Sitosophia

I cimeli di un cultura svanita

Questo non è, signori, un Baedeker, sebbene molte vedute della città vltavina vi compaiano, scattando come i vetrini a colori di un View-Master, di un Gukkasten. Non farò l’accompagnatore saccente, che caca le sue imparaticce parole come un graziano.

Questo mio dittamondo praghese è un libro sconnesso, sbandato, a frastagli, scritto nell’insicurezza e nei mali, con disperàggine e con pentimenti continui, con l’infinito rimorso di non conoscere tutto, di non stringere tutto, perché una città, anche se assunta a scenario di una flânerie innamorata, è una dannata, sfuggente, complicatissima cosa. E perciò scorrerà traballante come le vecchie pellicole, che si proiettavano al Bio Ponrepo, il primo cinema a Praga, nello šantán «Al luccio azzurro»: un libro incrinato da strappi e sobbalzi e lacune e da accessi di accoramento, come la musica del Sax Alto di Charlie Parker. Del resto, come afferma Holan: «Sei senza contraddizione? Sei senza possibilità».

Qualcosa di irreparabile si è abbattuto in un agosto già lontano sulla capitale boema, qualcosa che ha stravolto la nostra vita. E questo libro mi guarda con gli occhi lacrimosi della mia vecchiaia, me lo trascino ansimando, con una profonda stanchezza. Fatico a mettere insieme gli innumeri appunti, a raccogliere i foglietti di molte stagioni felici, volati in aria come fanfaluche rapite dal vento. La penna sergente si sforza di allineare le sornione parole soldati. Frattanto Jirka e Zuzanka hanno avuto un bambino, si chiama Adam: vuol dire che, dopo le traversíe, ricomincia tutto daccapo? Ma quanti sono in prigione? Quanti sono morti di crepacuore? Quanti si sono dispersi nell’oscurità dell’esilio? Quanti hanno indossato un ignòbile abito servigiale?

E perciò come potrei scrivere con distaccata e sussiegosa dottrina, in bell’ordine, un esauriente trattato, soffocando la mia irrequietezza, il mio argentovivo col rigor mortis dei metodi e con la lana caprina delle pedanti disàmine? Vado invece intessendo un libro a capriccio, un agglomerato di meraviglie, di anèddoti, di numeri eccentrici, di brevi intramesse e di pazze giunte: e sarei felice se, a differenza di tanta ciurmaglia di carta che ci circonda, non fosse governato dal tedio. Come Jiří Kolář nei suoi collages e nelle sue «poesie evidenti», incollerò in queste pagine brandelli di quadri e di dagherròtipi, antiche acqueforti, stampe rubate dal fondo di cassapanche, réclames, illustrazioni di vecchi periòdici, oròscopi, brani di libri di alchímia e di viaggi stampati a caratteri gotici, storie di spettri senza annodomini, fogli d’album, chiavi dei sogni: i cimèli di una cultura svanita.