Meccanicismo hobbesiano e macchine desideranti

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Propongo una possibile interpretazione de L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari, che mi è venuta in mente leggendo Thomas Hobbes. Tale interpretazione l’ho semplicemente abbozzata. Tuttavia credo sia sufficientemente delineata per poter essere compresa nella sua essenzialità, anche se un suo sviluppo richiederebbe ben più spazio rispetto alle poche pagine di un articolo.

Gilles Deleuze ha conosciuto approfonditamente l’Hobbes politico. Cionondimeno, non ci è dato sapere come abbia interpretato la metafisica che ne è alla base. Il pensiero politico del filosofo anglosassone può fuorviare circa il puro meccanicismo da cui deriva. Inoltre possiamo dire che Deleuze è stato certamente un buon conoscitore di Cartesio.

Sul piano metafisico, quali sarebbero le differenze tra quest’ultimo e il pensatore inglese? Tralasciamo di occuparci di come entrambi considerano Dio, per il fatto che in Hobbes la questione è controversa. Prendiamo piuttosto in considerazione la materia e l’anima. Il materialismo meccanicistico di entrambi i pensatori, relativo agli enti inanimati, è pressoché identico. Hobbes però nega anche l’anima (il cogito, la coscienza sostanziale).

Dunque, per Hobbes la coscienza farebbe tutt’uno con la rappresentazione, vi coinciderebbe: un dolore, un colore, un suono, sono la coscienza-presenza di un dolore, di un colore, di un suono. Ma allora, sempre per Hobbes, la coscienza è un sogno inesistente. L’uomo è meno che un animale (animalità che, tuttavia, già Cartesio riconduce alle cose disanimate, prive di interiorità): sarà piuttosto, ad esempio, simile a un grave, senza vita e rigidamente obbediente alla legge della gravitazione universale.

Si può affermare che il pensiero che emerge da L’anti-Edipo è fortemente influenzato da Kant. In base a tale esegesi, si può associare la nozione di ‘macchina desiderante’ alla kantiana, soggettiva, categoria della causalità. Tale categoria potrebbe tuttavia essere condizionata dall’esistenza di una res extensa inflessibilmente soggetta alle leggi della scienza moderna.

deleuzeyguattari

Deleuze e Guattari accennano semplicemente – quanto alla loro azione – agli enti che non siano l’uomo. Non è dunque chiaro come si pronuncino circa l’esistenza delle forze naturali: molto probabilmente non ritengono che si possano avere moti di cose unicamente per contatto. Prescindendo da ciò, anche per i due francesi potrebbe esistere una materia che i nostri sensi deformerebbero. Sarebbero dunque dei materialisti. Secondo questa interpretazione de L’anti-Edipo, il loro parlare di ‘materia’ può essere considerato quale un riferirsi alla kantiana cosa in sé.

Inoltre, nel libro in questione ho scorto una forte vicinanza al cristianesimo, che non si limita a essere una semplice simpatia intellettuale: tale vicinanza sarebbe, a mio parere, addirittura religiosa. L’anti-Edipo è fortemente dogmatico, oggettivista. La cosa in sé (Dio – colui che è), la rappresentazione, il nulla del post-mortem, esprimenti un identico valore e qualcosa di positivo, ricalcherebbero la struttura trinitaria del Padre, del Figlio (che prende – o meglio, dovrebbe prendere – a modello il Padre, imitarlo, in quanto quantità intensiva reale, da cui dunque occorre sottrarre ogni elemento rappresentativo), dello Spirito (il nulla, antitesi della materia). Oltre a ciò, il nomadismo di cui si fa continuamente menzione, certamente legato alla Beat Generation, non si richiamerebbe anche ai viaggi francescani? Nel propugnare una vita semplice, non vi è forse un richiamo alle metafore evangeliche del giglio nel campo e dell’uccello nel cielo? Certamente, quello di Deleuze-Guattari è un cristianesimo selvatico (eppure pacifico, che usa violenza solo se costretto e per difendersi) e sensuale. Ne L’anti-Edipo vi è inoltre della bassezza (opposta a grandezza): ma tale elemento (cui è da ricondurre, fra l’altro, la possibilità di un rafforzamento caratteriale), rende a mio parere particolarmente geniale l’opera, la quale, del resto, lo è già, prescindendo da ciò.

