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 Oggetto del messaggio: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: lunedì 3 luglio 2006, 10:42 
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Per la rivista girodivite.it ho scritto un articolo intitolato Elogio del suicidio.

Un classico problema di filosofia morale, certo molto delicato e poco estivo...
Su un tema simile, ogni eventuale commento o critica saranno per me importanti.

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«Mens enim humana est ipsa idea sive cognitio corporis humani quæ in Deo quidem est» (Spinoza)


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MessaggioInviato: lunedì 3 luglio 2006, 20:47 
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Non so se sia meglio non essere nati, non mi sono mai posto il problema, almeno in questi termini.
Ma una volta nati, una volta venuti in possesso di quasto modo di esserci e per esserci, la responsabilità dovrebbe essere esclusivamente nostra, ognuno per sè.
Elogio del suicidio? Forse elogio della scelta.
Ciascun individuo dovrebbe essere lasciato libero dagli indici censori di poter disporre della propria vita in modo incondizionato.
Trovo inaccettabile che chiunque e qualunque autorità morale possa bollare come negativa un'azione così privata, così intima; talmente intima che nessuno dovrebbe permettersi di interferire. E' come se qualcuno ci volesse imporre un modo di respirare.
L'uomo dovrebbe essere lasciato libero di scegliere soprattutto per ciò che riguarda la sua sfera privata, il suo foro interiore.
E se qualcuno, un giorno si svegliasse col chiaro intendimento di porre fine alla propria vita, ebbene dovrebbe poterlo fare persino senza una giustificazione ritenuta plausibile.
Perchè dobbiamo giustificarci all'esterno sempre e comunque, anche di cose di cui in fondo non dovremmo dare conto che a noi stessi?

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Sono il Duchetto del ghetto e non mi separo mai dal mio barile di melassa velenosa


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MessaggioInviato: lunedì 3 luglio 2006, 20:51 
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Consiglio inoltre di leggere Hume in merito.

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MessaggioInviato: martedì 4 luglio 2006, 13:32 
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Sitosophia
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Forse, soprattutto chi mi conosce bene, rimarrà stupito dal fatto ch’io abbia pensato di suicidarmi. Sembra strano, anche perchè ho soli 23 anni e per di più quel pensiero, che secondo Nietzsche serve anche a far passare in compagnia alcune notti di solitudine, mi sfiorò quando ancora non ne avevo neanche 18.
Io credo, tuttavia, che l’ottimo Kierkegaard abbia trovato delle parole efficaci per esprimere la condizione dei suicidi, o forse di alcuni di loro: “Quando un uomo si toglie la vita, in verità è assai simile a Caligola, il quale desiderava che tutte le teste degli uomini stessero su di un collo solo per poter distruggere contemporaneamente l’intero mondo” (Aut-aut, Mondadori, pag. 34).
Io non so se il problema sia questo, cioè l’inadeguatezza o meno a vivere, ad essere con altri; il problema è del singolo o della folla? Cioè, l’inadeguatezza del singolo significa che è egli stesso ad essere, come dire, “sbagliato”? Oppure è la folla ad esserlo? Certo, è facile dire che la folla è sempre in fallo; ma, anche se così fosse, allora al singolo non restano che due possibilità: o adeguarsi o suicidarsi. Tuttavia mi pare che entrambi i casi manifestino una sconfitta; adeguarsi è perdere la propria singolarità; suicidarsi è protesta, gesto di dissidenza estrema, esternazione della profonda vanità della società. Quale risultato, però, si ottiene? Non sarebbe meglio restare e tentare di resistere, cambiare le cose e opporsi anche titanicamente?
Ho detto, ad ogni modo, che non so se il problema sia esattamente questo; perchè oltre ad essere con altri, siamo pure in un contesto naturale per cui la sofferenza, la malattia, il dolore, dipendono poco o in certi casi per niente dalla società; a questo punto non rimangono altro che la serena accettazione (che può essere passività o, anche in questo caso, titanismo) oppure il suicidio. Veramente, come ha mostrato Leopardi in un magnifico dialogo, non esistono argomenti contro il suicidio tranne quello di evitare di accrescere il dolore di chi ci sta accanto.
Una volta, in una sorta di diario, scrissi le seguenti parole: “Essere al mondo è la cosa più stupida che poteva capitarci e, una volta nati, farsi un problema di questo essere al mondo è la cosa più stupida che possiamo fare”. Ovviamente non intendo dire che sarebbe intelligente non pensare! Tutto il contrario; l’esistenza non deve essere un problema. Veramente Nietzsche ci regala un segreto di felicità quando ci spiega cos’è la gaia scienza: l’esistenza come strumento per la conoscenza.
Permettetemi che riporti ancora qualcosa che scrissi; si tratta degli ultimi versi di una poesia in onore di Pasolini:
“Non aveva altro modo:
vivere
per costringerci a capire:
solo chi ha vissuto unicamente
può morire.”
Unicamente: in maniera unica, da singolo, da essere pensante.
Io esisto come in un affascinante ed arduo gioco, un’eterna scommessa con la folla, la società, la morale e la natura; una spirale psichedelica di sogni e pensieri che si concluderà inevitabilmente con la morte. Ogni spregiare cela una sconfitta ed il suicidio è l’estremo spregiare. Tuttavia, a volte anche la sconfitta è dura necessità. L’esistenza banale e quotidiana non è rivolta altro che alla squallida conservazione; ed il suicidio (in tutte le sue forme: rapido, lento, diretto, indiretto) rappresenta un forza immensa che scuote il chiacchiericcio conservativo della quotidianità per tentare con un ultimo atto estremo l’aprirsi della chiusura che è l’esistenza. Come disse Pavese: “Non più parole; un gesto”.

