Risposta di Ferrigato alla recensione di “Terzo incomodo”

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[Pubblichiamo di seguito un commento di Riccardo Ferrigato a seguito della recensione, pubblicata nel nostro sito, del suo libro Il terzo incomodo]

Alla redazione di Sitosophia.

Vorrei ringraziarvi per la recensione a firma di Cateno Tempio che il vostro sito ha dedicato al mio libro, Il terzo incomodo. Non si tratta certo di un contributo lusinghiero e su alcune questioni credo siano necessarie le precisazioni che seguono.

Due sono gli aggettivi usati per descrivere il mio libro e il mio pensiero: offensivo e disonesto. «Offensivo perché etichetta il donatore di gameti come da titolo: il terzo incomodo» e perché tende «a sminuire le persone che si trovano coinvolte nella fecondazione assistita, in particolare nell’eterologa». Così scrive Tempio.
Stucchevole sarebbe qui ribadire che non intendo sminuire nulla e nessuno, ma certo è strano leggere che la scelta di chiamare “terzo incomodo” il donatore o la donatrice di gamete venga considera “offensiva”. Facile motivarla in poche parole: una coppia è costretta ad aprirsi a un donatore o una donatrice a motivo della propria sterilità; per questa costrizione, il ruolo del donatore o della donatrice, nel rapporto con la coppia, è complesso, tutto da strutturare. In una parola: scomodo. Ecco “il terzo incomodo”, ecco perché è necessario domandarsi con serietà quale sia il ruolo del donatore.

Ancora più singolare sentirsi considerare disonesto. «La disonestà risiede nel fatto che nessun elemento o ragionamento vuole essere ricondotto alla religione, quando in realtà la cosa è abbastanza palese».

“Palese” è ciò che si manifesta con completa chiarezza. “Abbastanza palese” è una specie di ossimoro involontario che denuncia un’incrinatura nell’argomento.

Io lo vedo, Cateno Tempio, immergersi in un libro edito da una casa editrice cattolica, un libro che si occupa di fecondazione eterologa; me lo figuro nella ricerca di una frase, un appiglio, una sentenza presa dal Catechismo… e niente! Immagino la rabbia che monta, fino a portarlo a scrivere «con la bava alla bocca» che questo libro è peggio del peggio, perché non solo è cattolico – ma finge perfino di non esserlo!

Qui il motivo principale della mia risposta, perché una tale atteggiamento è il medesimo che non permette di aprire una seria discussione, in questo Paese, su molti temi importanti. È la guerra infinita, dove non contano le parole, le idee o le argomentazioni; contano le identità, tanto che Tempio sente il bisogno di affibbiarmene una completamente inventata, ipotizzata, strampalata (sarei un cattolico tradizionalista, ma mi prenderei gioco dei patriarchi…). Si stava discutendo di eterologa e ci si trova e chiedersi se io sia stato o meno all’ultima messa di Natale. Costruttivo.

Io questa china non la percorro, e ho voluto che il mio libro se ne tenesse ben lontano. L’opposto è un atteggiamento «offensivo e disonesto». Il terzo incomodo è invece un libro laico, che non si professa cattolico perché non muove da quelle basi e, in certi punti, si allontana perfino dalla prospettiva della Chiesa sul tema.

Peccato, perché Tempio qualche tema vero di discussione lo lascia trapelare tra gli schizzi di saliva. Dell’autosussistenza di ogni cosa o persona, per esempio, si potrebbe certo discutere, ma la recensione preferisce orientarsi sul mio supposto atteggiamento offensivo e di una mia supposta appartenenza religiosa.

Rimane allora il rammarico per quell’incomunicabilità – quel muro che non permette di ascoltarsi e capirsi – che sembra il destino del dibattito su questi temi. È per questo che ho scelto di aprire il mio libro con una citazione dal Viaggio di Louis-Ferdinand Céline (prevedo che Tempio si interrogherà circa le sue credenze e arriverà a definirlo «uno scrittore abbastanza cattolico»): «La guerra insomma era tutto quello che non si capiva. ‘Sta cosa non poteva andare avanti».

Ancora grazie,
Riccardo Ferrigato