Sitosophia

Lucrezio, il poeta della ragione

1. Di lui si sa ben poco

Scarse e incerte sono le notizie sulla vita di Lucrezio. Secondo san Girolamo la sua nascita è da collocare intorno al 96 a.C., la sua morte tra il 53 e il 51 a.C. La morte avvenne per suicidio, poiché avrebbe bevuto un filtro che gli era stato procurato da una donna malvagia. Ma pare essere più una leggenda che una verità.
Si ipotizza che sia nato in Campania, tuttavia non è da escludere l’ipotesi che sia nato a Roma, stanti alcuni riferimenti dettagliati nel suo poema a tale città.
Scrisse la sua opera De Rerum Natura durante i periodi di lucidità. Molto probabilmente la sua presunta follia è da ricondurre all’ostilità dei cristiani che in lui vedevano un nemico del cristianesimo.
Alcuni studiosi ritengono che Lucrezio sia stato più volte colto da crisi depressive e in questo senso hanno tentato di individuare tracce di una psicosi ciclica di cui il poeta avrebbe sofferto. Trattasi ovviamente di un’indagine linguistica e testuale fuorviante, al solo fine di confermare a tutti i costi un caso clinico. Purtroppo la sua biografia non aiuta a dissipare inesattezze e dubbi, né i suoi contemporanei hanno dato notizie, con l’unica eccezione della lettera di Cicerone al fratello Quinto (scritta nel febbraio del 54 a.C.): «L’opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica».
Il ritratto geronimiano ha contribuito decisamente all’immagine di un uomo solitario, angosciato, pervaso da malinconia. La malinconia nei trattati di psichiatria è quasi sempre inesorabilmente legata alla decisione di morire per suicidio. Nel caso di Lucrezio si potrebbe smantellare l’ipotesi del filtro magico (storiella fantasiosa, inverosimile) e accreditare l’idea del suicidio. Ma anche quest’ultima ipotesi potrebbe contrastare con il pensiero filosofico epicureo adottato dal poeta come stile di vita: è quindi inaccettabile. Tra l’altro la melanconia è considerata il “core” del disturbo depressivo, ed è da considerare una malattia organica, fisica, endogena, caratterizzata da una globale perdita di energia vitale. Suicidio e malinconia costituiscono un binomio coeso, in cui l’uno rimanda all’altra, quasi in una sorta di sinonimia. Allora, in tali condizioni psichiche e fisiche Lucrezio certamente non avrebbe avuto le energie indispensabili per scrivere il poema.

