In difesa dell’asino

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1. L’onore di stare nel presepe
L’ambientazione è sempre la stessa: la Madonna con Gesù, San Giuseppe, il bue e l’asinello. Un ritratto scenografico che impeccabilmente ritorna ogni anno nelle case, nelle chiese, nelle piazze. Non vi sono notabili, nobili e potenti accanto a Gesù ma due bestie, che impongono uno sguardo.
Il bue e l’asinello sono gli altri personaggi, comparse, di una storia favolosa. Indubbiamente riconoscono il loro padrone, dice il signore: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende» (Is 1,3). Godono della benevolenza e della riconoscenza del Signore.
Il presepe sintetizza la povertà, la semplicità, l’innocenza divina di Gesù, la serenità di Maria, il silenzio di Giuseppe, gli sguardi attoniti e meravigliati del bue e dell’asinello, attori non protagonisti, voluti a testimoniare un risentimento del Signore nei confronti di Israele. Si deve a San Francesco se la memoria è stata ravvivata dalla consuetudine di allestire la scenografia della natività e a conferire alla festa del Natale la scoperta della rivelazione di Dio racchiusa nel Bambino Gesù.
Di anni da quel lontano 1223 ne sono passati tanti e Gesù conserva ancora il titolo di “Figlio”, “Figlio di Dio”; la sua dignità viene indicata con un termine che presenta Gesù come il bambino che tale rimane nei secoli. Nelle rappresentazioni medioevali del Natale si può scorgere come i due animali abbiano quasi volti umani, prostrati e rispettosi davanti al mistero del Bambino. Ciò era perfettamente logico e in linea con le interpretazioni delle Sacre Scritture, poiché essi nella Notte Santa aprirono gli occhi e riconobbero il loro Signore. Israele (il popolo di Dio), invece, non comprende il mistero e si sottrae al riconoscimento. Erode non comprese nulla quando gli parlarono del Bambino, anzi, fu accecato dalla sua sete di potere. «A non riconoscere fu tutta Gerusalemme con lui» (Mt 2,3). Ancora: «A non riconoscere furono i dotti, i conoscitori delle Scritture, gli specialisti dell’interpretazione che conoscevano con esattezza il passo biblico giusto e tuttavia non compresero nulla» (Mt 2,6). Il bue e l’asino riconobbero il Bambino con istinto sapienziale e naturale. Ed è in questo contesto divinatorio che l’asino ha un riconoscimento di ruolo importante, che adempie con umiltà e ubbidienza. Il suo sguardo avrebbe da dire molte cose, ma tace, idealizzando e sacralizzando il silenzio in un agire umile sottoposto a un dovere divino che imporrebbe di ripartire a contare da zero, ovvero dall’essenziale.
L’asino è l’altro personaggio, comparsa di una storia che gli è stata imposta, figura essenziale della scenografia della nascita di Gesù. Nel suo sguardo s’intravede il senso di una profondità della visione esistenziale, ma soprattutto la visione d’indagine nella prospettiva contemplativa, dove i dettagli della realtà sono colti nella loro propria fisionomia.
Teologia dello sguardo, dunque; che ha ispirato i dottori della Chiesa nella ricerca intellettuale in simbiosi con la preghiera, come San Tommaso d’Aquino che studiava davanti al Santissimo Sacramento e, qualora incontrasse difficoltà di comprensione o riflessione, rivolgeva lo sguardo verso il tabernacolo. L’asino indirizza lo sguardo verso il Bambino, stabilendo una condivisione con la divinità, ma al contempo tenta di interpretare il significato della nascita e della presenza di Gesù fra gli uomini. Lo sguardo dell’asino è frastornato dalla bellezza divina, e nella semplicità della ragione del cuore tenta di stabilire un dialogo.
In altri contesti (letterari e sociali) è denigrato, ma anche stimato per la sua cocciutaggine; nei confronti del cavallo perde ogni qualità estetica e d’intelligenza.
