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 Oggetto del messaggio: Perché Neurofilosofia?
MessaggioInviato: lunedì 5 marzo 2007, 16:51 
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Sitosophia
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Da ormai più di qualche anno si assiste ad un fiorire di pubblicazioni neuroscientifiche, ovvero di studi che riguardano in qualche modo il cervello. Oltre alle numerose e ormai puntuali traduzioni di opere di scienziati d’oltreoceano, anche l’Italia comincia a produrre degli studi significativi (vorrei qui ricordare in particolare il professor Rizzolatti e i suoi studi all’avanguardia sui neuroni specchio, senza peraltro dimenticare l’apporto ormai storico della Levi-Montalcini con la sua scoperta del NGF (fattore di crescita nervosa). Tuttavia mi sento di asserire che almeno inizialmente sono state proprio le opere, di divulgazione o meno – in lavori del genere, non confinati o sconfinanti nello specialistico, il limite è sempre assai labile –, di studi in laboratori americani ad aver suscitato interesse per le neuroscienze: paladini di tale revival cerebrale sono i vari Damasio, Edelman, Ramachandran, Varela, Maturana, Gazzaniga, le cui opere sono abbondantemente tradotte e reperibili in italiano.
Dopo la riscoperta della mente, che ha vissuto il suo momento apicale col fiorire delle scienze cognitive (per saperne di più vi rimando all’ottimo articolo di Dell’Ombra), finalmente il cervello. È questo il punto di partenza obbligato su cui imbastire speculazioni di volta in volta epistemologiche e logiche, psicologiche e sociali e ultimamente anche etiche ed estetiche. Potrebbe sembrare un approccio riduttivo se non riduzionista (nel senso deteriore del termine): tuttavia la giovinezza della neuroscienza, la molteplicità dei suoi approcci e inevitabilmente la complessità dell’oggetto rendono tali ricerche estremamente variegate e aperte alle problematiche più... metafisiche. Pensiamo a Damasio, che propone (fin dai titoli delle sue opere!) il superamento del dualismo cartesiano a favore di un monismo di spinoziana memoria; pensiamo a Sacks, sempre così sensibile alle vicende umane dei suoi pazienti (che sono uomini, con i loro limiti e le loro possibilità, prima che cervelli disfunzionali); pensiamo a Ramachandran, ben attento ai limiti delle neuroscienze ma nondimeno incline a ricercare le basi (neuro)biologiche finanche del piacere estetico e del sentimento religioso... Dalla lettura delle loro opere si avverte la limitatezza delle categorie tipiche di tanta filosofia della mente: si dibatte invano per capire quanto i vari Dennett, Fodor o i coniugi Churchland siano eliminativisti piuttosto che riduzionisti, tentando di salvare capra e cavoli (nella fattispecie, oltre all’indubitabile cervello, la cara vecchia res cogitans di volta in volta identificata con la mente, con lo spirito, con l’anima e ammantata di poteri speciali tra cui l’immaterialità): sebbene il pensiero sia un prodotto dell’attività cerebrale, tuttavia la “mente” non coincide col cervello: essa è un processo temporale che nella materia cerebrale ha il suo sostrato, e che si nutre (elaborandoli) di stimoli corporei, di percezioni terrene, di simboli del mondo. Nessun neuroscienziato crede sinceramente che noi siamo un cervello in vitro (se non addirittura in una vasca...), per quanto tutti nutrano una certa innegabile fiducia nelle capacità esplicative, forse più in potenza che in atto, dei propri studi, basati su PET, TAC, NMR... (darò una sinteticissima spiegazione di tali sigle in un prossimo articolo introduttivo alle basi delle neuroscienze). Nessun timore, dunque, che si possa perdere di vista l’uomo nella sua interezza...
Ogni studio sul cervello risulta sempre fecondo di ricadute non soltanto, ovviamente, psicologiche, ma anche più generalmente genuinamente filosofiche: tanti sono i problemi che vengono alla luce, emergenti da immagini cerebrali sempre più accurate che ci danno idea di cosa accada nel nostro cervello mentre pensiamo, decidiamo, agiamo, patiamo. Tipiche tematiche di antico dominio filosofico sulle quali le neuroscienze stanno gettando una diversa (e talora inedita) luce sono la percezione, l’esperienza, la memoria, le emozioni, la coscienza, l’intenzionalità e persino il libero arbitrio e il piacere estetico. Ruolo della filosofia, oltre a quello di ricercare e ricreare nuove (vecchie) idee alla luce delle più recenti acquisizioni scientifiche, può essere quello di fornire una teoria unificante basata sulle varie scoperte (neuro)scientifiche: in tal caso la collaborazione interdisciplinare cara alle vecchie scienze cognitive (ma già nota ai filosofi non idealisti d’ogni epoca) può risultare feconda di nuove visioni del mondo e dell’uomo, per costruire un’antropologia naturale priva di pregiudizi ideologici o di forzature metafisiche (Dennett parlerebbe di naturalismo...). Ruolo ancellare? Forse. Ma anche nuovi impulsi. È necessario infatti uno svecchiamento di inveterate idee filosofiche, come quella insana che fa della nostra mente una tabula rasa o quella anche peggiore che rende il nostro corpo un inutile orpello (non che non siano esistiti filosofi, e numerosi, che abbiano teorizzato il contrario: ma adesso abbiamo le prove che non si sbagliavano...). E presto potremmo dover essere pronti a rinunciare anche al libero arbitrio...
È chiaro a questo punto che dire filosofia e dire neurofilosofia è la stessa cosa: non si tratta infatti di elidere le questioni filosofiche a favore delle spiegazioni neuroscientifiche (spesso dubbie quando non assenti, dato lo statuto della disciplina), ma piuttosto di fornire una comprensione (nella doppia accezione di collegare e rielaborare saperi) che sia ben informata delle ultimissime dal fronte caldo degli studi sul cervello, organo principe che ci rende ciò che siamo elaborando (o forse determinando) i nostri flussi vitali spaziotemporali...
Nel forum dunque ci proporremo di filosofare proprio a partire da queste acquisizioni. I canali informativi, a tal proposito, sono svariati: sempre utili i libri (più sotto propongo una bibliografia minima), ma ancor più idonei le riviste e i siti, non fosse altro per il loro costante aggiornamento. In Italia da ormai qualche anno esce in edicola (attualmente con cadenza mensile) “Mente & Cervello”, rivista su psicologia e neuroscienze, che più volte ha fatto capolino sui nostri forum. Sul web è consultabile, in italiano, Neuroscienze.net.
Non osando proporre al lettore filosofico la lettura di un manuale di neuroscienze (ne esistono diversi, ma hanno un target meno divulgativo che specialistico) consiglio però caldamente l’interessante Prima lezione di neuroscienze di Oliverio. Dello stesso autore anche Esplorare la mente. Il cervello tra filosofia e biologia, che aiuta ad evitare e anzi superare lo iato tra le “due culture”...
Di seguito una bibliografia minima di opere di neuroscienziati tradotte in italiano:
Damasio, L’errore di Cartesio
Damasio, Emozione e coscienza
Damasio, Alla ricerca di Spinoza
Edelman, Sulla materia della mente
Edelman, Più grande del cielo
Gazzaniga, La mente etica
Goldberg, L’anima del cervello
Pinker, Come funziona la mente
Ramachandran, La donna che morì dal ridere
Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente
Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Sacks, Un antropologo su Marte
Changeux – Connes, Pensiero e materia
Changeux, L’uomo neuronale
Varela, L’albero della conoscenza
Lurija, Un mondo perduto e ritrovato
Lurija, Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla
Altri strumenti di lavoro li citeremo strada facendo...

