La nascita della filosofia

Tratto da Adelphi 1991, pagg. 156-157
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Aristotele dice giustamente: «ciò che sanno Talete e Anassagora, lo si chiamerà insolito, stupefacente, difficile, divino, ma inutile, poiché costoro non si interessavano dei beni umani». Con questo scegliere e sceverare l’insolito, lo stupefacente, il difficile, il divino, la filosofia stabilisce i suoi confini rispetto alla scienza, allo stesso modo che li stabilisce rispetto all’accortezza con l’accentuare ciò che è inutile. Senza una tale scelta, senza un tale gusto raffinato, la scienza si precipita su tutto ciò che è oggetto del sapere, nel cieco desiderio di riconoscere a ogni costo tutto quanto; il pensiero filosofico, per contro, è sempre sulle tracce delle cose che più meritano di essere sapute, delle conoscenze grandi e importanti. Peraltro il concetto di grandezza è variabile, tanto nel campo morale quanto in quello estetico: la filosofia prende quindi le mosse da una legislazione della grandezza; la sua attività consiste inizialmente in un denominare. «Questo è grande», dice la filosofia, e con ciò essa solleva l’uomo al di sopra del cieco e sfrenato desiderio del suo istinto conoscitivo. (…) Il filosofo cerca di far risuonare in sé l’armonia totale del mondo e di esprimere fuori di sé quest’armonia in concetti: pur essendo contemplativo come l’artista figurativo e compassionevole come il religioso, pur andando alla ricerca di fini e di rapporti causali come l’uomo scientifico, pur espandendosi col suo sentimento sino al macrocosmo, egli conserva tuttavia l’assennatezza di considerare freddamente se stesso come il riflesso del mondo, quell’assennatezza cioè che possiede l’artista drammatico, quando si trasforma in altri corpi, parla per bocca loro e sa nondimeno proiettare questa trasformazione all’esterno, in versi scritti. Ciò che per il poeta drammatico è il verso, per il filosofo è il pensiero dialettico: il filosofo si attacca a esso, per trattenere il proprio incantesimo, per pietrificarlo. E come per il poeta drammatico parola e verso non sono altro che un balbettamento in una lingua straniera, per dire con questo linguaggio ciò che egli ha vissuto e contemplato, allo stesso modo il manifestare ogni profonda intuizione filosofica attraverso la dialettica e la riflessione scientifica costituisce bensì l’unico mezzo per comunicare ciò che è stato contemplato, ma anche un mezzo misero, e in fondo una traduzione metaforica, completamente infedele, in una sfera e in un linguaggio differenti. Così Talete contemplò l’unità di ciò che è, e quando volle comunicare la sua intuizione, parlò dell’acqua!