Gli apprezzamenti nei suoi confronti seguono di pari passo anche le denigrazioni: per il principe Myškin (protagonista dell’Idiota di Dostoevskij) il raglio produce un’eco suggestionante; nel paradosso di Buridano, invece, posto nella condizione di scegliere fra due mucchi di fieno identici e simmetrici, non osa scegliere e muore. Paralizza la decisione, da non confondere con la sospensione del giudizio. L’asino di Buridano attraverso la coraggiosa decisione di non decidere riconosce la coesistenza delle contraddizioni e sceglie l’accettazione della difficoltà come ultima estrema ratio. La paradossale scelta di non scegliere, alimentata dalla convinzione che capire senza l’assillo della fretta è più importante che decidere, pone così l’affermazione del primato della conoscenza e della comprensione pur nella loro eterna provvisorietà. In verità l’asino riconosce la difficoltà della scelta condizionata dagli usi, non nega la contraddizione, mette però in discussione ciò che sembra apodittico e indiscutibile, muore per non avere scelto non per vigliaccheria ma per saggezza, per non avere ceduto al dominio delle contraddizioni e per non avere inteso il sapere come idea di dominio e di totalitarismo. D’altronde, la decisione stessa è un’illusione: e il meccanismo che rende possibile la decisione si attua fuori dalla possibilità di controllo come la digestione, la respirazione, la circolazione del sangue, il metabolismo.
L’asino ha orecchie lunghe che a nulla gli servono se non per essere associate dagli uomini all’insipienza; lo sguardo è sempre per terra. Per gli zoologi antichi aveva la pessima fama di bestia dedita alla lussuria. Per Ambrogio assume una dimensione positiva: «Noi tutti cristiani siamo gli asinelli del Signore, lieti perché portiamo i suoi misteri». Gregorio Magno nel commento a Giobbe: «Possedere asine vuol dire regolare i pensieri semplici dentro di noi: è vero che non sono capaci di correre con sottile intelligenza ma, quanto più camminano quasi con pigrizia, tanto più portano i pesi dei fratelli con mansuetudine. E difatti ci sono alcuni che non capiscono le cose elevate, ma si abbassano umilmente ai lavori manuali. Nelle asine, dunque, animale pigro sì, ma dedito a portare pesi, bene intendiamo i pensieri semplici, perché se riconosciamo la nostra ignoranza, più facilmente sopportiamo i pesi degli altri».
Girolamo, in Vita di Ilarione: «Asinello mio, farò in modo che non recalcitri, ti metterò alla prova col caldo e col freddo, per farti pensare al cibo più che alla lussuria». L’asino non ha l’aspetto regale ed elegante del cavallo ma ha affascinato le sollecitazioni di pensiero dei filosofi, degli studiosi e dei letterati.

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2. Il culto e la denigrazione dell’asino
Montaigne dedica nei Saggi un piccolo e significativo interesse a questo animale, apostrofandolo con il termine ânerie, l’equivalente bruniano di asinità. Il filosofo attribuisce all’asino il titolo di animale contemplativo, ne sottolinea la natura riflessiva e meditabonda, elevandolo al rango di filosofo. Giordano Bruno manifesta l’ottusa devozione del cristiano di seguire i precetti della chiesa e della comunità che non si cura di comprendere né il mondo, né l’universo, ma solo di seguire i precetti comandati dalla chiesa e dalla comunità di cui fa parte. Quest’ultimo atteggiamento incarna l’asinità, così gradita alla chiesa, poiché l’ignoranza germoglia fede. Scrive:

O sant’asinità, sant’ignoranza,
Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far l’anime sì buone,
Ch’uman ingegno e studio non l’avanza;
Non gionge faticosa vigilanza
D’arte qualunque sia, o ‘nvenzione,
Né de sofossi contemplazione
Al ciel dove t’edifichi la stanza.
Che vi val, curiosi, il studiare,
Voler saper quel che fa la natura,
Se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
Ma con man gionte e ‘n ginocchion vuol stare,
Aspettando da Dio la sua ventura.
Nessuna cosa dura,
Eccetto il frutto de l’eterna requie,
La qual ne done Dio dopo l’essequie.