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MessaggioInviato: giovedì 8 marzo 2007, 9:38 
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Sitosophia
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Bellissimo e interessante questo nuovo tema dell'anno. Mostra, oltre che la serietà e voglia di conoscere, mostra come gli studenti più attivi (noi, mie cari) siano orientati verso una disciplina che nella nostra facoltà è trattata solo in rarissime eccellenti eccezioni.
Senza contare che con questo tema entriamo direttamente nel cuore del dibattito contemporaneo.

Cita:
In Italia da ormai qualche anno esce in edicola (attualmente con cadenza mensile) “Mente & Cervello”, rivista su psicologia e neuroscienze, che più volte ha fatto capolino sui nostri forum


A quest'ultimo proposito ricordo che dal numero di febbraio è cominciata una seri di articoli sulla neuroanatomia. Mi pare che la conoscenza della struttura e del funzionamento del sistema nervoso sia essenziale per un approccio corretto al tema.

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spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.
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MessaggioInviato: sabato 24 marzo 2007, 1:05 
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Entusiasta del nuovo argomento dell'anno, assolutamente consono agli scopi del sito, tento subito una piccola critica. A partire dal titolo.
Di "neurofilosofia" hanno parlato i coniugi Churchland intendendo, con questo termine, ridurre ogni proposta teoretica esattamente a zero, a favore totale di uno studio neuroscientifico della mente, ridotta al cervello.
Ringrazio Tommy per l'apprezzamento alla mia "Introduzione alle scienze cognitive" dello scorso anno, ma credo si sia fatta poca distinzione tra questo tipo di approcci e quello cui credo voglia riferirsi il titolo del tema di quest'anno, cioè una filosofia vicina alle neuroscienze ma che non per questo si riduca ad esse. Conosco bene le posizioni di Giofilo in merito, vorrei invece capire meglio la posizione di Tommy: quale tipo di "neurofilosofia" auspichi? Quella dei Churchland o una prospettiva che leghi filosofia a neuroscienze? (Un'occasione per parlarne, nient'altro. Tra l'altro i tuoi studi su Damasio mi fanno pensare che tu non sia troppo riduzionista in proposito). Ad ogni modo, complimenti per l'introduzione (da completare, ho capito).
Triad


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MessaggioInviato: sabato 24 marzo 2007, 11:49 
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triad ha scritto:
Conosco bene le posizioni di Giofilo in merito


Per chiarire: per me "Neurofilosofia" è assolutamente da intendere nella sua etimologia: una parola composta che coniuga gli studi neurobiologici alla filosofia.
Ovviamente, sono contrario al riduzionismo eliminativista dei coniugi Churchland e spero che il termine "Neurofilosofia" non sia ormai del tutto inutilizzabile per "colpa" loro.