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http://www.catenotempio.eu - http://www.iltempiodellombra.it
Ma, senza biasimarmi né insultarmi,
spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.
Tutti costoro dai nasi sprofondati lo sanno:
io sono il vostro poeta.

(Vladimir Vladimirovič Majakovskij)


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MessaggioInviato: martedì 4 luglio 2006, 18:11 
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Iscritto il: domenica 2 luglio 2006, 18:27
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Resto convito che il suicidio sia un problema esclusivamente di scelta privata e su cui i giudizi morali dovrebbero essere espressi con estrema cautela.
Tuttavia Cateno mi ha fatto pensare a due magnifici versi di Pasolini che tengo affissi al mio capezzale, così, per non perderne memoria.

"Bisogna bruciare per arrivare
consumati all'ultimo fuoco"

(Pasolini, Bestemmia)

Cosa vuol significare "bruciare"? Vivere la vita interamente, in pienezza? Oppure avvampare in un istante, uno solo, ma significativo, liberatorio, titanico?
Qualunque cosa significhi, l'epilogo è sempre e comunque uno: L'ultimo fuoco.
Che si scelga questo o quel modo di vivere (perchè persino il suicidio è un modo di vivere), l'esperienza dello "spavento supremo" (per dirla alla Sgalambro-Battiato) ci accomuna e ci giustifica.

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MessaggioInviato: domenica 21 ottobre 2007, 15:20 
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Iscritto il: mercoledì 10 ottobre 2007, 23:54
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Lo scorrere inesorabile dei giorni è di per sè un lunghissimo suicidio, non vedo nulla di coraggioso, eroico o rivoluzionario nel darsi la morte.
Non si cambia suicidandosi il corso delle cose, ma anzi lo si asseconda.
Il problema del morire credo in realtà che non esista.
Se non fossimo mai nati sicuramente non avremmo questo cruccio.
Ma una volta nati, sappiamo comunque che un giorno o l'altro il problema si risolverà da solo....

IL dilemma semmai è cosa fare in quel lasso di tempo che intercorre da quando apriamo per la prima volta gli occhi a quando li chiuderemo per sempre.

Ciao
Marco

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: martedì 18 dicembre 2007, 1:42 
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Iscritto il: venerdì 27 aprile 2007, 18:02
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Darsi la morte può essere il gesto conclusivo di un percorso pieno di significato, può essere un gesto folle di un corpo dilaniato dalla vita, può essere un gesto codardo di chi fugge.. può essere tante cose, solo il suicida può saperlo.
Penso solo che bisogni rispettare un tale gesto; credo che ci voglia davvero tanto coraggio o tanta disperazione per togliersi la vita; in termini forse crudi, è tutto ciò che abbiamo.

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: martedì 18 dicembre 2007, 11:48 
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Nero ha scritto:
in termini forse crudi, è tutto ciò che abbiamo.