In ogni caso, circa le relazioni tra L’anti-Edipo e Hobbes, vi sarebbe vicinanza maggiore a quest’ultimo, più che a Cartesio, nel considerare la materia. Per Cartesio, infatti, essa è concepibile per mezzo dell’intelletto, per Hobbes è inconcepibile. Deleuze e Guattari affermano – ad esempio e in primo luogo – che la materia non ha figura. Corrisponderebbe all’inconscio, in quanto trascende completamente la possibilità di averne concezione, di esperirla. Stando all’esempio della figura, essa è condizionata dai colori: senza colori vi è trasparenza. Come per Hobbes, per Deleuze-Guattari la rappresentazione è allucinazione. Sarebbe un’allucinazione, la cui presenza (se si è vivi, non se ne può prescindere), o assenza (quando si muore non c’è più), è indifferente: la concretezza vibrante che accompagna anche la più elementare delle impressioni, non è dolore, vita, ma piacere, e dunque assenza, nulla — rappresentazione appunto, nel senso più puro.

L’anti-Edipo afferma che le macchine desideranti pongono problemi di funzionamento (possono essere guaste), non problemi di senso. Il guastarsi di esse è impazzire, ovvero essere cose senz’anima e senza valore – praticamente un nulla –, che si credono vive, animate. Vita, dolore, senso-esistenza, forse anche l’anima (ad esempio, il realismo aristotelico potrebbe implicare una concezione di tipo animistico), sono nozioni strettamente connesse. L’uomo sarebbe felice quando considera sé stesso cosa materiale e disanimata. Il che, tuttavia, quasi paradossalmente, corrisponde a una concezione sociale e vitalistica.

Leggendo questo libro, non è molto chiaro il rapporto che intercorre fra i due studiosi francesi e Karl Marx. L’opera pare tuttavia più criticarlo che accoglierlo. Alla luce di tale nuova, possibile, lettura di essa, si può supporre in che modo Deleuze potrebbe concepire la filosofia marxiana. Fraintendendo fra l’altro – perlomeno a mio parere – il pensiero di Marx, ne fa un materialista, con riferimento dunque al materialismo moderno. Tale materia sarebbe soggetta alla dialettica. Per quel che riguarda il piano degli esseri senzienti, la loro materialità avrebbe alcuni tratti di ciò che è vivo, animato. Un certo uomo, attribuirebbe valore solo e soltanto a sé stesso. Confliggerebbe dialetticamente con ogni altro uomo, animale o cosa. Per Hobbes vi è invece la possibilità della pacificazione, dell’accordo, su basi tuttavia egoistico-utilitaristiche (anche se, in fondo, non propriamente: si è infatti detto che per Hobbes la coscienza non esiste). Se immaginiamo un mondo di macchine desideranti umane ben funzionanti (il che corrisponde all’anarchia), esse obbedirebbero a leggi più armoniche rispetto a quelle della dialettica.

Concludendo, auspico che il mio embrionale spunto di riflessione possa venire sviluppato in una più attenta rilettura dell’intera opera qui considerata.

  • Giorgio

    Certamente si può lavorare su un rapporto tra L’anti-Edipo ed Hobbes che si presenta nella forma di un’irresistibile inversione speculare e quasi perfetta: l’elemento del desiderio macchina la fa da padrone in ambedue, soltanto che in Hobbes è un meccanicismo deterministico di causa ed effetto che si connette alla generazione ex novo del corpo politico, mentre ne L’anti-Edipo abbiamo un macchinismo del desiderio caotico e molteplice, anarchico e non determinabile per legge, che si connette al problema inverso della disgregazione rivoluzionaria del corpo politico “repressivo” già esistente, oppure, se preferite, alla realizzazione di un corpo montabile senz’organi. Per il resto, l’interpretazione proposta nell’articolo mi sembra un po’ stralunata a dire il vero.