Sitosophia

Miller, Whitman, Wright. Tre volti dell’America

Tropico del cancro è un’importante romanzo a sfondo autobiografico di Henry Miller. Ambientato interamente in Francia intorno al 1930 e principalmente a Parigi, descrive le peripezie, i vari incontri e le situazioni vissute, dal protagonista, un newyorkese che conduce un’esistenza misera (o quasi) e sbaragliata, vivendo di occupazioni saltuarie o di espedienti.

Risulta appurato che Miller è stato influenzato dal surrealismo francese. È stato poi, a mio parere, un anticipatore dell’esistenzialismo. E ha ideato un esistenzialismo molto penetrante. Sartre, il padre della variante francese di tale tendenza culturale, scriverà le sue opere esistenzialiste alcuni anni dopo la stesura del romanzo in questione. Vi è tuttavia da ritenere che allora Essere e tempo già circolasse negli ambienti culturali parigini. Il fatto che la Francia abbia avuto intellettuali dal grande seguito come Boutroux, fautore del libero arbitrio (che l’uomo, per tale pensatore, può esercitare senza limite alcuno, sia nel bene che nel male), ha certamente favorito il fatto che Heidegger attecchisse nei suddetti ambienti.

Miller ritiene che il caos, la libertà, l’arbitrio, sia l’unica legge vigente al mondo e nella vita. Il suo romanzo è costituito da riflessioni profonde sull’esistenza, da ottime descrizioni di momenti suggestivi, in cui la realtà pare stia svelando il suo senso nascosto (momenti tuttavia meramente illusori), da squallide descrizioni che talvolta indicano la desolante assenza di significato del reale, mentre altre volte probabilmente esprimono il gusto perverso del narratore. Tuttavia, per la maggior parte credo sia costituito da ciò che, quantomeno, è qualcosa di molto vicino a un puro e spontaneo flusso di coscienza, registrato quindi da una scrittura automatica senz’altro sottoposta a delle correzioni. Presumibilmente i surrealisti si abbandonavano a tale tipo di scrittura solo nei momenti di ispirazione artistica e lo stesso fa Miller.

Ora, le vicende narrate dall’autore possono interessare o meno, in quanto esprimono il suo personalissimo gusto estetico. La sua arte è estremamente soggettiva. Ma proprio perché tendente alla pura individualità, essendo poco oggettiva o universale, ovvero poco condivisibile, il lettore fa fatica a ritrovarvisi.

L’opera di Miller è agli antipodi del romanzo tradizionale. Non narra una storia, un intreccio più o meno avvincente, il cui esito, negativo o positivo che sia, catturi l’attenzione del lettore. Ciò da un lato. Dall’altro non esprime il benché minimo significato al di là del particolare gusto estetico del narratore. Le arti e le filosofie sono finzioni che non si accordano neanche minimamente con la vita. La vita è radicalmente altro rispetto a esse. L’identità di un individuo, ogni suo presunto tipo di carattere, è dissolto (ciò è ad esempio rappresentato dalle bassezze commesse dal protagonista), fosse anche, tale carattere, rappresentato unicamente dall’istinto di autoconservazione (dal romanzo mi sembra emerga come esso sia operante solo in modo saltuario). Un derivato di esso è rappresentato dalla moderna idea di progresso, cui Miller fa talvolta riferimento nello scritto, nella quale, ovviamente, non crede.

Una disumana anarchia è quanto caratterizza ogni uomo. Di tale cinica disumanità che lo contraddistingue, il protagonista, in fondo, soffre disperatamente. Tropico del cancro, per tale aspetto, tocca in profondità.

Ma vediamo più nel dettaglio il problema dell’assenza di valore di ogni uomo. Nel romanzo emerge certamente anche il problema superficiale dell’essere dei tipi anonimi. Miller non si arresta tuttavia a tale superficie. Più a fondo ci sono problemi di tal sorta. Se al mondo non c’è amore significa che nessuno ci attribuisce valore. Pensiamo ad esempio alle conseguenze, sul piano politico, di ciò. Un futuro di pace e di fratellanza tra gli uomini sarà pressoché irrealizzabile. Più in generale, per Miller non ci sono sbocchi e soluzioni politiche di nessun tipo ai problemi esistenziali dell’umanità.

