosa dovrebbe suggerire qualcosa d’altro, dovrebbe parlarci. Vuol dire che dovrebbe proporci, causare, indurre in noi una liaison, una connessione, un’associazione d’idee, sentimenti, ricordi, gusti. Le opere d’arte in generale, e i romanzi ancor di più, hanno successo quando implicano gli spettatori in qualche modo. Un film sul deserto mi suggerisce il mio desiderio atavico di visitare il Maghreb – cosa che non ho ancora fatto. Una canzone di Battiato mi evoca amori passati, o propositi futuri, atmosfere vissute o soltanto immaginate. Un quadro di Velázquez allude a spazi, gesti, odori che non ho esperito ma che immagino volentieri. E in ognuna di queste evocazioni e suggestioni vi è della nostalgia, della malinconia che, più ancora dell’estasi o della meraviglia, ci coinvolgono profondamente. Ci parlano perché, nella presenza vaga o in quell’assenza che lascia una scia, c’è spazio, uno spazio infinito, per il desiderio. La malinconia e la nostalgia sono in cima, nello spettro delle emozioni e dei sentimenti, perché non ci danno un prodotto chiavi-in-mano, ma ci seducono con accenni. E questo è tanto più vero per un romanzo la cui materialità è decisamente più povera rispetto a un quadro o a un film, che ci propinano un prodotto finito e godibile da più sensi. La povertà delle lettere stampate mette in moto un processo creativo dell’immaginazione che non ha eguali e che supera forse il potere evocativo dei profumi: i castelli – che nell’anima ci costruiamo – ci carezzano, ci affascinano, ci ammaliano, ci lusingano. È la ragione per cui si preferisce quasi sempre il romanzo al film che ne è stato tratto (paragone, detto per inciso, completamente insensato, dacché romanzo e film posseggono ontologie diverse e quindi, per natura, linguaggi, strutture e impatti emotivi differenti: paragonare Il nome della rosa di Eco a Il nome della rosa di Annaud equivale, nonostante l’omonimia, a fare un paragone, per esempio, fra una lingua e un macchinario: “Preferisci l’arabo o quell’aeroplano?”, “Eh?!”).

Infine, qualora chiuso un romanzo, non si abbiano i sensi in festa, il ventre in rigoglio, il cuore che palpita o, anche, le braccia tremanti o il tronco svuotato, non ha avuto granché senso leggerlo. Perché mai siete arrivati fino alla fine? La vitalità che Pasolini attribuisce al libro degli alunni di don Milani citando Berenson (https://www.youtube.com/watch?v=6Qftf_H0jEI), non è sempre positiva: non si deve leggere solo con il fine di trarne motivazione per fare, costruire, cambiare. Almeno non per forza. Se un romanzo ci ha interrogati, scossi, strattonati, sconvolti, financo assiderati, allora ne è valsa la pena. Quel capolavoro di Céline, Viaggio al termine della notte, non è certo un libro che, dopo averlo chiuso, ti fa venir voglia di divenire il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Eppure la sua lettura ti divelle come una piantina con poche radici sotto lo sferzare del vento. E non è questo segno, forse sommo, di vitalità?