I topi di Spiegelmann

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Con efficace e icastica sintesi Michael Rothberg, autore del saggio Traumatic Realism: The Demands of Holocaust Representation (University of Minnesota Press, Minneapolis, MN and London, 2000) prende a prestito questa illustrazione di Art Spiegelmann per introdurre la questione al centro del suo lavoro: come comprendere l’Olocausto e il suo rapporto con la cultura contemporanea. Spiegelmann è l’autore di Maus, la celebre graphic novel che racconta l’orrore dell’Olocausto utilizzando un peculiare ed evocativo vocabolario narrativo (i tedeschi sono rappresentati con fattezze di gatti, gli ebrei con quelle di topi, gli americani con quelle di cani etc.), ripercorrendo la storia di Vladek Spiegelmann (padre dell’autore), ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, e il suo rapporto con il figlio. Il disegno, apparso per la prima volta sul magazine Tikkun a corredo di un articolo in cui il padre di Maus commenta il successo del suo lavoro, è quasi interamente occupato dall’«autoritratto» di Spiegelmann (nelle tipiche fattezze degli ebrei del suo libro) che tiene in mano un ratto, disegnato con i canoni del disegno realistico.

Sullo sfondo, in larga parte fuori dallo spazio dell’immagine, si riconosce chiaramente un’illustrazione di Mickey Mouse. L’immagine condensa dunque tre livelli di rappresentazione che, secondo l’assunto di Rothberg, sintetizzano tre diversi approcci artistici e scientifici della cultura post-Olocausto: la prima, in riferimento al ratto in primo piano, la tendenza realistico-documentaristica (Rothberg cita come emblematica la nozione di «banalità del male» della Arendt), che ricomprende il dibattito sulle strategie da essa adottate; la seconda, relativa all’autoritratto, modernista (e, più estesamente, di riflessione sui limiti formali della rappresentazione dell’Olocausto); la terza (Mickey Mouse) rappresenta invece l’approccio postmodernista, e riflette sui rischi e sulle implicazioni politico-economiche dell’emergere del tema nella cultura di massa.