Non si dà neanche stima reciproca. Tale stato d’animo potrebbe essere provato anche tra nemici, ad esempio tra soldati che combattono su fronti opposti. L’altro può anche farci del male, ma sapendo del rispetto che prova per noi, il dolore che ci ha provocato non sarà pienamente opprimente. L’uomo non rigetta il dolore in sé, ma il carattere oltraggiante di esso, la volontà di vilipenderci di colui che ce lo procura. Se fossimo, infine, almeno caratterizzati da un egoistico attaccamento a noi stessi, se fossimo dei solipsisti a cui non importa nulla di ciò che gli altri pensano di noi, ancora una volta il dolore procuratoci dall’altro non sarebbe assolutamente insopportabile. Ma l’uomo non è capace neanche di questo. Non è capace, infine, neanche di odio. Odiare qualcuno è attribuirgli del riconoscimento, del valore, legato proprio alla sofferenza che ci procura.
L’arma di cui dispone l’uomo è più letale dell’odio. È l’annichilente indifferenza, ricevuta ma anche inferta. In un mondo spettrale, gelido e infuocato ad un tempo, ogni uomo è sia demone che vittima della più spietata e gratuita ferocia.

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Agli antipodi del pessimismo di Miller, legato alla sua idea di radicale sradicamento dell’uomo, c’è il colmo ed entusiasta ottimismo di un altro grande newyorkese, Walt Whitman. In Foglie d’erba, la sua più importante raccolta poetica, emergerebbe una visione del mondo che, almeno in parte, potrebbe venire accostata a quelle di Spinoza e Leibniz.

Con quest’ultimo avrebbe in comune il fatto che al mondo nulla sarebbe casuale (non esisterebbero accidenti). Tutto avrebbe uno scopo, una funzione, un ruolo fondamentale, un’utilità indispensabile. Ciò che una cosa produce sarebbe imprescindibilmente compiuto in vista del raggiungimento di uno scopo supremo e definitivo. La provvidenza divina governerebbe nel modo più esaustivo tutto ciò che accade. E così, ad esempio, i tempi trascorsi sarebbero per Whitman i necessari e ineludibili presupposti di ogni successivo progresso storico.

I più affascinanti e intensi momenti lirici della raccolta sono quelli in cui il poeta statunitense celebra l’armonia di tutto l’esistente in una mistica esultanza, giustificando assolutamente, attraverso la fede, cose belle e brutte, grandi e piccole, il bene e il male, cose tra loro anche estremamente differenti (ma solo in apparenza). La morte, in particolare, viene da costui considerata come ciò che interviene quando qualcosa ha esaurito la propria provvidenziale funzione.

Tutto al mondo per il poeta ha pari dignità, senso, utilità, imprescindibile valore, per cui va fraternamente amato, pienamente accolto. Ma all’uomo è dato, attraverso l’uso della conoscenza, di penetrare, almeno parzialmente, il senso della vita, del mondo, della storia. Da qui il materialismo del poeta americano, un materialismo a mio parere assai affine a quello spinoziano. La materia sarebbe cioè una manifestazione divina. Ma allora solo Dio esiste e non può contraddire moralmente sé stesso. L’ideologia liberal, democratica e libertaria, antidispotica e non prevaricante di Whitman, deriverebbe da tale visione del mondo. L’uomo americano, fra l’altro, è dotato di curiosità, è portato a conoscere. Da ciò, sia il suo amore per le scienze, sia il suo spirito pionieristico, la sua voglia di esplorare terre sconosciute.

