Dialogo tra un poeta e un filosofo

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Dialogo tra un poeta e un filosofo. Tentativi estremi di comprensione del senso di reciprocità all’idea di verità.

Ho inventato un amico perché mi sentivo di non averne. L’ho trovato per caso nelle pagine dei miei libri, in un momento di ripensamento sulle cose che avrei dovuto fare, prendendomi così una manciata di tempo solubile nei miei ragionamenti di sconfitta, di amarezza, nonché della vittoria che esse implicano a favore della realtà, eterna dominatrice dei fatti e degli uomini. In un’epoca in cui vige la regola della stupidità e dell’indifferenza, l’idea di un pensiero critico è quasi visto come un disturbo alla quiete dell’irrazionalità. Un dialogo, un confronto non sempre è possibile. L’affermazione di un pensiero militante nella sfera dell’individualismo e del relativismo (quanto sono fastidiosi questi -ismi) deformano la rappresentazione delle cose, che sono sfacciatamente convenienti alla convenevole ideologia neoliberale. Mi piacerebbe che questo mio amico avesse il dna letterario di Borges, aperto, capace di guardare più orizzonti, non costruito a tavolino dalla penna di uno scribacchino, non un genio comunque, ma un uomo pensante, libero nei meandri della ragione. Vorrei che non possedesse sguardi ambigui, posizioni invitanti, contemporaneo alla sua stessa esistenza. Il dramma del poeta – del quale porto indegnamente il titolo – è di non essere mai compreso in vita; post mortem avrà gloria e visibilità nelle antologie scolastiche. Il poeta, quello del terzo millennio, ancora non è dato sapere chi sia, in compenso c’è qualche filosofo alieno.

Dunque ho inventato un amico per necessità di sopravvivenza: mi sento soffocato dagli incanti di ogni giorno, dalle chiacchiere dalle bombe di spettacolarizzazione che piovono sul cervello. Ma dov’è il senso di una convenienza normale, di un agire spontaneo, serio? Possibile che qualcuno ancora non abbia pensato di scrivere un manuale – ad esempio – sulla convenienza di tacere?
Nel mio studio, chiuso con la mia interiorità, con il libro di Cioran fra le mani, come fosse un breviario, con la luce offuscata dalla tenda, provo a iniziare un dialogo con questo mio amico, costruito con le mie mani, alla maniera di Mastro Geppetto, non di legno però, ma di spirito. Devo vincere la mia diffidenza; metterlo a suo agio. Non lo vorrei erudito; purtroppo ora mi rendo conto che così non potrà essere poiché nasce dal grembo delle parole della sapienza. Certamente sarà altezzoso, pedante, sicuro di sé. Non ho scampo. Già mi guarda, aspetta con ansia che gli dia l’input della parola, come il soffio divino per portarlo in vita.