2. Epicureismo: dottrina in aderenza ai beni e alle gioie della vita

L’epicureismo per Lucrezio fu un’esperienza di vita totalizzante, una fede mai scalfita dal dubbio, e volle farsi portavoce di questa fede: la natura, le sue leggi, la formazione dei mondi, la nascita e la morte delle cose, i fenomeni del cielo e della terra, l’esaltazione della pace. A questo punto, in assenza di fonti storiche certe, si potrebbe immaginare Epicuro in un modo diverso, più umano, più scienziato, più filosofo, più amante della vita e dei suoi piaceri. L’epicureismo, sviluppatosi in Grecia dopo la crisi della polis e il formarsi della civiltà ellenistica, diede risposte di natura etico-esistenziale. Epicuro non negò l’esistenza degli dèi, ma nega il loro intervento nelle cose umane. Da questi presupposti scaturisce l’etica epicurea, riassumibile nel cosiddetto quadrifarmaco: non bisogna avere paura degli dèi; non si deve avere paura della morte; il bene è facile da procurarsi; il male è facile da allontanare. Ancora, Epicuro fa una distinzione dei piaceri classificandoli in tre categorie: piaceri naturali e necessari (mangiare, bere, riposare); piaceri naturali ma non necessari (tutti quei piaceri destinati a creare dipendenza); piaceri non naturali né necessari (gloria, potere, ricchezza etc., destinati a dare dolore).
Epicuro smonta la fede e la dedizione degli uomini nei confronti degli dèi. Va rilevato che a Roma la religione serve a mantenere unito lo Stato: essa è profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con pompa. La religione è una pratica culturale collettiva in cui la comunità si riconosce e celebra con varie forme liturgiche per rafforzare la sua funzione strumentale al potere. Epicuro, se si può dire, è un eretico: il suo messaggio è anti-religioso con un impatto violento. Si spiega così (purtroppo) il silenzio di cui fu vittima presso i suoi contemporanei. Fortunatamente non fu messo al rogo, solo per una questione temporale. Molti secoli dopo, prese piede la pratica di bruciare tutti coloro che dissentivano su questioni religiose.
La religio e le sue speculazioni tendono ad ammorbare la vita con la paura, rendendo l’uomo schiavo di un potere decisionale sclerotico degli dèi, i quali elargiscono benefici o punizioni. Da qui la necessità del rito liturgico per espiare colpe e propiziare sacrifici di “misericordia”.
A Lucrezio non interessa il quadro politico e giuridico, bensì quello morale e interiore, incentrato sulla condanna: «il timore delle pene macchiò la gioia della vita». Sostanzialmente Epicuro è un riformatore religioso, preoccupato di purificare la religione tradizionale, distinguendo nettamente tra pietà e superstizione. Lucrezio, invece, è un distruttore di immagini sacre, atteso che la religione è identificata con la superstizione, che è a sua volta frutto dell’ignoranza e la causa dei mali morali.

3. Il cammino faticoso della riscoperta del poema

L’insigne umanista toscano Poggio Bracciolini (1380-1459), segretario apostolico presso la curia pontificia, nonché appassionato di testi antichi, fu lui a scoprire nel 1417 ad Alsazia il manoscritto De Rerum Natura di Lucrezio.
Trasse occasione dal suo ufficio per numerosi viaggi alla ricerca di manoscritti antichi, a lui si deve anche la scoperta di molte orazioni di Cicerone, delle Istitutiones oratoriae di Quintiliano, delle Silvae di Stazio, delle Puniche di Silio Italico, del De Medicina di Celso. A lui, ancora, va riconosciuto il merito di avere creato un modello di scrittura libraria, quella «umanistica», che subito si impose e caratterizzò anche esteriormente i prodotti della nuova cultura. Incentivò infatti la grafia minuscola carolina che era caduta in disuso, sostituita dalla gotica. Era convinto che la minuscola fosse la grafia adottata dai Romani, e non quella che si sviluppò alla corte di Carlo Magno. Dalla scrittura carolina sviluppò la “minuscola umanistica rotonda” che promosse nei suoi manoscritti. Fu questa una mossa decisiva nel secolo in cui sarebbe nata la stampa: infatti i “piombi” furono realizzati in minuscola e non in gotica.
Nel secolo XV il mondo greco-latino è interessato di studi e di attenzioni. Il latino è così diffuso, che i classici greci si traducono in latino. Sorgono centri letterari e accademie nelle grandi città: a Roma, a Napoli, a Firenze, a Ferrara. C’è un vento deciso che scopre le lettere antiche, le propaga nelle menti dei letterati. Fiorisce il giardino della conoscenza, delle nuove concezioni filosofiche e scientifiche. Il popolo rimane escluso da quest’aria di rinnovamento, nonostante la cultura acquisti una dimensione nazionale. Nelle corti, fortezze della cultura, i letterati vengono pagati per incensare i prìncipi. De Sanctis così traccia il periodo storico:

I letterati facevan come i capitani di ventura: servivano chi pagava meglio: il nemico dell’oggi diventa il protettore del dimani. Erranti per le corti si vendevano all’incanto. Questa fiacchezza e servilità di carattere, accompagnata con una profonda indifferenza religiosa, morale e politica, di cui vediamo gli albori fin da’ tempi del Boccaccio, è giunta ora a tal punto che è costume e abito sociale, e si manifesta con una franchezza che oggi appare cinismo. Una certa ipocrisia c’è, quando si ha ad esprimere dottrine non ricevute universalmente; ma quanto alla rappresentazione della vita, ti è innanzi nella sua nudità. È una letteratura senza veli, e più sfacciata in latino che in volgare.
Ne nasce l’indifferenza del contenuto. Ciò che importa non è cosa s’ha a dire, ma come s’ha a dire.