Il materialismo è ciò per cui, al di là delle differenze, delle apparenze, vige la piena identità, per cui una persona scopre di avere una dignità pari a quella di ogni altra persona e viceversa. Da tale materialismo deriva un particolare gusto estetico whitmaniano, che sussiste accanto a quello più mistico, comprensivo e includente. Per comprenderlo non basta tuttavia riferirsi alla sola mentalità materialistica. Per metà è infatti influenzato dalla mentalità protestante.

Tale religiosità vuole che la salute, il vigore fisico (persino l’abilità atletica, cui nella raccolta in esame si fa talvolta riferimento), una numerosa prole, il successo negli affari, l’abbondanza di beni posseduti che ne deriva, siano segno e dono di grazia divina.

Ora, il materialista tende ad ignorare le differenze sensibili avendo gusto per quanto è omologato. Se a ciò si aggiunge il piacere di matrice calvinista per l’abbondanza, la risultante (per così dire) è una poetica della pura quantità, è l’attrattiva per ciò che è estensivamente grande. Anche se piuttosto di rado, nella raccolta emergerebbe anche tale estetica, tipicamente americana.

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Richard Wright, tra i maggiori rappresentanti della letteratura nera americana, con Rito di passaggio, ambientato negli anni cinquanta, fa riflettere circa la condizione di sradicamento vissuta dalla gente di colore negli Stati Uniti.

Il protagonista del breve romanzo è un ragazzino afroamericano di nome Johnny. Adottato da una modesta ma amorevole famiglia di Harlem, spensierato e bravissimo negli studi, le autorità gli impongono di abbandonarla volendolo affidare ad una nuova e più abbiente famiglia. Johnny, che solo allora, fra l’altro, giunge a conoscenza di essere stato adottato, rifiuta l’idea di stabilirsi presso una nuova casa e fugge. Si unirà ad una banda di spostati della sua età, adattandosi ben presto a tale nuovo ambiente. Non farà più ritorno a casa.

Il tema del passaggio dall’infanzia all’età adulta, con le sue difficoltà e le sue durezze, non è, a mio avviso, che un pretesto per parlare della più generale condizione di sradicamento culturale vissuta dai neri americani fin dal tempo della loro deportazione forzata. Ridotti in schiavitù e maltrattati senza motivo agli inizi, in seguito non verrà tuttavia meno la loro oppressione sociale, economica e politica. Tutto ciò sempre in accordo con la legge dei loro oppressori, con la folle e disumana autorità dei bianchi.

Nel romanzo emerge come l’afroamericano, più o meno inconsciamente, si senta irrazionalmente in colpa di fronte a essa, pur non avendo commesso alcunché, come un bambino maltrattato ingiustamente dal proprio genitore. Ciò lo spinge in fondo ad accettare ogni sopruso, ogni durezza, ogni ingiustizia che gli viene rivolta, prendendoli quasi per leggi immutabili del vivere e rassegnandovisi.

Il giovanissimo protagonista, ritrovatosi a vivere da solo nella strada, è ora costretto a pensare con egoistica freddezza alla propria pelle e alla propria sopravvivenza. L’azione del tipo più pronto, irriflesso e violento sarà il suo nuovo abito. Un’etica da gangster, dalla quale non può prescindere chi fa una vita da strada, più che dei sentimenti umani, è ciò che lo lega ai suoi nuovi amici, scagliati compatti contro un mondo ostile. Tra costoro vige anche una mentalità delinquenziale, un sistema di valori criminale nel giudicare ciò che è buono e ciò che è cattivo in un uomo.

Eppure Wright è convinto che ogni nero d’America, anche il peggiore, sia in fondo ancora radicato nelle sue tradizioni, legate alla cultura della sua terra d’origine. Una forte impronta comunitaria, un senso di affettuosa e reciproca fratellanza è quanto caratterizza molte tribù africane, all’interno delle quali ogni componente si sente calorosamente accolto, si sente a casa.

Credo che lo speranzoso auspicio del libro, il suo invito, sia quello all’unità politica dei neri, affinché compatti si emancipino sia economicamente che socialmente. Tale l’imprescindibile condizione affinché tornino idealmente ad abitare un luogo umanamente vivibile.