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 Oggetto del messaggio: Certo!
MessaggioInviato: sabato 24 marzo 2007, 21:48 
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Certo Giofilo, hai ragione. Solo che il termine può suggerire equivoci. Tra l'altro, dicendo che conosco la tua posizione mi riferivo proprio al fatto che so che la pensi così.
Approfitto per chiarire cosa intendessi nel mio ultimo (e primo) post: non intendevo dire che nel post introduttivo di Tommy si riducesse la filosofia alle neuroscienze (anzi!) ma volevo sapere se ciò che Tommy scrive risponde anche alle sue personali opinioni in merito.
Triad


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MessaggioInviato: martedì 27 marzo 2007, 20:08 
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Caro triad, felice di rivederti su questi lidi (spero in pianta stabile!).
Vado di fretta e ti risponderò brevemente. "Neurophilosophy" è effettivamente il titolo di un testo di qualche anno addietro della Churchland, quindi probabilmente a lei dobbiamo la maternità del termine. Mi dolgo di non averlo citato nell'articoletto: l'avevo fatto, di striscio, nell'introduzione alla mia tesi abortita...
Mi chiedi la mia posizione? In questo momento non mi va di sbilanciarmi troppo. Posso dirti che sono in fase di "restauro metafisico": purtroppo per me non è più tanto ovvio essere contro il riduzionismo. Ovviamente non per questo "dubbio" metodologico (nonché ontologico) ridurrò la filosofia alle neuroscienze: ho semplicemente sostenuto che è auspicabile che la filosofia sia sempre ben informata delle ultime conquiste scientifiche, e le neuroscienze mi sembrano un ambito particolarmente fecondo.
Il vero problema dell'approccio riduzionistico infatti si sposta piuttosto nel versante del mind-body problem nonché in quello dell'hard problem costituito dalla coscienza. Il fatto che la coscienza sembra diventare incomprensibile se studiata in terza persona, o che la mente non appaia del tutto riducibile al cervello, è una cosa scoraggiante non poco, e per scienziati e per filosofi (forse è proprio questo che rende il mentale un ambito così affascinante). Apprezzo a tal proposito i nuovi approcci neurofenomenologici, che tentano di aggredire i nostri problemucci filosofici da ambedue i lati, quello del soggetto e quello dell'oggetto; tuttavia tendo a rivalutare anche apporti più "materialistici", meno consoni a lasciar spazio alla soggettività e all'approccio fenomenologico (vedi a tal proposito La mente inventata di Gazzaniga). Probabilmente è tutto un discorso di livelli di spiegazione (vedi i vari testi di Dennett o Hofstadter), ovvero di punti di vista e prospettive. Il mio dilemma ultimo, infatti, è se il materialismo risulti conciliabile con teorie non riduzioniste, ovvero con approcci descrittivi in prima persona. In buona sostanza, se riteniamo che oltre la materia non vi sia nulla, se sosteniamo di essere atomi e nulla più, risulta difficile introdurre coerentemente entità come la coscienza o il libero arbitrio e studiarle in un modo diverso da come studieremmo la digestione o i riflessi (per dire altre "funzioni" corporee). Ma ovviamente questo non è un dubbio che attanaglia me soltanto...
Adesso torno a macerare nelle mie perplessità, ma sempre con molta apertura. :D

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 Oggetto del messaggio: Grazie!
MessaggioInviato: martedì 27 marzo 2007, 22:30 
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Grazie, Tommy, per la risposta chiara. Spero davvero di esser "tornato in pianta stabile"!
Ammetto che la posizione riduzionista è sempre pronta ad attrarmi non appena "abbasso la guardia" (ossia l'attenzione ai "problemi difficili") ma obiettivamente le tesi di Dennett e Hofstadter (e Gazzaniga) restano assolutamente insoddisfacenti, per me. Condivido appieno l'interesse (direi oggi imprescindibile) per le neuroscienze e per la neurofenomenologia che a mio avviso, come dice Varela, supera tesi "poco sperimentali" quali quelle di Chalmers e Searle.
Mi interessava sapere come la pensavi e ti ringrazio per la risposta. In attesa entrambi della convergenza di diversi "livelli di spiegazione", allora!

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MessaggioInviato: martedì 27 marzo 2007, 23:21 
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Sapete perché, se anche fosse giusta, l'ipotesi riduzionista non potrebbe attrarmi?
Perché dovrei per forza concludere che, a questo punto, sarebbe meglio finirla con queste ciance filosofiche ed iscrivermi in Medicina.
Oppure potrei essere un "ignavo", di quelli che "la scienza è l'unica possibile"...ma che poi rimangono lì a chiacchierare di cose filosofiche, perché altro non sanno fare.

Non siamo solo "a brunch of neurons", un ammasso di neuroni (chi lo disse, Watson o Crick? Non ricordo!), e non ci vogliono i "fatti" per provarlo.

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 Oggetto del messaggio: Difatti...
MessaggioInviato: mercoledì 28 marzo 2007, 13:07 
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Sono d'accordo con te. Penso infatti che se mi ritenessi "riduzionista" all'ambito fisico, sarebbe nel caso in cui pensassi alla fisica come alla Fisica ("fusis" dei greci): la Natura. "Tuttto è Natura", certo la Natura non è solo quella studiata dalla fisica o dalla medicina, come dici giustamente tu. Siamo iscritti in Filosofia proprio perchè, non solo la fisica non ci basta, ma anche sappiamo che la Fisica è ciò di cui, soprattutto oggi, la nostra scienza ha bisogno.

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MessaggioInviato: giovedì 29 marzo 2007, 11:03 
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non ho avuto il tempo di leggere tutto..cmq complimenti per la scelta...ho letto qualcosina in vari siti in merito a qesto argomento e voglio approfondire perchè mi sembra molto interessante. a parte il sito internet suggerito da tommy david dove posso trovare informazioni utili...? purtroppo per il momento non potro consultare alcun testo...spero di farlo in futuro tempo permettendo..ripeto che non ho letto la discussione quindi magari avete già espresso diversi pareri...e io vorrei porvi una domanda: che risposta dareste a un tale che vi chiede che cosa è la neurofilosofia?