Se intendi dire che il suicidio è l'atto che solamente può dirsi non concesso dalla realtà ma strappatole con la forza da noi, allora sono d'accordo con te.

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Triad
Il Tempio dell'Ombra
«Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non importa chi raggiungerà la meta, ma chi farà la più bella corsa. Può fare lo sciocco tanto chi dice il vero quanto chi dice il falso: poiché si tratta del modo, non dell'essenza del dire» (Montaigne, Saggi, III.8).


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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: martedì 18 dicembre 2007, 13:31 
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Iscritto il: venerdì 27 aprile 2007, 18:02
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No.. il riferimento era molto più banale e passionale, la vita..
però ammetto che la tua precisazione coglie davvero nel segno.. non saprei se essere o no d'accordo.. mi piace pensare che l'agire abbia ancora una sua dignità, e che possa strappare alla realtà qualcosa non solo nell'atto del suicidio..
sono anacronistico, lo so.. :wink:

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: mercoledì 19 dicembre 2007, 2:05 
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Località: San Giovanni La Punta (CT)
Comunque, posso essere d'accordo con te. Solo temo che ogni gesto sia scaturigine di un momento non desiderato da noi, non voluto e non richiesto (la nascita). Lo "spezzamento", direbbe Lütkehaus (ricordate?).

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Triad
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Ultima modifica di Triad su giovedì 20 dicembre 2007, 17:23, modificato 1 volte in totale.
Il Prof. Raciti ha cambiato sito web (ora è di "primo livello"!)


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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: giovedì 20 dicembre 2007, 16:29 
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Iscritto il: venerdì 27 aprile 2007, 18:02
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Sono perfettamente d'accordo con te, temo anche io che ogni gesto possa essere frutto di un momento non voluto, desiderato o richiesto; credo che qui stia la chiave di tutto : vivere ogni giorno nel tentativo di rendere quel momento, anche se a posteriori, come desiderabile.. fare in modo che la nostra esperienza di vita abbia avuto un senso tale da rivalutare, da ricostruire anche l'inizio..( non è forse il nostro viaggio una continua ricerca, o forse costruzione, di senso? )
Ma può sempre succedere che non vi si riesca; e lì ecco il dramma umano, la disperazione di cui parlavo all'inizio..
Mentre può anche accadere di riuscirvi, e di suggellare con un atto di coraggio sofferto un percorso desiderabile..
Profondo rispetto sempre e comunque, a mio parere, verso un atto talmente problematico; non immagino nemmeno quale inferno di emozioni accompagni un gesto del genere..
Grazie per la tua precisazione, Triad, mi ha aiutato a chiarirmi quello che avevo cercato di dirmi, e di dire..

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: giovedì 20 dicembre 2007, 17:24 
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Nero ha scritto:
Grazie per la tua precisazione, Triad, mi ha aiutato a chiarirmi quello che avevo cercato di dirmi, e di dire..

Un onore.

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: domenica 30 dicembre 2007, 15:38 
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Iscritto il: mercoledì 12 dicembre 2007, 15:58
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Arthur Schopenhauer - Il primato della volontà


Argomento n° 6

Nel libro in cui mette a confronto due oggetti desiderabili, Aristotele dice per inciso che
“vivere bene è meglio che vivere” (Aristotele,Topici,III,2,118 a 7).Da ciò segue per contrapositionem: “Non vivere è meglio che vivere male”. Chiunque lo ammetterebbe,
cioè risulta evidente all’intelletto come tale. Eppure la maggior parte degli uomini, piuttosto che non vivere affatto,vive male. Una spiegazione possibile è questa: in base alla nostra natura,il fatto di volere o non volere vivere è qualcosa che è quite out of the question,qualcosa su cui non si discute
e che non soggiace alla scelta dell’intelletto per potersi verificare,poiché il voler vivere è piuttosto
un prius dell’intelletto stesso. “Voler vivere”, questo siamo noi stessi, perciò dobbiamo vivere, non importa se bene o male. Tale necessità interna è di regola più forte di ogni necessità esterna:
questa è la ragione per cui molti considerano pazzo chi si suicida; non è così, ma è senz’altro vero che tale gesto lascia sempre stupefatti perché sembra contravvenire alla natura umana; ci meravigliamo che qualcuno ne sia capace, eppure il suicidio può servirci in certo modo da consolazione poiché ci dà la certezza che anche noi nel peggiore dei casi possiamo ricorrere a questa scappatoia – possibilità che altrimenti sembra dubbia tanto è contro natura. La decisione di togliersi la vita proviene dall’intelletto, il nostro voler vivere è invece un prius dell’intelletto, il quale in sé è solo un consequens di tale volere. Il suicidio è sempre preceduto dalla vivacissima
resistenza della volontà; tuttavia, una volta che la si è superata, esso viene spesso compiuto senza la minima esitazione.