La riscoperta del De Rerum Natura di Lucrezio fu un evento decisivo per la definitiva liquidazione dell’immagine fosca e peccaminosa di Epicuro, costruita dagli stoici e dai cristiani. Epicuro ritornò ad essere il filosofo che con la sua meditazione aveva voluto liberare gli uomini dalla paura della morte, dalle superstizioni e dalle fuorvianti concezioni pagane. Gli umanisti furono attratti dall’opera di Lucrezio, soprattutto in riferimento all’immagine della Natura madre feconda e generatrice delle infinite vite che si sviluppano in universo dove tutto si muta e si trasforma, ma niente perisce. Una dottrina che dà consolazione e salvezza perché esclude la paura della finitudine dell’esistenza, nonché dà consapevolezza della vanità dei desideri e passioni che tormentano l’animo umano.
Mario Luzi (in Naturalezza del poeta) scrive: «Leggere Lucrezio equivale spesso a guardare il mondo con occhi limpidi e spazzati sorprendendo le cose per la prima volta e allo stato nascente». Nonostante ciò, del poema sono state costruite elaborazioni e interpretazioni differenti. La Chiesa del IV secolo colpì il filosofo che aveva ispirato Lucrezio: Epicuro. La filosofia di Epicuro rappresentò uno scandalo sia per i pagani che per gli ebrei e i cristiani. Solo Tertulliano, tra i cristiani, giudicò ammirevoli alcuni elementi dell’epicureismo. Ma quando, dopo Costantino, la religione cristiana si affermò, la Chiesa impose che le tesi di Epicuro e di Lucrezio andassero combattute con tutte le forze. L’epicureismo non poteva essere tollerato, rappresentava un serio pericolo alle impostazioni filosofiche e scientifiche correnti. La sua modernità era intesa un errore di ragionamento e di valutazione sulla realtà delle cose. Ancora una volta il progresso si trovò nello spazio vuoto dei fondamentalismi e degli integralismi. L’intuizione scientifica e di conseguenza l’elaborazione di nuove teorie sconvolgeva gli animi dei cristiani dediti ad una fede risultante da una religione incapace di guardarsi intorno per cogliere i dettagli della Natura. Epicuro varcò ogni genere di confine (scientifico, religioso, sociale, filosofico, biologico) per generare un inizio di orizzonte scientifico che potesse nel tempo migliorare le condizioni umane. Il cristianesimo trionfante non poteva ammettere e tollerare le tesi del filosofo concernenti l’indifferenza degli dèi alle sorti degli esseri umani, nonché che ogni cosa esistita e che esisterà si compone di minuscole particelle indistruttibili, gli atomi. L’imperatore Giuliano l’Apostata (331-363 d.C. circa), che pure aveva tentato di proteggere il paganesimo dall’assalto cristiano, fece un’eccezione a danno di Epicuro, scrisse: «Non dobbiamo ammettere i discorsi degli epicurei». Epicuro non doveva apparire come l’apostolo della moderazione al servizio di un piacere ragionevole, dosato, intelligente. Tale condanna durerà molto a lungo, tant’è che l’unico profilo biografico di Lucrezio fu scritto alla fine del IV secolo d.C., cioè quasi cinquecento anni dopo la morte del poeta, da un grande Padre della Chiesa, san Girolamo.
In Italia Giordano Bruno riprese alcuni concetti epicurei. Camus dedicò a Lucrezio alcune pagine del suo libro L’uomo in rivolta, esponendo la concezione del rapporto tra l’uomo e gli dèi. Lucrezio, pur non negandoli, li relega in un ambito neutro, scardinando il pregiudizio che essi possano interferire sul destino dell’uomo. Per Camus gli dèi sono indegni e criminali.