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Io amo colui che ha l’anima così traboccante da dimenticare se stesso e tutte le cose che sono in lui: tutte le cose diventano così il suo tramonto. – Nietzsche


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 Oggetto del messaggio: Bella domanda.
MessaggioInviato: giovedì 29 marzo 2007, 12:30 
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Salve.
Io risponderei che è un'ambito della filosofia di recente formazione che tenta di coniugare le proprie impostazioni metodologiche con i nuovi saperi delle neuroscienze (neurofisiologia del cervello, studi scientifici di tipo chimico e biologico sul sistema nervoso centrale e periferico, nuovi saperi sul "corpo biologico"). Può prodursi in tre modi: 1. riducendo ogni nuovo sapere a questioni di metodo (di scarso interesse empirico, spesso), 2. riducendo ogni dibattito sul mentale (di tipo filosofico) a pure spiegazioni materialistiche di interazioni tra neuroni e parti corporee (compiuto spesso proprio da filosofi detti "riduzionisti" o "eliminativisti", annullando l'interesse per ogni discussione proficua tra scienza e filosofia), 3. cercando un punto di contatto tra i due diversi saperi, come per esempio fa la Neurofenomenologia (a vario titolo).
A parte ciò, per me "Neurofilosofia" (prescindendo dal nome) significa declinare corpo e mente come un unico sostantivo.

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MessaggioInviato: mercoledì 4 aprile 2007, 19:44 
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Sitosophia
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Caro Triad, condivido appieno l’auspicata convergenza tra i vari livelli di spiegazione, ma mi rimane come un’amarezza derivante dalla convinzione che tutto è materia (e forze fisiche). Non si tratta tuttavia dell’avversione idealistica contro il monismo materialista: è piuttosto il silenzio di chi si accorge che al livello della materia non si ottengono spiegazioni soddisfacenti. Chissà, magari un giorno arriveranno: per adesso però ciò sembra molto dubbio.
Non ho ancora letto Gödel, Escher, Bach, me lo riservo per tempi più tranquilli; tuttavia sento di condividere le idee che Hofstadter enuncia in L’io della mente – almeno quelle riguardo alla “spiegazione” e al rapporto tra riduzionismo e olismo. Secondo Hofstadter una visione evoluzionista, che viaggi idealmente attraverso il tempo retrocedendo di causa in causa (il dubbio humeano non lo attanaglia), renderebbe conto degli eventi, della vita e (forse) anche dei significati: «preferiamo [un] genere di spiegazione concentrata di livello superiore, una spiegazione che ci evita di dover guardare in un passato remoto e si concentra sul presente o sull’atemporale. Ma se vogliamo ricondurre gli eventi alle loro cause ultime, siamo costretti ad adottare posizioni riduzionistiche come quelle descritte da Dawkins o dalla Tartaruga. Anzi, alla fine saremo rinviati ai fisici, i quali per la causa primordiale d’ogni cosa ci rinvieranno al “Big Bang”. Ciò tuttavia non ci soddisfa, poiché noi vogliamo una risposta a un livello che faccia appello a concetti familiari; e per fortuna la natura è abbastanza stratificata da rendere spesso formulabile una tale risposta» (Hofstadter – Dennett, L’io della mente, p. 193). In questo modo Hofstadter rende conto, non senza astuzia, anche della nostra normale insoddisfazione per le spiegazioni “in terza persona”: «ma allora abbiamo ammesso che le leggi di livello superiore sono quelle che in realtà governano e reggono il sistema, al di sopra e al di là delle leggi di livello inferiore? No. Semplicemente, una spiegazione che abbia un senso richiede concetti di livello superiore» (ivi, p. 192). L’approccio in prima persona, insomma, viene usato per comodità, e solo in modo strumentale, per venire incontro alle nostre esigenze semantiche: «è piuttosto il problema delle origini del potere esplicativo, o forse il problema di come usare correttamente le parole, di come conciliare l’uso quotidiano di termini come “causa” con l’uso scientifico degli stessi termini. È dunque ragionevole spiegare le traiettorie delle particelle facendo riferimento a nozioni di livello superiore come “credenze”, “desideri” e così via? Il lettore avrà notato che consideriamo molto utile adottare questo modo di esprimerci. [...] anche noi pensiamo che chi studia i meccanismi del pensiero debba necessariamente diventare esperto nel tradurre, e ritradurre, da un linguaggio puramente riduzionistico a una sorta di linguaggio “olistico” (e viceversa), linguaggio quest’ultimo in cui le totalità esercitano davvero un effetto visibile sulle loro parti, posseggono davvero una “causalità verso il basso”» (ivi, p. 193).