Argomento n° 14

<Il grande attaccamento alla vita che uomini e animali ovunque dimostrano non si decide a posteriori, bensì a priori. Dato che non può essere fondato sul proprio oggetto – poiché la vita è
Manifestamente una sofferenza continua, interrotta solo da brevi pause -,tale attaccamento deve essere spiegato soltanto in base al proprio soggetto e, comunque lo si voglia esprimere,va inteso
come qualcosa di assoluto, cioè privo di fondamento, sicché il soggetto stesso deve essere volontà di vita in sé.
Solo in base a questo aprioristico attaccamento alla vita si spiega lo horror mortis che caratterizza
ogni essere vivente e che La Rochefoucauld ha espresso in modo così schietto e ingenuo. Che ne sarebbe mai di tutte le tragedie e le gesta eroiche se lo horror mortis fosse eliminato e si guardasse
alla morte quale appare dalla vetta della considerazione filosofica del mondo!>

_________________
Ma non è già nel tempo che tutto nasce e muore: il tempo stesso è questo divenire, nascere e morire; è l’astrarre che insieme è; è Kronos, produttore di tutto e divoratore dei suoi prodotti .

HEGEL – ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE, § 258

http://www.youtube.com/watch?v=Uu_b0EF65Q4


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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: mercoledì 16 gennaio 2008, 18:34 
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Ho sempre sostenuto l'idea secondo cui chi non entra nella prospettiva della propria morte viva in maniera superficiale. Mi scandalizza l'atteggiamento di tutti coloro i quali semplicemente "cercano di non pensarci"!!!! Ad ogni modo, tralasciando codesti "struzzi", l'atteggiamento che oggi, e non solo nei tempi moderni, visto le numerose citazioni del prof. Biuso, sembra vada per la maggiore è quello di tributare, direi anche con una certa grave solennità, onore, rispetto e addirittura DIGNITA' a tutti coloro i quali decidono di AMMAZZARSI. So già che queste mie parole dipingeranno, nella mente di chi le legge, l'immagine di una persona( "sicuramente lo è!!!" suppongo stiate pensando) indottrinata dalla Chiesa, fanatica della vita ad ogni costo. Beh...non è così.
A scrivere è una ragazza di ventidue anni che spesso nella vita, quando credeva d'esser rimasta sola, quando non vedeva più speranza e sollievo per le sue angosce, ha pensato e desiderato di chiudere dolcemete gli occhi e lasciarsi andare. Dove non so...immagino dentro una nube nera molto densa, dove non si vede nulla e non si pensa più a niente. Studiando Filosofia( questa meravigliosa materia) ho imparato che la tolleranza è l'unico valore universale condivisibile da tutti, è segno di civiltà. Ma che volete farci? Sono un essere umano e mi è difficile non restare scandalizzata. E' impossibile che diventi apatica( ..Zenone..Zenone..)! Forse non sarò mai una vera filosofa..ma che importa, io ci ho provato.
Credo che nella vita bisogna lottare per tutto ciò in cui si crede...MA si può esseri liberi di lottare per giungere alla morte prima del tempo, qualsiasi ne sia il motivo? La lotta indica volontà di sopravvivenza e visto che quest'ultimo termine non mi piace mi correggo E' VOLONTà DI VITà, affermazione di se stessi contraria a tutto ciò che tende ad annichilirci ; Credo che la VITA sia un valore, anzi IL VALORE , poichè senza di essa non saremmo coscienti ergo non staremmo qui a riempire memoria virtuale scrivendo che è giusto desiderare la morte.
Probabilmente la conclusione a cui sto per arrivare verrà considerata sciocca e banale ma io credo che sia sconvolgentemente cruda e simpatica,perchè no?
Prima o poi si deve morire...cos'è perciò questa fretta di anticipare il grande evento? Il cancro ci devasta, la paralisi ci costringe a letto immobili, il coniuge ci ha lasciati, abbiamo perso tutti i soldi, siamo soli....MA secondo me "siamo"...e questo è un miracolo inspiegabile che merita di essere vissuto fino in fondo! :mrgreen:


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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: mercoledì 16 gennaio 2008, 19:00 
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Sitosophia
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Iscritto il: sabato 17 giugno 2006, 0:33
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Intanto benvenuta Nuvolalontana!
Quel che penso subito è: ma chi ha parlato di "desiderare la morte anzitempo" o "fretta di anticipare la morte"? Mi pare nessuno. Si tratta (non credo proprio di: "essere di moda") invece di ridare il valore alla vita, vissuta e sofferta, proprio riappropriandosi della morte. Col suicidio. Non si parla degli atti di meschina viltà, ma di garantire la propria essenza con la propria volontà. Cosa possediamo se non questo? Le tue, se non fossero un po' decentrate (a mio avviso) rispetto a ciò che credo si tenti di discutere qui, sarebbero legittime riflessioni. E' il solito dibattito credo tra sacralità-qualità e quantità della vita. Io penso sia da difendere sempre la qualità; e il possesso. Cos'altro possediamo, essendo Tempo? Il diritto di morire quando la nostra non è più vita, perlomeno.
A presto!

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Triad
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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: mercoledì 16 gennaio 2008, 20:22 
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Iscritto il: mercoledì 16 gennaio 2008, 16:51
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Anzitutto grazie per avermi accolta Triad :P . Sono felice che tu abbia contestato il mio pensiero così velocemente. Credo di aver intuito che siamo schierati sui due lati contrapposti...di uno stesso campo.Si sta discutendo del problema di trovare una quanto più logica GIUSTIFICAZIONE all'argomento suicidio...giusto? Penso proprio di si.
Hai ragione..nessuno ha parlato di "desiderare la morte anzitempo" o di "fretta di anticipare la morte"..ma sono convinta che se chiami una rosa "margherita"..essa resterà comunque una rosa, col suo irresistibile buon profumo. Suppongo peraltro che chi si abbandoni ad una tale decisione desideri la morte ardentemente, la brami...sennò che senso ha uccidersi? Se non volesse andare incontro alla propria fine prima del tempo non vedo proprio perchè un individuo debba privarsi della vita... :x (D'Oh..)
Hai ragione anche quando dici di "non ritenerti alla moda"..anche io penso che tu non lo sia. Ho infatti scritto:
"L'atteggiamento che oggi, E NON SOLO, visto le numerose citazioni del prof. Biuso,ecc..ecc.."
a sottolineare che da sempre sono esistiti uomini che argomentando, anche in maniera meravigliosa e poetica, hanno sostenuto la validità di quest'atto supremo.Ho avvertito nelle tue parole come un'ansia irrisolta, una tensione, che spinge chi la prova a desiderare di avere il controllo ad ogni costo su tutto ciò che potrebbe accadergli. Si pensa di poter essere artefici del proprio destino se ci si ritiene degni di porre fine in qualsiasi momento alla nostra esistenza. Ci si vuole assicurare di avere ALMENO la possibilità di una scelta. Sicuramente(spero) tu, o chi come te sostiene le tue tesi, non arriveresti mai a prendere "quella decisione fatale" ma ti consola il fatto di sapere che hai una scelta, una chance di "REAGIRE" ( non agire... ) ad un qualcosa che ti sta provocando dolore.
Spero che chiunque sia intervenuto qui non abbia posto tale quesito nei termini di un'opposizione tra sacralità-qualità oppure quantità della vita. Sono categorie (qualità e quantità appunto) inerenti, secondo me, più la mera materialità che non l'elevato dibattito concernente la scintilla vitale, il soffio caldo che ci fa essere ciò che siamo e il suo opposto, il quieto e riposante sonno della morte, che giunge alla fine di una esistenza travagliata, vissuta, sofferta ma soprattutto GODUTA, in ogni momento e ad ogni costo.
Un'ultima cosa vorrei sottolineare:
"ridare valore alla vita riappropiandosi della morte.Col suicidio." A parte che la morte ti appartiene comunque(...prima o poi... sai com'è!),non so se esatto dire che hai creato un singolare ossimoro d'effetto..se è sbagliato aspetto una rettifica. Ad ogni modo ciò che voglio dire è che mi sembra paradossale, assurdo dare valore alla vita dandosi la morte!
Ciao a presto.


