Se Dio piange

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Durante il suo recente viaggio in America, incontrando le vittime degli ecclesiastici pedofili, uno dei capitoli più bui della Chiesa Cattolica statunitense, il pontefice ha detto: «Dio stesso piange».

La visione antropomorfica della divinità è un topos ricorrente nelle scritture bibliche, laddove Jahvé, similmente a quanto avviene per gli dei delle altre religioni, si mostra adirato, geloso, e addirittura, vedendo prima del diluvio la malvagità degli uomini, si pente e si addolora in cuor suo (cfr Gen 6,5.6) abdicando per un attimo alla sua onniscienza.

Dio piange, e in questo modo papa Francesco ha creduto di potere archiviare secoli di teodicea, poiché avendo ipostatizzato la sofferenza ha confinato Dio in una sorta di palla di vetro di irrimediabile staticità. Dio è spettatore della storia. Ne soffre; forse non può, forse non vuole intervenire, ma la teodicea a questo punto diventa una questione inutile. Il mondo vivrebbe etsi deus non daretur. Ma se Dio piange allora – diciamolo dostojevskianamente – tutto è permesso. Se Dio stesso piange, tutto ciò che è reale diventa razionale, perché su un piano meramente immanente il silenzio di Dio si traduce in giustificazionismo. Il mistero dell’iniquità rimane mistero a cui neanche Dio intende dare risposta se non divenendo vittima tra le vittime. Ricacciato dal cristianesimo nella lontananza della trascendenza, in nome di un teismo per il quale Dio separato dal mondo potesse venire a salvarlo, lo stesso Dio ritorna sotto mentite spoglie sul piano etico per “legalizzare” la sofferenza con la croce. A meno di non ammettere, come fa Schelling (ma Leibniz non sarebbe stato molto d’accordo) che l’onnipotenza implichi la facoltà di rinunciare all’onnipotenza medesima (ancora oltre si spingerà Mainländer, immaginando che la creazione fosse il prodotto del suicidio di Dio). In fondo Qoelet o Giobbe non hanno mai messo in questione l’esistenza di Dio: la loro disperazione nasce dal dubbio che Egli sia davvero in grado di salvarli.

Paolo di Tarso liquidava la faccenda su basi retributive: «Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2 Cor 4,17); ma altrove, nella lettera di Giacomo, si ammonisce che non si può fare appello alla fede (e quindi alla speranza) se si viene meno alla carità. Il “leggero peso della tribolazione” non sarebbe un argomento probante per Il Grande Inquisitore (de I fratelli Karamazov) laddove le lacrime di un bambino non potrebbero essere barattate neanche per le promesse eterne.

Se Dio piange, dunque, gli afflitti non saranno più consolati e i miti erediteranno una terra che non è questa. Alle vittime serve un Dio che faccia giustizia non una divinità empatica e amicale. Paradossalmente Francesco risponde a quel Benedetto XVI che su Auschwitz avevo chiesto a Dio: «Tu dov’eri?». Adesso lo sappiamo: era lì, a piangere. E un dio così (con un minuscolo d’obbligo), ha bisogno di essere salvato da sé stesso.

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  • kerigmapd

    Immagino e spero che non basti sapere che il Dio con la maiuscola, ha un profondo rispetto
    della libertà dell’uomo e su questo non abdica.

    Non bastava nemmeno a me sapere che il nostro libero arbitrio è la causa delle sofferenze umane
    e senza evocare il dramma dei bambini violentati, è motivo del dolore personale
    nei nostri cuori, comunque feriti.

    Dio è rispettoso ma è anche molto concreto, capace di irrompere con il suo amore nella libertà dell’uomo pur lasciandolo libero. Però ora voglio rinunciare ai dotti discorsi persuasivi, non tanto perché non ne sono all’altezza, ma per lo stesso suggerimento di S. Paolo ai greci, pur
    ammettendo che mi attraggono le colte argomentazioni su quel Dio che piange. Mi
    attirano si, ma non mi possono più sedurre, dopo quello che mi è accaduto e che
    ora desidero testimoniare, sperando di essere utile a qualcuno.

    Mi è capitato come a Nicodemo quella notte con Gesù, quando tenta di conoscere Dio
    approcciando il dialogo esclusivamente sul piano intellettuale. Quell’amore
    incondizionato e personale che Gesù ha per ciascuno di noi, rispetta
    l’impostazione cognitiva che contraddistingue la personalità di Nicodemo e
    parte da essa, per invitarlo a non rimanere su posizioni arretrate e fare un
    salto di qualità: “caro amico, non ti basta il buon sapere, bisogna credere e
    voler credere !”. Questa è la proposta di Gesù che ha spiazzato il dotto
    fariseo:

    “Se uno non nasce dall’alto non può vedere il regno di Dio”.