Giofilo Giofilo Giofilo, non farmi rispondere male! Ho alcune convinzioni anche a questo riguardo. Affermare di non essere riduzionisti poiché si è filosofi è una sorta di tautologia, o comunque espressione di una presunzione di fondo ben radicata – quella prettamente filosofica di essere coloro che capiscono tutto e “abbracciano l’intero”. Nella nostra stessa condizione ci sono perlomeno quanti si occupano di arte e di religione: ovvero coloro che propongono Weltanschauung, visioni del mondo non necessariamente strettamente legate alle varie scienze dure (fisica e biologia in primis). Perché non rimproveriamo allora ad uno scrittore di smetterla con le sue fantasie letterarie, o a un pittore di riporre pennelli e tele, per dedicarsi alla filosofia (se convinti dell’olismo) o iscriversi in medicina (se siamo riduzionisti)?
Sarò cinico, ma sotto sotto sono convinto che non ci siamo iscritti a medicina (o fisica, chimica, ingegneria o quel che vuoi) per incapacità o per indolenza. Almeno nella nostra Facoltà catanese, la percentuale di iscritti in Filosofia proveniente da altri corsi di studi è straordinariamente alta (io stesso mi annovero tra questi). Certo, potrai obiettare che è stata proprio l’insoddisfazione delle varie “spiegazioni riduzioniste” a farci abbandonare studi più prettamente scientifici. Però penso pure che, forti della nostra formazione filosofica e dei suoi strumenti, potremo più proficuamente perseguire nell’immediato futuro tali tipi di studi – dimostrando, se necessario, la superiorità dell’approccio filosofico su quello scientifico, o magari semplicemente affiancandoli per una completezza di comprensioni. (Del resto, appena presa questa laurea, cosa ci attende? Forse è meglio davvero dedicarci fin d’ora ad altri studi, come ci esorta sempre il prof. Bentivegna...)
Riguardo all’affermazione di Crick (acerrimo riduzionista, scandalosamente materialista e antispiritualista) ti dirò semplicemente che Schopenhauer, ad una lezione di Hegel (il quale al solito farfugliava che “l’Io è Spirito” e ciance simili), appuntò: «siamo soltanto concime per cocomeri». Il che non deve scandalizzarci più del fatto che effettivamente siamo soltanto un insieme di atomi (almeno su ciò ci rassicura l’attuale scienza, il sapere più forte e “controllato” che l’uomo possiede). Che poi l’uomo sia qualcosa di più dell’insieme delle sue parti (in penultima battuta, quelle cellule così inconsapevoli, quei meri contenitori di molecole al carbonio e ioni vari)... beh, questo è proprio il dilemma sul quale ci interroghiamo da giorni, anni, secoli, e risolvibile forse solo in termini di proprietà e funzioni della materia, relazioni di agenti sociali (con conseguente rete di significati) e permutazione di infiniti livelli di descrizione, il tutto a partire da un unico substrato materiale.

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 Oggetto del messaggio: Perchè così crudo con il nostro Filosofo?
MessaggioInviato: mercoledì 4 aprile 2007, 22:16 
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Iscritto il: sabato 17 giugno 2006, 0:33
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Ma possiamo anche dire che tutto è materia, senza sentimenti d'amarezza. Cosa è infatti la "materia"? Di sicuro è Una. E tutto è uno. Di sicuro è multiforme. E il tutto è molteplice.
Il mio materialismo è una "fisica" in senso greco, mentre il materialismo di cui assapori l'amaro gusto è forse l'accontentarsi di ciò che può sperimentalmente provare la scienza oggi ("dura") con i suoi criteri sempre cangianti ed evolventisi. Il libro imponente di Hofstadter è davvero ricco e profondo. L'ho letto due anni fa quando scrivevo la tesi e davvero mi colpì. Ma la prospettiva ivi proposta, a mio avviso, fornisce un cattivo esempio di uso dell'olismo, strumentalizzato per "ridurre" tutto il discorso sul mentale a "livelli" di matrice funzionalista, operazione per me assolutamente insoddisfacente. Resta comunque un'imperdibile lettura, come hai capito.
Per quanto riguarda la risposta a Giofilo (in merito ad un discorso che non ho invero seguito), anch'io - come te - mi sono iscritto in Filosofia dopo aver lasciato un corso scientifico (Ingegneria Informatica nel mio caso) ma non perchè riduzionista (perchè me ne sono accorto solo dopo) ma perchè non fa proprio domande: che vuol dire?
Vuol dire che iscriversi in Filosofia è una scelta di vita, non di conoscenze (cioè riguarda il modo di affrontare le conoscenze, non è una questione di scegliere quale ambito interessa conoscere tra matematica, ingegneria, medicina e filosofia tra le altre...). Sapere ciò che si fa, e non solo fare sapendo lo stretto necessario. Ognuno il proprio ambito, ci mancherebbe. Ma concordo con Giofilo sulla scelta radicale della Filosofia rispetto agli altri saperi. Bisogna conoscerli proprio perchè è la Filosofia che lo richiede ma non rimuovere il compito che è di ogni filosofo, domandare. Mi dispiace quando disprezzi così Hegel, ma non dovremmo sottovalutare l'importanza di una concezione idealistica come la sua. E poi il Genio è sempre tale, prescindendo da tutto.
Spero comunque di non aver frainteso qualcosa... Possiamo almeno così iniziare una discussione in merito per approfondire queste nostre convinzioni.

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Ultima modifica di Triad su venerdì 11 maggio 2007, 20:03, modificato 1 volte in totale.

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MessaggioInviato: giovedì 5 aprile 2007, 11:54 
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Iscritto il: mercoledì 14 giugno 2006, 14:00
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Tommy David ha scritto:
Giofilo Giofilo Giofilo, non farmi rispondere male! Ho alcune convinzioni anche a questo riguardo. Affermare di non essere riduzionisti poiché si è filosofi è una sorta di tautologia, o comunque espressione di una presunzione di fondo ben radicata – quella prettamente filosofica di essere coloro che capiscono tutto e “abbracciano l’intero”.


Tommy, il dato di fatto è questo: le scienze (quelle arroganti e fisicaliste) riducono l'ontologia ad un metodo, la filosofia (tranne estremismi) non lo fa.

Per quanto riguarda il pretendere (io direi "aspirare") di "abbracciare l'intero", non vuol dire per forza essere "dogmatici", "assolutisti" o "totalitari". Abbracciare l'intero non vuol dire sottoporlo ad una visione del mondo unica. Com-prendere l'interezza della realtà, oggi, significa rendersi conto della sua molteplicità e irriducibilità (irriducibilità allo Spirito, irriducibilità alla Materia).