Solo tra gli uomini del suo tempo, Lucrezio spingerà molto più in là questa logica (epicurea), facendola sfociare nella rivendicazione moderna. […] Gli eroi greci potevano desiderare di diventare dèi, ma insieme agli dèi già esistenti. […] L’uomo di Lucrezio procede invece ad una rivoluzione. Negando gli dèi indegni e criminali, prende egli stesso il loro posto.

In Inghilterra Hobbes invalidò le dimostrazioni sul vuoto, mentre Newton chiarì che la filosofia di Epicuro e Lucrezio era stata travisata a torto in senso ateistico. Montaigne leggeva Lucrezio. I filosofi dell’Illuminismo mostrarono interesse per l’opera di Lucrezio.

4. De Rerum Natura, ovvero la ricerca sapiente di un equilibrio interiore

Risulta davvero difficile immaginare Lucrezio in preda alla malinconia o alla depressione, stanti gli insegnamenti di Epicuro, anche perché si fece propugnatore dell’epicureismo ai Romani, ai quali mancò la tendenza ad essere filosofi, essendo pragmatici e dediti alle cose pratiche della politica e della giustizia. Erano comunque attenti alle concezioni filosofiche greche, soprattutto di quelle riguardanti la morale. Né nel poema ci soccorrono indizi sulla sua vita, e neppure su Roma. Lucrezio si eclissa nel testo, affidandosi soltanto alla parola, solida come gli atomi di Democrito.
Il De Rerum Natura (dedicato a Gaio Memmio – amico e patrono di Catullo e Cilla – che si può identificare in un illustre personaggio appartenente al partito degli ottimati, pretore nel 58 a.C.) è un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in sei libri, in cui viene esposto il pensiero epicureo. Da rilevare, come da numerose testimonianze, che Epicuro aveva espresso sulla poesia severe critiche, giudicando la poesia inutile per il conseguimento della verità e della saggezza, ma addirittura nociva, in quanto tramite di favole menzognere e incentivo alle passioni. Lucrezio precisa la sua scelta, adducendo come motivazione l’ispirazione ricevuta dalle Muse a esplorare strade mai prima tentate da altri; e preannuncia la gloria che deriverà al suo poema sia dai contenuti sia dalla forma, capace di illimpidire argomenti così difficili grazie alla chiarezza dell’esposizione e al fascino della poesia (I, vv. 927-934). Subito dopo (vv. 935-950) Lucrezio ribadisce mediante una celebre similitudine il valore strumentale della forma poetica destinata a semplificare contenuti difficili, allo stesso modo del medico che nel somministrare un’amara medicina ai bambini cosparge di miele il bordo della tazza. In questo modo giustifica l’utilizzo della poesia per scrivere non un trattato filosofico in prosa – come era d’uso a quei tempi a Roma, – bensì un poema in esametri.
Si può dire che Lucrezio sia stato scienziato e poeta. Edoardo Boncinelli lo definisce «esempio raro se non unico di poeta che eleva la divulgazione scientifico-filosofica al rango di capolavoro immortale. Poesia filosofica, poesia scientifica, poesia civile, ma sempre certo grande poesia, la sua» (dalla prefazione al libro V, La Natura delle cose, collana “I Classici del pensiero libero”, Rizzoli 2009).
E proprio il libro V riassume tutto il pensiero di Epicuro in ordine alle cose della natura e del mondo e alle origini di esso.
Nel libro I si intravede la forza dell’invocazione alla dea, in cui richiede quella forma di piacere che il suo maestro aveva indicata come la più nobile, la gioia della conoscenza, che produce serenità dell’animo.