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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: mercoledì 16 gennaio 2008, 21:37 
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In effetti, sembra paradossale. Ma a mio avviso non lo è. Hai ragione nel dire che il discorso non si riduce al dibattito qualità-quantità della vita (non solamente, almeno) e se ho dato l'impressione di averlo fatto mi spiace; però non sono d'accordo quando dici che se uno si uccide è necessariamente vile nei confronti della vita. Secondo me, proprio nel rispetto della Vita, bisogna consegnarle la dignità che merita, sempre. Non c'entra - ti posso dire personalmente - la "teoria della libertà" dalla morte per poi impaurirsene se si appressa nella concretezza del vissuto (non mi spaventa davvero la morte e non la esorcizzo certo con due chiacchere sul forum - non mi riferisco puntualmente a quanto affermi tu, dico in generale).
Penso, tra l'altro, alla cultura giapponese...
Ad ogni modo, ne riparleremo!
Per l'ossimoro, credo di poterti dare ragione. Non per questo non lo confermo!

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Triad
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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: giovedì 13 marzo 2008, 7:25 
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Mi trovo parecchio perplesso riguardo all'asserto secondo il quale "sarebbe stato meglio non nascere".
Sono assolutamente convinto, che in alcuni casi la vita ha una qualità talmente infima da poter far ragionevolmente prefirire la morte; ma non esser mai nato sarebbe meglio per chi?
Qualcosa può essere meglio o peggio per me solo e soltanto in quanto esisto, io sono io solo perchè sono nato, ma se non fossi mai nato, in che modo qualcosa potrebbe essere meglio per me?

ciao
Marco

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: giovedì 13 marzo 2008, 9:48 
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Infatti è una constatazione a posteriori, ci mancherebbe. E' nostalgica, triste, tragica. E non la fan tutti, solo l'uomo che saggia i profumi della vita a fondo.

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 Oggetto del messaggio: Re: Elogio del suicidio
MessaggioInviato: giovedì 13 marzo 2008, 10:02 
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Non si può "giungere alla morte prima del tempo" (dico di striscio che per esempio quando Heidegger parla di anticipazione o precorrimento della morte significa ben altro); non si può farlo per un ragione ben precisa: è la morte a donner le temps; e lo dico in questo francese dal sapore deriddiano perché il verbo donner ha in francese il significato di "donare" e "dare", cosicché la frase acquista il duplice senso di "donare il tempo" (a questo proposito potete leggere proprio J. Deridda, Donare il tempo. La moneta falsa, RaffaelloCortinaEditore, Milano 1996) e "dare il tempo", proprio come quando si dà il tempo in musica.
Tra quantità e sacralità-qualità non si dà binomio se non nelle scienze empiriche; giacché private della qualità le quantità si riducono a nulla. E ciò vale anche per la vita: privati della qualità i giorni si riducono a nulla (la vita al decesso).
Infine, preciso, cara Nuvolalontana (benvenuta! :wink: ) che la filosofia non è una "materia"; al limite una forma.
Scusa, ma sei finita in un branco di linguisti-pignoli! :lol: Ahahah! Scherzi a parte, oltre che riappropriarci della morte, io credo che dobbiamo riappropriarci della parole; anche perché se dici che la filosofia è una materia e che nella materia vale la dicotomia qualità-quantità e che la materia è cosa diversa da
nuvolalontana ha scritto:
l'elevato dibattito concernente la scintilla vitale, il soffio caldo che ci fa essere ciò che siamo e il suo opposto, il quieto e riposante sonno della morte, che giunge alla fine di una esistenza travagliata, vissuta, sofferta ma soprattutto GODUTA, in ogni momento e ad ogni costo


beh, allora che rimane della filosofia?
Quanto al non nascere, sicuramente era meglio per qualcuno e qualcosa: tutto ciò che non è umano.

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Ma, senza biasimarmi né insultarmi,
spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.
Tutti costoro dai nasi sprofondati lo sanno:
io sono il vostro poeta.

(Vladimir Vladimirovič Majakovskij)


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