Non sto dicendo che la filosofia è "superiore" alla scienza, non lo credo minimamente!
Non tutta la scienza è un fisicalismo riduzionista e tu, che hai studiato Damasio, dovresti saperlo bene!

Per riprendere Hegel: puoi immaginare che anch'io abbia molte riserve sulla sua filosofia, d'altronde l'idealismo (particolarmente quello "assoluto") è finito da un pezzo e non c'è bisogno di stare a discuterne. Però su una cosa aveva ragione: "il verò è l'intero". E chiunque pretenda la verità di una scienza parziale (quale è, allo stato attuale, anche la filosofia!) è solo un arrogante.

Cita:
Sarò cinico, ma sotto sotto sono convinto che non ci siamo iscritti a medicina (o fisica, chimica, ingegneria o quel che vuoi) per incapacità o per indolenza.


Per questo, sono d'accordo pienamente con ciò che ha detto Triad.

Cita:
Che poi l’uomo sia qualcosa di più dell’insieme delle sue parti (in penultima battuta, quelle cellule così inconsapevoli, quei meri contenitori di molecole al carbonio e ioni vari)... beh, questo è proprio il dilemma sul quale ci interroghiamo da giorni, anni, secoli, e risolvibile forse solo in termini di proprietà e funzioni della materia, relazioni di agenti sociali (con conseguente rete di significati) e permutazione di infiniti livelli di descrizione, il tutto a partire da un unico substrato materiale.


Funzioni della materia? :shock: . Ma cosa è? Tipo digestione:stomaco=mente:cervello ?

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MessaggioInviato: lunedì 9 aprile 2007, 19:03 
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Sitosophia
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Di ritorno dalla mia scampagnata di pasquetta vi dico qualcosa su questo annoso problema....e se le sparo ho l'alibi del vino....skerzi a parte,parliamo di cose serie!Innanzitutto l'impostazione metodologica di un programma di ricerca è,per me,il discrimine che fa intravedere già quale sarà l'orizzonte in cui s'inseriranno,ontologicamente e gnoseologicamente parlando,le risposte fornite da tale programma.Le neuroscienze sono davvero un'immensa risorsa per comprendere la vita dell'encefalo e il dispiegamento fisico concomitante alle funzioni cognitive distribuite.Nessuno mette in discussione quanto a fondo ci possa spingere il nostro desiderio di calarci nelle sottili trame quantitative e relazionali del biologico.Credo questo sia un bisogno insopprimibile dell'umanità.Ma la questione per noi,Anime sensibili,è molto più carica di significati.E'vero ke tuto è materia compresi noi,ma davvero poche risposte da essa derivano(per me).Lo sguardo quantitativo della scienza può aspirare,tendendosi al suo massimo,all'acquisizione della consapevolezza di una totalità di parti o fatti(cosa ke mi pare già abbastanza ardua per quanto concerne il cervello).La dimensione qualitativa dell'umano è ciò che unifica le parti e le percepisce indissolubilmente accorpate in trame in ultima istanza a noi non esplicitabili.

La mente ha bisogno di conoscere il suo cervello,perchè è l'unica cosa che possiede e sente,e sa che ogni cosa è generata per sua intercessione.Ma nell'insoddisfazione verso tale approccio essa intravede il limite, lo scarto,la zona d'ombra che separa la biologia dalla valutazione olistica,radicalmente semantica del vivere il nostro corpo e l'ambiente.
La mia opinione, per quel che vale,é che nemmeno in mille anni le neuroscienze potranno portare l'uomo a riconoscere allo specchio la propria identità e la marca della sua vita mentale.

Questo compito per me sarà assunto,approfondendosi progressivamente,dalla filosofia della mente fenomenologica.Anche se non ho ancora capito per bene qual è il limine gnoseologico e comunicativo fra essa e le neuroscienze....In chiosa però vorrei sottoporre qualke riflessione al vostro aiuto critico,nello specifico sul problemone delle scienze cognitive.Ho la netta sensazione che,in sede di definizione programmatica,essa fosse un grande tentativo di integrare approcci diversi sulla questione della mente umana.Purtroppo però,ogni giorno di più mi convinco che in particolare l'unione di 2 teorie abbia decretato il discredito che il cognitivismo raccoglie da più parti(e che cmq io non condivido in toto).Parlo della costituzione del paradigma HIP e dell'impresa dell'intelligenza artificiale(forte),il secondo edificato sul primo.
Alcuni hanno fetto notare che questo tipo di cognitivismo applicato si basa su un equivoco,che anche per me è quello di"ri-materializzare la funzione".La funzione è sempre funzione di qualcosa,ma non di qualsiasi cosa...inerisce alla biologia che l'ha prodotta e vi è legata intimamente,e non la possiamo implementare dove ci pare.

