Giuseppe e la sua avventura d’amore

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Accettare incondizionatamente di essere padre nel silenzio della sottomissione a Dio è una nobile rinuncia alla propria volontà di agire. Giuseppe, discendente del re Davide, fu scelto da Dio perché era giusto.
Giuseppe, falegname a Nazareth, non occupa nella natalità di Gesù la centralità di Maria: è quasi ai margini della storia, avvolto nel silenzio di devozione a Maria e a Dio. Anche i Padri della Chiesa trattarono S. Giuseppe solo occasionalmente nel contesto dei commenti evangelici che lo nominano. Solo molto più tardi nacque un interesse da parte degli scrittori ecclesiastici e dei grandi teologi scolastici. Il forte impulso al pensiero teologico su S. Giuseppe fu dato dalla voce dei Pontefici che nel Magistero fissarono le linee essenziali della teologia giuseppina. Pio XI, ad esempio, sostenne la precedenza di S. Giuseppe su S. Giovanni Battista e S. Pietro. Pio XII, nel discorso del 1° maggio 1955, propose la figura di San Giuseppe come Patrono degli operai.

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Quando la gravidanza di Maria si rese visibile, Giuseppe non seppe nell’immediato darsene una ragione, ma accettò quanto gli disse l’angelo apparso in sogno: «Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai sui peccati». Giuseppe con straordinaria e inimitabile adesione all’annuncio dell’angelo accettò e dissolse ogni dubbio. Francesco di Sales: «Non dobbiamo per nulla dubitare che questo santo glorioso abbia un enorme credito nel Cielo, presso colui che l’ha favorito a tal punto da elevarlo accanto a Sé in corpo e anima». Dio stimò Giuseppe come nessun altro al mondo, come se lo avesse plasmato ad essere quello che doveva essere: giusto.