Poiché tu solamente governi la natura delle cose,
e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni della luce,
nulla senza te prodursi di lieto e di amabile,
desideroso di averti compagna nello scrivere i versi
che intendo comporre sulla natura di tutte le cose
per la prole di Memmio diletta, che sempre tu, o dea,
volesti eccellesse di tutti i pregi adornata.
Tanto più concedi, o dea, eterna grazia ai miei detti.
E fa’ che intanto le feroci opere della guerra
per tutti i mari e le terre riposino sopite.
Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace,
poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte
possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,
vinto dall’eterna ferita d’amore,
e così mirandoti con il tornito collo reclino,
in te, o dea, sazia anelante d’amore gli avidi occhi,
e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio supino.
Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo,
riversandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole,
e chiedi, o gloriosa, una pace placida per i Romani.
Poiché io non posso compiere la mia opera in un’epoca
avversa alla patria, né l’illustre stirpe di Memmio
può mancare in tale discrimine alla salvezza comune. (I, vv. 21-43)

Dopo l’invocazione alla dea, Lucrezio introduce l’elogio del filosofo benefattore del genere umano, considerato quasi come un dio.

Mentre la vita umana giaceva sulla terra,
turpe spettacolo, oppressa dal grave peso della religione,
che mostrava il suo capo dalle regioni celesti con orribile
aspetto, incombendo dall’alto sugli uomini,
per primo un uomo di Grecia ardì sollevare gli occhi
mortali a sfidarla, e per primo drizzarlesi contro:
non lo domarono le leggende degli dèi, né i fulmini, né il minaccioso
brontolio del cielo; anzi tanto più ne stimolarono
il fiero valore dell’animo, così che volle
infrangere per primo le porte sbarrate dell’universo. (I, 62-71)

5. Devozione al Nulla? Scienza e poesia aiutano a “ricomporre” la ragione

La poesia di Lucrezio ha una validità nell’attuale società modernista, liberista e dell’eccesso, dove il senso della misura è assente e l’eccesso è elemento appagante di una condizione umana devota al Nulla.
A scuola si studia poco, forse perché estraneo al resto della letteratura latina. Eppure, tenendo conto che ai tempi di Lucrezio non vi erano laboratori di fisica e di chimica né acceleratori nucleari, Lucrezio e il suo maestro Epicuro riuscirono ad intuire la composizione della materia nella loro dinamica propensione alla riflessione. Si tenga conto che il De Rerum Natura fu scritto nel I secolo a.C. e si è presi da meraviglia nel leggerlo, per le intuizioni che in esso appaiono.
La modernità dell’opera è dimostrata dalle domande che tuttora l’uomo si pone, sul senso dell’esistenza, sull’universo, sull’infinito, sulla paura della morte, sulla materia e sul vuoto, sull’agire.
Lucrezio si può considerare il poeta che al mito contrappone il pensiero scientifico di Epicuro, difatti non introduce nulla di proprio. Odifreddi, che ha tradotto in prosa l’opera di Lucrezio, afferma che gli eventi della natura vanno spiegati con la testa, cioè vanno spiegati in maniera scientifica, e non fantastica.
Lucrezio mette al servizio del lettore la conoscenza scientifica del suo tempo utilizzando la poesia (unico mezzo efficace di divulgazione), inventandosi poeta, poiché era un discepolo di Epicuro, un suo ammiratore ma anche adulatore. Il titolo del suo poema è significativo: «La natura delle cose», vale a dire studio della materia che è natura e in essa si forma e si trasforma; nel libro V scrive:

di dover spiegare come il mondo sia fatto
d’un corpo anch’esso soggetto alla nascita e alla morte;
e come una tale massa di materia aggregata
abbia dato fondamento alla terra, al cielo, al mare,
agli astri, al globo della luna; inoltre quali esseri animati
siano sorti dalla terra, a quali ciò fu precluso,
e in qual modo gli uomini abbiano cominciato a usare fra loro
il mutevole linguaggio designando con diversi nomi le cose;
e come si sia insinuato nel loro animo il timore degli dèi,
che ha diffuso in tutto il mondo la venerazione dei templi,
dei laghi, dei boschi sacri, degli altari, delle immagini dei numi. (V, 65-75)