— Ciao, ti va se ti do il nome di Davide?
— Ciao Elio, sì certo. È un bel nome!
— Allora, Davide, una domanda: che senso ha agire per convenienza?
— La convenienza rappresenta la coerenza fra la forma e il contenuto, pertanto dovremmo capire quale sia la forma e quale il contenuto?
— Siamo alle solite: cerchi sempre di complicare qualsivoglia semplicità al solo scopo di disquisire di filosofia, filosofia pura come tu la definisci.
— Caro Elio, tu sei un bravo ragazzo…
— Eh, no! Non chiamarmi bravo ragazzo come a significarmi di essere un sempliciotto, incapace di elaborare un concetto.
— Non è così! Tu come tutti i poeti sei permaloso. Volevo solo dire che nei tuoi concetti non c’è una speculazione filosofica, sei sempre trasparente, immerso in quel romanticismo inglese, alla maniera di Keats.
— Eh già, tu invece tratti le questioni assolute di spazio e assoluto, delle quali non si capisce nulla. Pensando che è roba essenziale e va pubblicata sui siti di filosofia.
— Sempre attento a quella bellezza romantica di cui ci hai resi stufi. Il mondo va in tutt’altra direzione. Sei immobile.
— Preferisco essere immobile che ondivago come sei tu. Sei un vagabondo che gira e rigira nei libri di filosofia per tentare di comprendere qualcosa del vuoto, del tempo e dello spazio. E in questo tuo peregrinare non trovi una Madonna che ti ascolti, un Santo che ti predichi qualcosa che sia di giustezza, un filosofo che ti compiace.
— Se tu leggessi le mie cose non diresti quello che hai detto. I miei testi sono condivisi su Facebook e anche molto apprezzati. Tu non hai nessun impatto sui lettori. Si annoiano a leggere i tuoi versi sbilenchi, privi di ardore poetico.
— A dire la verità, i lettori non leggono i tuoi testi, basta infatti annusarli per comprendere di quanto siano maleodoranti di superbia caratteriale dell’autore, e non sono da configurare nella filosofia pura. Ma per favore, spostiamo il dialogo su cose ben più appetibili e interessanti. Metti da parte la tua presunzione. In fondo sei ancora uno studente universitario, hai tante cose da imparare, perché continuare a ostentare sicurezza, quando invece un po’ di sana e dubbia incertezza ti farebbe comprendere che l’incertezza è necessaria a sviluppare incerte certezze e a farti ragionare meglio su questioni già ampiamente trattate dai Grandi. Io preferisco la letteratura, che fra tutte le attività della specie umana, è certamente la più libera e la più fantastica, la più menzognera e la più ingannevole. Tu invece credi che la filosofia sia scienza o meglio la scienza della scienza, che con i suoi ragionamenti palesa una verità; tu dinanzi a tanta onnipotenza ti senti d’essere demiurgo.
— Non sono un poeta e me ne vanto! Vi conosco bene, voi poeti! Riuscite a passare con nonchalance dalla realtà all’immaginazione, siete così bravi da farne un calco nella manipolazione letteraria. Vi assumete l’autorità di sognare per giustificare le vostre strane connessioni con il cuore. Le vostre orge poetiche, le insinuazioni, il non detto, le allusioni, le invenzioni sono i vostri trucchi del mestiere. Il filosofo è ben’altra cosa, mio caro Elio. Il compito del filosofo consiste nell’elaborare una «scienza universale del mondo», per arrivare all’idea di verità in sé, surclassando ogni cosa della quotidianità.
— Ehm, partendo da dove? Cominciare da quale verità? Penso invece che ogni tentativo di giungere ad una verità comporti una caduta nel dubbio. Non intendo accettare assunti filosofici confezionati dai filosofi, come fai tu. Potrei citare Cartesio e difatti non mi convince l’individuazione nel «cogito» del criterio fondamentale della certezza, sul quale poggiano le verità matematiche e quelle metafisiche, nonché le conoscenze attinenti alla «res extensa». Preferisco, seppure con riserva, Nietzsche e la sua «verità di volontà». Vorrei ancora credere che la verità sia in assoluto ciò che noi non sappiamo veramente intendere, ma è lì in una parte del luogo che ci appartiene che si mostra nella sua dignitosa bellezza. E qui caro amico Davide, forse il poeta più che il filosofo potrebbe darne una definizione.
— Caro Elio, secondo Hegel il vero si compie solo nell’intero, ossia nel sistema filosofico, attraverso il superamento dialettico di tutte le opposizioni concettuali. La filosofia deve assumersi la «fatica del concetto» per superare l’immediatezza e darsi nella forma dello spirito in sé e per sé, ossia nella forma della verità. La verità può esistere solo sotto forma di sistema scientifico, visto che la scienza è l’unica forma in cui si dà la verità e la scientificità si fonda sull’elemento del Begriff. Come vedi, l’assunto sulla verità è incontrovertibile. Tu sei poeta, e queste cose non riesci a comprenderle, conosci solo quegli zozzoni di poeti francesi dell’800 e quelle loro strane teorie sull’Io è un altro oppure lo Spleen e altre loro diavolerie.
— Già, tu conosci tutto, ogni cosa, ogni dettaglio, la verità, Dio, la natura… Io preferisco non conoscere e di non giungere alla pienezza del sapere per conservarmi (tutelarmi) come spirito pensante, senza la pretesa di giungere alla autoconoscenza della verità, per non sentirmi nella pienezza della conoscenza, per non comprendere l’idea indeterminata, e sentirmi libero di volta di volta di esprimermi qualcosa nell’incertezza se ciò che io penso sia verità. Voglio inciampare sempre, per non perdermi nel paradiso dei sorrisi e della beatitudine della verità, amo l’inferno – quello dei poeti. Lascia stare i poeti francesi, i quali non hanno mai servito Dio né gli uomini e hanno pagato con il sacrificio della propria vita la dedizione alla poesia. E poi t’invito a leggerti Hölderlin, il più grande lirico tedesco dopo Goethe, un romantico che visse fuori dai confini classici del romanticismo, colui che ha avuto la presunzione di servire soltanto l’arte e non la vita, gli dèi e non gli uomini. La verità serve agli uomini per le loro convenienze, ecco perché vi è l’affanno filosofico a scoprirne e a determinarne l’essenza e la materializzazione. Al poeta la verità non serve, poiché nelle sue finzioni e immaginazioni il mondo si presenta tutt’uno con esso, e non vi è necessità di spiegare qualcosa di cui è già tangibile nella sua naturale rappresentazione. Il poeta serve gli dèi in profonda intimità, al pari della Natura. Questa sostanzialmente è la differenza concettuale tra la verità del poeta e la verità del filosofo, poiché quest’ultimo pensa di poter approdare all’indicibile con la forza pensante della ragione, mentre il poeta si affida alla propria sensibilità di immaginazione e di costruzione dello Spirito per intendere non un frammento di verità bensì la Natura.
Allora, non morire nelle stantie concezioni e negli assunti geometrici e standardizzati della filosofia matematica, con la pretesa di sapere tutto e di doverne replicare il verbo, sii più umile, e ogni tanto dopo cena fai una lettura di poesia quanto basta per non morire nella certezza di essere tu stesso certezza del nulla.
Ti prego, non replicare, fai in modo che io non mi penta di averti inventato, giacché di questa invenzione ero certo che ne avrei tratto convenienza, mi accorgo però di avere ancora una volta sbagliato nel concedermi un’invenzione che non necessitava di essere inventata, come le tue verità.