Anche se è molta la tentazione di avere un frullatore che fa le sottrazioni,credo che resisterò mio malgrado!Che posso dire(tornando seria)?Le scienze cognitive hanno vissuto per un periodo l'utopia di poter applicare un metodo quantitativo estraneo all'oggetto che dovrebbe essere loro proprio e così facendo hanno scoperto con infantile tedio che le "intelligenze"così prodotte portavano in sè solo l'algoritmo di una vita estranea.........Io ho sempre creduto nella dimensione irriducilbilmente soggettiva della intelligenza umana,non quantificabile e riproducibile altrove..........nonostante ciò credo che la scienza cognitiva non abbia esaurito il suo valore e su tale via io credo che lo studio del linguaggio abbia una fecondità euristica i cui esiti non sono stati totalmente sondati,anzi ultimamente un poco sottovalutati...Ora basta,vi lascio e spero che su tutto questo siate meno confusi di me,così da potermi aiutare e parlare con me quando ne avrete voglia..Grazie dello spazio per questo sfogo.baci da Ophelia


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MessaggioInviato: lunedì 9 aprile 2007, 21:18 
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Ciao Ophelia! Come mai hai spezzettato il tuo intervento in tante risposte? C'è un motivo particolare? Se vuoi unisco le risposte in una sola, si riuscirebbe a leggere meglio!

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MessaggioInviato: martedì 10 aprile 2007, 7:53 
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Grazie Giofilo...non c'è alcun motivo particolare,solo l'ho scritto inframezzandolo ad altre cose da fare ed è venuto su così.uniscilo pure! :idea:


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MessaggioInviato: venerdì 27 aprile 2007, 14:48 
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Umpf. Il tributo creditizio d’aprile è cessato; tuttavia ho un po’ perso il filo del discorso che stavamo tenendo. Troppe amarezze si sono affastellate: forse solo per questo il mio atteggiamento nei confronti della filosofia sta mutando, in questo periodo (e ha ragione Giofilo a dirmi che ho il “mal di specialistica!”). Avevo cominciato a stendere una risposta: la “citerò” soltanto, visto che in questo momento il mio pensiero vibra su altre corde (adiacenti però).
Tommy David ha scritto:
Triad, in qualche modo avevo intuito, benché da quel poco che ho letto di suo, l’uso “strumentale” che fa Hofstadter dell’olismo. E forse, in una prospettiva avversa al funzionalismo (non è più tempo!), facciamo anche bene a criticarlo. Ma quando anche tu parli di assoluta insoddisfazione, beh... è una cosa che lo stesso Hofstadter sostiene, nelle citazioni del breve brano che ho riportato sopra. Una spiegazione scientifica è sempre troppo amara, troppo insufficiente, troppo poco sensata... per noi umani (o forse solo per noi filosofi). Non ho dubbi che, in assenza di una coscienza contemplante (o di un essere intenzionale, se preferite), una spiegazione “in terza persona” sarebbe sufficiente, e anzi l’unica possibile. Anzi, strettamente parlando, non sarebbe nemmeno possibile perché non ci sarebbe nessuna persona, né prima né terza... Le stelle continueranno a danzare anche senza di noi; o forse, tolti noi, venuto meno Io, tutti gli astri si fermeranno – per sempre...
Anch’io in Ingegneria ho trascorso un anno di amarezze. Vedevo che la matematica – e dire che al liceo non la disdegnavo affatto! – per me non significava assolutamente nulla, non spiegava niente. Però mi ponevo anche la prospettiva: completare questo ciclo di studi, che poi tanto per i perché c’è sempre tempo. Insomma, prima la scienza poi la filosofia, prima il dovere poi il piacere. Forse il percorso non è il più adatto, visto che in questo caso certe risposte precederebbero altre domande: però credo sia più semplice che uno scienziato diventi filosofo (o almeno assuma atteggiamenti filosofici o riveli interessi... metafisici) piuttosto che il contrario.

Il discorso era incompleto poiché mozzato da Pomponazzi & co. Probabilmente avrei proseguito parlando della mia “conversione” alla filosofia e spiegandone le motivazioni. Adesso però preferisco soffermarmi sul fatto che l’amarezza persiste anche in questi miei studi filosofici, e quelli “pubblici” (universitari e coatti) e quelli “privati” (personali e per il solo piacere di apprendere). Non sono proprio convinto che la filosofia possa rispondere alla domandina “che vuol dire?”: concordo quindi con Triad quando afferma che il nostro ruolo è quello di domandare (ma a far questo son tutti bravi: il difficile è rispondere!) e con Giofilo che fa rientrare la filosofia tra le scienze parziali (obietterei sull’“essere scienza” della filosofia ma non sulla parzialità dei suoi esiti). Avvicinandomi alle scienze (o forse soltanto alle loro divulgazioni al grande pubblico...) vedo che la contrapposizione tra “noi” e “loro” è del tutto artificiosa. Vorremmo tanto vedere gli scienziati come sordidi ricercatori del tutto privi di attività teoretica: ma non è affatto così. Forse è una visione kuhniana – o kantiana: comunque romantica... – di “scienza normale”; o forse sono io che vado a leggermi solo gli scienziati rivoluzionari (perché gli altri sono così chini sui loro micro-scopi da non avere il tempo – e probabilmente la capacità! – di scrivere). Ma mi basta dare un’occhiata agli studiosi di filosofia per vedere che in fondo è così pure per noi: c’è chi continua a spulciare tra i pensieri di Pascal (o se si sente particolarmente teoretico riesuma un’inedita lezione di Wittgenstein) e c’è chi preferisce coltivare l’autonomia – forse fittizia, visto che tutto è già stato detto! – del proprio pensiero. Forse il filosofo stesso è una figura destinata a dissolversi, ad essere soppiantata dai più brillanti degli scienziati (i Geni!); forse le nostre facoltà sforneranno meri storici della filosofia, mentre i filosofi si formeranno nei laboratori e necessariamente a contatto con gli specialisti (coi quali si confonderanno). Forse il paradigma delle scienze cognitive m’ha confuso le idee, ma la convinzione che senza partire dalle scoperte scientifiche coeve non si può fare filosofia resta in me ben salda. (Ecco il perché dell’odio per l’idealismo: per Hegel la filosofia stessa era “Scienza”!).
Ecco che leggere di Spirito e Materia (con le maiuscole!) mi fa tenerezza; ecco che la forte pretesa dell’irriducibilità mi lascia perplesso (fossimo un atomo probabilmente la penseremmo in modo diverso, o forse non penseremmo affatto – o magari semplicemente non sapremmo comunicare i nostri pensieri se non tramite spin elettronici...). Ecco che le diatribe sull’unità e molteplicità dell’essere le lascio volentieri a Parmenide e Platone: sono ben più disposto a vedere kantianamente, nelle dispute unità/molteplicità, riduzionismo/olismo, determinismo/indeterminismo, delle mere antinomie: tifiamo pure per quel che ci pare! (ma poi non lamentiamoci del dualismo che creeremmo). Nessuno, tranne gli uomini di fede ed Hegel, pretende la verità totale delle proprie credenze: perché un filosofo dovrebbe restarne (o peggio trarsene) fuori?
Con questo cesso le mie riflessioni metodologiche ed epistemologiche. Ma a questo punto svelare le mie credenze in... materia sarebbe pleonastico... :-P