L’alchimista, astrologo, esoterista e filosofo tedesco Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, principe dei maghi e degli stregoni, nutre per l’asino una considerazione che va oltre l’interesse per la filosofia. Il suo De incertitudine et vanitate scientiarum contiene un elogio dell’asino. Ma spetta comunque a Giordano Bruno l’autorità assoluta in materia di asinità, accusatore tra l’altro della volgare banalizzazione dell’asino.
Schopenhauer, in Parerga e paralipomena, ironizza sull’indole dell’asino: «Coloro che, con le loro aspirazioni e le loro speranze, vivono soltanto per l’avvenire, guardano sempre in avanti e si affrettano con impazienza verso le cose che debbono giungere, poiché solo queste potranno portare la vera felicità, lasciando frattanto trascorrere il presente senza porgervi attenzione e senza goderlo, sono paragonabili, nonostante il loro atteggiamento di antica saggezza a quegli asini italiani, il cui passo viene affrettato con l’appendere a un bastone fissato sul loro capo un fagotto di fieno, che essi vedono quindi sempre vicinissimo e che sperano di raggiungere».
Anche Nietzsche fa riferimento all’asino in una duplice considerazione: in senso negativo e in senso positivo. In senso negativo il filosofo aveva in mente l’asino come immagine della stupidità, tant’è che egli quando leggeva i testi di qualche autore a lui contemporaneo, annotava sulla pagina la parola esel (‘asino’) oppure eselei (‘asinata’). Il riferimento extratestuale all’asino era collegato a certe posizioni teoriche che non condivideva. In senso positivo invece intendeva asino colui che porta con letizia il peso dell’esistenza: «La vita è pesante da portare: ma, per favore, non fate troppo i delicati! Noi siamo tutti quanti graziosi e robusti asini ed asine». L’asino di Nietzsche è l’animale che mai dice di no, dichiarando in questo modo l’incondizionata accettazione della vita: il suo regno è al di là del bene e del male. L’asino è un animale che accetta il peso dell’attività di vivere senza fare domande e «la sua scaltrezza è di non parlare, così è difficile che abbia torto».
Nel medioevo la mancanza di fede viene associata all’ignoranza, in considerazione della grandezza del suo organo sessuale che rimanda al culto priapico, inaccettabile per la cultura cristiana; mentre nell’iconografia medievale e poi rinascimentale è uno degli attributi che caratterizzano il diavolo.
C’è anche la leggenda che narra il miracolo di Sant’Antonio che fa prostrare l’asino dinanzi all’ostia.
Ci sono i bestiari medievali (sintesi delle conoscenze scientifiche del tempo, che includevano anche animali fantastici) che sottolineano in genere l’ottusità, l’ostinazione, la docilità e l’aspetto demoniaco di questo animale sfortunato nell’interpretazione che gli è stata data in passato, ed è tuttora oggetto di credenze e mistificazioni; ma è anche fortunato per sé stesso, poiché in ossequio alla propria intelligenza manifesta con il silenzio la stupidità degli uomini che non riescono a comprendere la sua vera indole. Già, perché è stato facile per tutti, filosofi, letterati e poeti, speculare sull’asino: inventando ogni possibile asserzione filosofica e/o letteraria per renderlo mostro, forse per l’unica colpa di non essere elegante e bello come il suo parente cavallo, del quale invece non si contano le lodi e le avventure di cui è indiscusso protagonista. Tutto ciò è certamente riconducibile al bisogno dell’uomo di attribuire agli animali ogni qualsivoglia attributo demoniaco o fantastico, sì fantastico come L’asino a tre zampe di Borges:

Dell’asino a tre zampe si dice che stia in mezzo all’oceano e che ha tre crani sei occhi nove bocche due orecchie un corno. Il suo pelame è bianco, il suo nutrimento è spirituale, e tutto in lui è giusto. Dei sei occhi, ne ha due al posto degli occhi, due in sommo al capo, e due sulla nuca; con la penetrazione dei sei occhi soggioga e distrugge.