È certamente consapevole che solo la conoscenza possa indurre l’uomo a raggiungere la felicità, a condizione che egli disponga bene la ragione e non sia influenzabile dalle invenzioni degli dèi. L’invito è esplicito, facendo leva sull’analisi del reale e con tono ispirato dichiara la fine del cosmo, il quale non ha natura né divina né animata.

Osserva prima di tutto il mare, la terra, il cielo;
alla triplice natura di essi, alle tre diverse sostanze, o Memmio;
al loro triforme aspetto, a tre così salde strutture, un solo giorno
porterà la catastrofe e, durate per tanti anni,
la mole e la macchina del mondo crolleranno di colpo. (V, 92-96)

Perché il pensiero di Lucrezio è da considerare moderno? Certamente per il suo atteggiamento nei confronti della metafisica e più in generale della religione, e per la sua capacità di interagire con il pensiero scientifico e con l’arte di fare poesia. Nel suo fare poesia, ad esempio, ha saputo mettere in risalto il rapporto tra metafora e similitudine: in sede metaforica anticipa il concetto per poi delinearlo più in dettaglio attraverso una comparazione.

E infatti come i cani spesso col fiuto scoprono il covile
coperto di fronde di una fiera che vaga sui monti,
una volta che si son messi sulle tracce d’una via sicura,
così in tali questioni potrai tu stesso, da solo, passare
da una conoscenza all’altra e addentrarti in tutte
le cieche latebre e trarne fuori il vero. (I, 404-409)

Ma anche per il pensiero di Odifreddi (riportato in una intervista), che qui si condivide:

Lucrezio ha avuto il suo pubblico ma ha dovuto combattere anche contro quelli che la pensavano diversamente, in primis coloro che non consideravano la scienza interessante o degna di essere studiata. Ma anche coloro che, pur essendo all’interno della scienza, magari non erano atomisti e non seguivano la filosofia epicurea. […] Oggi, di norma siamo tutti atomisti, ci viene insegnato fin dalle elementari, ma prima del Novecento non era così. I papisti, i clericali, certamente, non consideravano Lucrezio un autore da leggere. […] Purtroppo sono proprio questi conservatori reazionari che poi determinano i programmi di studio nelle scuole e ancora oggi, nelle nostre scuole, Lucrezio non è proprio il libro che tutti studiano. Mentre Dante sì […] e il perché è ovvio: quando si parla di inferno, purgatorio e paradiso, angeli e demoni va sempre bene, quando invece si parla di una visione materialista atea, anticlericale va sempre male.

Non è cambiato nulla? Qualcosa sì, ma c’è ancora tanto da fare, soprattutto sulla convinzione, anche di molti scienziati e filosofi, di essere infallibili. La convinzione non consente al dubbio di rivelarsi, con la conseguenza di creare impalcature scientifiche e ideologiche suffragate da presupposti erronei e dalla supponenza accademica di avere sempre l’ultima parola. Il danno che ne consegue è incommensurabile sul piano della crescita sociale, scientifico e letterario. La conoscenza si acquisisce anche con il coraggio, con lo studio e la riflessione, a condizione che le scoperte (o le intuizioni) non siano oggetto di valutazione di parte, ma accettate con il criterio che la scienza non ha ancora scritto la parola fine su ogni cosa della Natura. In presenza dei dubbi, la ragione deve proseguire il proprio cammino tortuoso di conoscenza. E soprattutto ciò che conta è avere sempre il coraggio di mettere in discussione tranquilli schemi concettuali di chi pensava di avere capito tutto.