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 Oggetto del messaggio: Re: Perché Neurofilosofia?
MessaggioInviato: mercoledì 9 luglio 2008, 9:28 
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Mi riaggancio oggi a questa bellissima discussione di qualche tempo fa, con le nuove acquisizioni che mi costringono a discostarmi lievemente dalle mie posizioni di allora.
Costante sulla mia definizione di Natura (e dunque di Fisica) e sulle di quella implicazioni, preciserei invece che l'affermazione di Tommy
Tommy David ha scritto:
senza partire dalle scoperte scientifiche coeve non si può fare filosofia

che anche io trovavo - non dico convinzione "ben salda" ma quantomeno - asserzione corretta, fondata e condivisibile, sia in realtà incompleta.
Comincerò col dire una banalità, poi mi spiegherò.
Sarebbe infatti più corretto dire che senza partire dalle scoperte scientifiche coeve non si può fare filosofia della mente, non filosofia punto.
Capendo - oltre che conoscendo - i punti di vista di Tommy e Giofilo, infatti, ritengo corretto precisare nel modo visto.
Mi spiego meglio: le scoperte scientifiche sono necessarie e sufficienti per la scienza stessa, sono necessarie e non sufficienti per la filosofia della mente (almeno quella contemporanea), ma non sono né necessarie né sufficienti per la filosofia nella sua generalità cioè nella filosofia teoretica.
Nello spettro - mai termine fu più adatto - delle possibilità che offre la teoresi, la mente diviene un oggetto che può prescindere dalla scienza per ritornare al mito.
- Non mi prendete in giro solo perché balbetto idee di altri: cosa s'è sempre fatto? -
Questo ampliamento del punto di vista sulla cosa (...parlo della mente) permette di superare il problema della scienza, che ultimamente trovo sterile non per la filosofia della mente, ma per la filosofia più in generale. Nei suoi presupposti metodologici.
Altrimenti andrà a finire che la scienza sarà alla base della filosofia per definizione e allora ne avremo commesso davvero il parricidio.

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Triad
Il Tempio dell'Ombra
«Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non importa chi raggiungerà la meta, ma chi farà la più bella corsa. Può fare lo sciocco tanto chi dice il vero quanto chi dice il falso: poiché si tratta del modo, non dell'essenza del dire» (Montaigne, Saggi, III.8).


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 Oggetto del messaggio: Re: Perché Neurofilosofia?
MessaggioInviato: mercoledì 9 luglio 2008, 20:59 
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Nello spettro - mai termine fu più adatto - delle possibilità che offre la teoresi, la mente diviene un oggetto che può prescindere dalla scienza per ritornare al mito.
- Non mi prendete in giro solo perché balbetto idee di altri: cosa s'è sempre fatto? -


Macchè prenderti in giro, anzi, il discorso sul mito legato alla mente è interessantissimo e il tuo cambiamento di posizione non può che stimolare tutti noi!

Così come tu hai gettato questa lapidaria riflessione, io ti pongo altrettanto brevemente alcune domande:

Secondo te, in cosa consiste il rapporto mente-mito?
Ossia: cosa vuol dire che la mente come oggetto d'indagine può "prescindere dalla scienza per ritornare al mito"? Non è una domanda retorica.

Credi davvero che scienza e mito siano così distanti? E tutti i discorsi (anche nostri) sull'unità della cultura, non sono più validi?

Mi è parso di percepire, leggendoti (se non è così, ti chiedo scusa), una sorta di dichiarazione di superiorità della filosofia teoretica sulla filosofia della mente. Come se il fatto che per la seconda la scienza è necessaria sia un difetto. Allora - qualcuno potrebbe dire - anche la prima è difettosa: perché necessita del mito!

La verità, secondo me, è che - tanto per dire anch'io qualcosa di nuovo :lol: - il dualismo scienza-mito non risolve nulla, ma complica tutto.


Un'ultima precisazione: se io affermo che non si può fare filosofia senza scienza non ne consegue né che la scienza sia "alla base" della filosofia né il contrario.
Facendo un paragone linguistico, scienza e filosofia sono come due proposizioni coordinate, cioè entrambe dotate di autonomia sintattica e che tuttavia - insieme - meglio esprimono ciò che si vuole esprimere. E la filosofia della mente, oggi, si dimostra una delle migliori "congiunzioni" tra le due.

p.s.: mi hai spinto a scrivere, grazie! :wink:

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