Delle nove bocche, ne ha tre nella testa, tre nella nuca e tre nei fianchi… Ciascuno dei suoi crani, posto al suolo, occuperebbe lo spazio d’un gregge di mille pecore, e intorno potrebbero manovrare fino a mille cavalieri. Quanto alle orecchie, potrebbero contenere il Mazandaran (Provincia settentrionale della Persia). Il corno, d’una materia simile all’oro, è cavo con mille ramificazioni. Con questo corno vincerà e dissiperà tutte le corruzioni dei malvagi. Dell’ambra si sa che è lo sterco dell’asino a tre zampe. Nella mitologia del mazdeismo, questo mostro benefico è uno degli ausiliari di Ahura Mazdah (Ormuz), principio della Vita, della Luce e della Verità.

Si è di fronte alle storie fantastiche di cui Borges è abile narratore, in cui l’uomo è costantemente in ansia d’immaginazione e di desiderio nel mondo misterioso, obliquo e invisibile. Dà una figura dell’asino in controtendenza rispetto alla consolidata credenza dispregiativa che nei secoli ha ratificato le più stupide asserzioni contro questo animale. Lo descrive con tre zampe per rendere magari più stabile la posizione eretta, rendendolo in ciò simile all’uomo. Infine le sue molteplici teste e i suoi sei occhi gli consentono di vedere al di là di ogni mistero. Non un mostro, ma un essere soprannaturale, quasi simile a un dio, seppure con sembianze orrorifiche tipiche delle storie di magia.

Quale mistero dunque nasconde l’asino? Certamente è l’animale più silenzioso che ci sia: raglia secondo necessità, più che altro per ammonire l’uomo delle sue stupidaggini. È proprio nel suo silenzio, nel suo modo di non dire, che si nasconde la verità dell’esistenza dell’animale. Se potesse parlare direbbe cose molto sconvenienti nei confronti dell’uomo; ad esempio che egli, pervaso dall’ignoranza, non avverte il giusto significato della conoscenza. L’uomo si convince d’essere dotto e sapiente, invero non ha mai consapevolezza della propria ignoranza, anzi ne rafforza l’esistenza con l’arroganza e con la convinzione di potere esercitare ogni diritto di sottomissione sugli animali e sugli uomini.
L’asino ha il piacere dell’ascolto avvalendosi delle lunghe e capaci orecchie, riconosce nelle storie degli uomini l’avidità, l’ingiustizia, l’inutilità di molte vicende, ma soprattutto le pulsioni della superbia che spesso sfociano in castighi e dolori. Riuscire in qualche modo ad interagire con esso presuppone per l’uomo – che vive di stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi – la propria messa in discussione di sé stesso con spirito di accoglienza a passo d’asino, scandito dalla lentezza del tempo che non ha affanni di istantaneità di presente, perché la lentezza dell’asino non è una negatività bensì la propensione a godere delle cose senza l’assillo del consumo compulsivo del piacere dell’esistenza. D’altronde è uno degli animali simbolo più carico di significato per l’uomo, e sarebbe davvero ingiusto non approfondire la sua conoscenza per cucirgli un abito su misura. Non vi è più urgenza – come nel passato – di coprirlo d’insulti, etichettarlo somaro, anzi bisognerebbe pagargli il debito della riconoscenza e del risarcimento morale, ad una condizione però: che l’uomo sia cosciente d’essergli inferiore e ignorante.
I diritti degli animali dovrebbero essere gli stessi degli uomini, al solo fine di rimettere al centro dell’universo l’uomo e l’animale, compagni di lavoro e di svago. In questo modo l’uomo riuscirebbe a comprendere le ragioni di agire per il meglio in una società in cui le conseguenze dell’agire incominciano ad essere insostenibili. Rivedere opinioni obsolete e fuori da ogni misura logica e razionale è un obbligo che coinvolge tutti gli esseri; vedere e prevedere deve essere un pungolo e una guida per tutti.
Sia il silenzio dell’asino e le storie bislacche confezionate in letteratura e in filosofia un passatempo utile di riflessione che ponga – adesso – questo animale in una modernità di reinterpretazione anche letteraria, poiché qualcosa di nuovo, e di interessante su di esso si può scrivere e fare. Gli uomini ogni giorno si adoperano al commercio dell’esibizione di sé stessi per vendere la propria merce, non badano ad acquisirne dell’altra, non solo a vendere. La presunzione è la malattia naturale e originaria. L’uomo è il più infelice fra tutte le creature, ma al tempo stesso è la creatura più presuntuosa. Seppure collocata nel fango e nello sterco, con l’immaginazione pensa di porsi al di sopra del cielo.