Era giovane, almeno secondo l’interpretazione di San Girolamo: «Contrasse matrimonio con Maria: questa era sui 14 o 15 anni, lui sui 18 o 20 anni. Queste le età solite per il matrimonio presso gli ebrei…».
Della vita di San Giuseppe non si conosce molto, gli evangelisti e i Padri della Chiesa ipotizzarono il suo asservimento al volere di Dio nelle solite forme canoniche della fede, non tralasciando di aggiungere particolari suggestivi del suo essere diventato Padre putativo, nonché sposo di Maria. Nonostante la sua giovane età (secondo quanto asserito da Sant’Agostino nel Sermone sulla Genealogia di Cristo), non ebbe nessun rapporto carnale con Maria.
Maria fu vergine anche nel parto, infatti Isaia: «Ecco la vergine concepirà», e ancora: «e partorirà un figlio». Secondo i santi Padri, Gesù uscì dal grembo di Maria nel medesimo modo in cui una stella con la sua luce passa il vetro, non lo rompe, ma lo illumina. Maria non conobbe il dolore del parto. Il matrimonio di Maria con Giuseppe, la castità di entrambi, lo stato di grazia originale in cui si trovava Maria, il parto, sono elementi concordanti in una perfezione di modello che presuppone una credenza incondizionata e scevra da forme dubbiose o contrastanti con quanto scritto nelle Scritture.
Tommaso D’Aquino così si espresse nella Summa Theologica: «La donna che dà alla luce una carne comune per la verginità. Ma quando nasce nella carne il Verbo, allora Dio custodisce la verginità, rivelandosi così come Verbo. Come infatti il nostro verbo mentale non corrompe la mente quando viene proferito, così neppure il Verbo sostanziale che è Dio, volendo nascere, viola la verginità». Ovviamente nella sua dotta formulazione Tommaso si affidò ad una interpretazione propria, in linea con le somme teologiche del tempo, avvalorando una tesi che si basava su un teorema teologico, facilmente sconfessabile a livello scientifico.
Lo sposo Giuseppe fu soltanto la figura necessaria per la composizione di una famiglia, un elemento per dare «esistenza» alla storia divina. Dio lo volle ai margini, umile e rispettoso, premuroso, paziente, senza gloria né incenso. Maria invece assunse a sé la dimensione divina e mistica, il pregio di essere Madre celeste con il privilegio dell’adorazione, tanto da acquisire nel tempo una posizione “dominante” nella liturgia e nella celebrazione delle cose di Dio.
Ad iniziare il culto giuseppino pensarono poi i monaci benedettini durante il Medioevo. I mistici Ruperto di Deutz e san Bernardo di Chiaravalle tentarono di chiamare i fedeli a una vera devozione a Giuseppe. San Bernardo nei suoi sermoni enunciò che «la fama della Vergine Maria non sarebbe integra senza la presenza di Giuseppe». Si può evincere come il padre putativo di Gesù abbia avuto una sorta di discriminazione nell’affermazione del suo culto, ma soprattutto di “resa incondizionata” a Dio.
Quando Gesù si recò al Tempio, senza preavvisare Giuseppe e Maria, alla loro apprensione rispose: «Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio». Non fu, la sua, una sconfessione genitoriale, ma l’esplicitazione di un destino già scritto dal Padre in ogni dettaglio, che doveva tradursi nell’esaltazione della sua crocifissione e resurrezione. Giuseppe, padre, doveva soltanto aspettare che la storia si concludesse con altri soggetti nella drammaticità della morte del figlio e nello splendore della risurrezione. San Tommaso d’Aquino sancì la presenza di Giuseppe come necessaria nel piano dell’Incarnazione poiché senza di lui la gente avrebbe potuto dire che Gesù era un figlio illegittimo. Ma si può, sotto ogni profilo giuridico e sociale, considerare un vero matrimonio quello contratto fra Giuseppe e Maria? Tommaso d’Aquino non ebbe dubbi, anzi: «Essi erano uniti l’uno all’altro dall’amore reciproco, un amore spirituale. Si scambiarono quei diritti coniugali che sono inerenti al matrimonio, anche se, per il loro voto di verginità, non fecero uso». Sorprende quanto esposto dal teologo medievale, almeno nella configurazione giuridica del matrimonio, là dove afferma che «non fecero uso». Una questione non molto chiara, discutibile ed essenzialmente priva di qualsivoglia ragionevole accettazione logica e giuridica. Si può essere concordi che Giuseppe e Maria conservarono la propria verginità, poiché il loro singolare matrimonio doveva intendersi in unione con il sublime potere di Dio, ma rimane irrisolta la logica di una unione voluta per dare parvenza di legittimazione sociale oltre che divina; quantunque forse Dio avrebbe potuto disporre in un modo meno equivocabile la storia, almeno nella forma contrattuale sociale di un matrimonio.
Gli aggiustamenti teologici si presume che siano ancora in corso d’opera. Nel frattempo si può continuare ad immaginare il giovane atletico e bello Giuseppe concedersi nella giustezza di un volere divino, con il capo leggermente chino ad osservare con benevolenza il Figlio, e magari con il pensiero di essere stato destinato a qualcosa di più grande, dove le piccole cose della vita non contano per i prescelti come lui. Il suo volto è illuminato di tenerezza in note di delicatezza e pacatezza che dànno il segno del buon padre di famiglia.
E come tutte le cose che riguardano la religione si corre dietro ai misteri, i quali diventano inequivocabilmente impulsi naturali all’adesione di ciò che non è dato sapere (chissà perché) al solo fine di consentire il perpetuo convincimento di una religiosità indispensabile alla vita dell’uomo per addomesticarlo alla visione di un Dio che sull’incomprensibilità ha fondato la propria natura.
La teologia si affida, nella spiegazione del divino, alle consuete forme acrobatiche di un pensiero che ha le fondamenta nel Medioevo, tralasciando volutamente gli aspetti significativi di una religione che necessita invece di interventi risolutori sul piano della comprensione e dell’adeguatezza di riti celebrativi ancora in uso.
Giuseppe, anche quest’anno nell’eterna celebrazione di una festa, sarà lì al suo posto, con Gesù e Maria.
San Giuseppe si è prodigato, nel silenzio dell’ubbidienza a Dio, alla natività del suo figlio, poiché era illuminato (se vogliamo) e convinto che era cosa buona e giusta, come del resto era la sua materia e il suo spirito. Ha in tal modo concesso la perpetua celebrazione di un evento che non deve significare soltanto goduria di festa, ma un avvicinamento anche alla sua natura di giustezza e di bontà. Una fiamma d’innamoramento alla vita per incendiare il superfluo e le inutilità.