Luca Orlandini, Velleità della materia

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orlandinivelleitaLuca Orlandini
Velleità della materia
Aragno, 2016 (pp. 186)

 

«Credo che la filosofia non sia più possibile se non come frammento» afferma Cioran in una famosa intervista. E con Velleità della materia di filosofia in frammenti si tratta. C’è un’idea che attraversa l’intera opera: la cultura, la filosofia, la critica si parlano addosso, dimenticando la realtà, che freme, strepita cercando di perforare il loro confine d’avorio. Da fine studioso di Benjamin Fondane qual è Luca Orlandini, e con l’aiuto di autori che infrangono l’erudizione quali Leopardi, Cioran, Bukowski, per citarne alcuni, questi frammenti cercano di riprodurre in parola lo hiatus irrationalis obliato dal nostro mondo. Velleità della materia, quindi, come velleità del materialismo, che cancella ciò che non può afferrare, inventandosi una realtà diversa, spiegabile ma sterile, e come velleità della parola, vita e pensiero materializzati, e così traditi, spesso figli dell’amor proprio. Non mancano tuttavia i passaggi oscuri, prezzo da pagare per un’opera che fa del lirismo uno dei suoi fini.

«Ognuno di noi nasce con in dote una dose di opportunismo da spacciare. Sebbene sia certa l’esistenza di infinite sfumature e nature di questa dote. In ogni caso, se teniamo fede al movente di ogni nostro atto, ovvero l’amor proprio, vale solo la capacità di illudersi su se stessi e di illudere gli altri sulle nostre illusioni, spesso nell’incoscienza del falso. Alla fine conteranno solo le illusioni che saremo riusciti a spacciare a noi stessi e agli altri… il senso tattico di ogni opera, l’evidenza che chiunque proponga qualcosa, qualsiasi cosa, dalla più sublime alla più infima, farà di lui una via di mezzo tra un millantatore e un dio, nel suo piccolo, uno che ce la darà a bere. L’incanto terminerà quando in lui prevarrà il millantatore» (p. 13).