    E’ proprio questo fatto trascendente del “rinascere” che è avvenuto nella mia vita. Però prima
    ho dovuto credere che sia possibile, per poi desiderarlo. Lì per lì una tale
    proposta di rinascita era stoltezza per me, come lo era per i greci dell’Areopago,
    perché amo anch’io la logica, la cultura e il sapere. Stoltezza si, almeno finché non ci si scopre
    bisognosi, riconoscendoci vittime del mistero dell’iniquità, infelici, miserabili, poveri, ciechi, nudi, malati, sofferenti. Prima di quel giorno, quello della salvezza per intenderci, non sapevo di essere tutto
    questo. Non avevo nemmeno evidenti malattie, drammi o disgrazie, tutto filava apparentemente liscio e avevo un’idea di un Dio di giustizia e ciò non mi interessava da decenni.

    Quando mi è stata fatta la stessa proposta di Nicodemo, era il momento giusto, perché successivo ad una sincera introspezione, dove avevo scavato dentro di me e sono emersi i miei vuoti, le mie voragini. Con diverse parole rispetto a Nicodemo, mi fu proposto:

    “Vuoi una vita nuova ? Fatti incontrare da Gesù !”.

    Per la prima volta in vita mia, mi resi conto di aver bisogno che qualcuno mi riempisse
    definitivamente e pienamente quei vuoti emersi dal cuore. Tutto quello che stava accadendo aveva una potente pretesa di verità e realtà. Mi sono arreso, ho accettato la proposta, ho creduto fosse possibile e ho desiderato umilmente che accadesse. E’ stata la resa più vittoriosa della mia vita!

    Sono stato libero da pregiudizi nel scegliere Dio, con la stessa libertà con cui l’avevo rifiutato
    per decenni e che egli ha rispettato per quarantacinque anni. Due ore dopo la
    mia decisione, ho sperimentato la salvezza incontrando Gesù che ha giustiziato il mio male.
    Lo ha già fatto con tutti, ecco la sua giustizia redentrice ! Il mio desiderio ora è quello
    che ognuno possa nello stesso modo far propria la salvezza, già conquistata al prezzo del sangue
    del figlio di Dio.

    Gesù è presenza per eccellenza, tanto presente che ti può cambiare la vita. Tutto è
    simile a prima, ma è tutto nuovo. Solo dopo aver sperimentato la sua salvezza, è
    possibile vedere trasformati momenti di profonda sofferenza in passaggi di
    resurrezione, di crescita e guarigione, come mi è accaduto recentemente con mio
    figlio: si arriva persino ad amare questi momenti di dolore. Ami la vita in tutte le
    situazioni e ti senti utile, con un continuo struggimento nel cuore per
    imparare ad amare in compagnia dell’amore più grande.

    Massimo Brasiliani

  • Sandra

    tanto non esiste

  • Salvatore

    Casualmente passo su questo sito e trovo la classica problematica Dio-teismo-ateismo. Interssanti le due affermazioni. La prima : “Ricacciato dal cristianesimo nella lontananza della trascendenza, in
    nome di un teismo per il quale Dio separato dal mondo potesse venire a
    salvarlo, lo stesso Dio ritorna sotto mentite spoglie sul piano etico
    per “legalizzare” la sofferenza con la croce “. E la seconda, quella finale : “Adesso lo sappiamo: era lì, a piangere. E un dio così (con un minuscolo d’obbligo), ha bisogno di essere salvato da sé stesso” – Salvare Dio da dio ? Direi proprio di sì, almeno in minimissima parte lo riconosce anche l’odierna Chiesa cattolica quando riconosce un certo merito storico all’ateismo. Un passo in più, e sostenuti dalla forza critica dell’ Illuminismo, saremmo arrivati a rivalutare Voltaire e il suo Deismo. Un Dio Grandissimo,Infinito,lontanissimo da raffigurazioni antropomorfiche e da beghe umanesche di potere sulle coscienze e sulla politica mondana. Lungi da tutte queste deformazioni e contraffazioni, Voltaire ricolloca la presenza divina nella sua trascendenza misteriosa e inaccessibile. Invito tutti a leggersi e rileggersi la stupenda preghiera al termine del Trattato sulla Tolleranza : ” NON PIU’ DUNQUE AGLI UOMINI MI RIVOLGO ; ma a te, Dio di tutti gli esseri,di tutti i mondi e di tutti i tempi : se è lecito a deboli creature SPERDUTE nell’ IMMENSITA’, e IMPERCETTIBILI DAL RESTO dell’ Universo, osare chiedere qualche cosa a te, a te che hai dato tutto… degnati di guardare con PIETA’ GLI ERRORI LEGATI ALLA NOSTRA NATURA UMANA…Tu non ci hai dato un cuore perché ci odiamo e MANI PERCHE’ CI SGOZZIAMO; fa’ che ci aiutiamo a sopportare IL FARDELLO DI UNA VITA PENOSA E PASSEGGERA ” ! Da Voltaire il passaggio a Giacomo Leopardi già può essere intravisto assai agevolmente con il tema del Nulla, dell’humana condicio e della coseguente solidarietà. Concludo con un riferimento a due libri ,utilissimi e illuminanti, scritti dallo studioso americano John Sh. SPONG : ” Un Cristianesimo nuovo per un mondo nuovo “; e ” Gesù per i non-religiosi “. Due libri che esigono una lettura paziente e riflessiva ma che, alla fine ricompongono in modo originale e rivoluzioanario il nesso culturale ed esistenziale umano-divino !