La superiorità presuppone un addebito d’inferiorità che è determinata da chi può istituirla e finalizzarla ai propri interessi. L’asino sa di essere al mondo in misura minore rispetto agli altri animali, tuttavia ciò non dovrebbe essere per lui un titolo di demerito, anzi un’occasione in più per manifestare a tutte le creature del creato la propria sapienza acquisita attraverso la manifestazione scellerata e inconcludente dell’agire del suo padrone, anche perché l’anima dell’uomo non ha nessun primato ontologico sugli animali ed è medesima e generica con quella di qualsiasi animale. C’è sempre il male di non riconoscere da parte dell’uomo i propri limiti e la consequenziale fatica voluta per ottenere la conquista del sapere superando la propria ignoranza. Montaigne: «perché quell’imperfezione della natura che ostacola la comunicazione tra gli animali e noi non è tanto nostra quanto loro? Di chi sia la colpa di non comunicare deve essere ancora stabilito perché noi non li capiamo più di quanto essi capiscano noi. Per la stessa ragione essi possono giudicarci bestie come noi li reputiamo».
Onorio, l’asino furbo, che passando nel regno dei morti fa finta di bere l’acqua del Lete e conservando la memoria riesce a trasformarsi in cavallo alato, racconta così la sua esperienza: «Entrai in presunzione di essere filosofo naturale, com’è ordinario nelli pedanti d’essere temerari e presuntuosi». Ecco allora la chiave di lettura della semplicità dell’esercizio del potere di sapienza: non cedere alla lusinga della vanità di intendersi sapiente e al contempo negare la possibilità di altre forme di sapere. L’asino insegna all’uomo d’essere umile fra tutti gli esseri viventi, evitando l’istituzione di gerarchie di perfezione che conducono inevitabilmente all’eterno conflitto fra superiorità e inferiorità che esclude. Difatti lo scolaro dietro la lavagna è un esempio classico di scolaro a rischio di esclusione, poiché non riesce a stare con il passo giusto all’apprendimento, ed etichettato come tale gli sarà difficile un’evoluzione positiva in giudizio o addirittura una rivalutazione. La diversità diventa fattore di esclusione in quanto viene percepita come elemento disturbante all’interno di un gruppo omogeneo.

La sorte quale gloria accorderà all’asino secondo i suoi criteri sconsiderati a piè di pagina della storia? Intanto dovrà tenersi in considerazione la sua incondizionata libertà di pensatore onesto e giusto, nonché la sua inclinazione al lavoro e al rispetto delle regole, in nessun modo legato a qualcuno neanche per debito d’onore, restio ai mutamenti improvvisi, non ha ideologie, diffida di coloro che disprezzano le cose della vita nella prospettiva di un’esistenza ultraterrena paradisiaca. Ha una visione scettica della vita: a questa si accompagnano e si collegano l’umiltà dell’ignoranza, l’abbandono dell’orgoglio, l’accettazione delle regole della natura, la tolleranza. Non un filosofo, ma un pensatore che dà spazio all’intuizione e al valore del buon senso più che a quelli della ragione. Sa che la felicità e l’infelicità sono elementi contraddittori dell’esistenza, opinabili, facilmente estensibili oltre ogni misura di angoscia, da sorvegliare interiormente con un codice di autocontrollo in modo tale da poter godere con giusta misura di tutti i piaceri della vita e, insieme, di sopportare, attraverso una strategia difensiva flessibile e intelligente, le avversità. L’idea della natura nell’asino è completamente diversa da quella tradizionale che l’identifica come forte elemento di ordine, per tale motivo l’asseconda per trovare un’intesa con il dolore, per prepararsi alla morte senza timori, per accettare con serenità l’impossibilità di cogliere e di svelare il mistero dell’universo. Il suo quieto realismo e il suo amore per la vita lo rendono libero dai dubbi metafisici, dalla preoccupazione dell’avvenire. Tutto ciò può sembrare cosa di poco conto?