26. «Tutto si tiene (in Sicilia)»

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RADIOLAB – Il dormiglione
Stagione invernale. Puntata 26 – 20 maggio 2013

La ventiseiesima puntata della stagione invernale. In studio: Tony Falbo, in compagnia dei «Fastidiatori» (Cateno Tempio in diretta telefonica).

1. Non puoi toccare un pensiero e fermarlo; se lo fai, se lo blocchi, il pensiero crepa, nel senso che muore e che si linea, ha delle crepe come le vecchie statue. Avviene il contrario: se tocchi un pensiero, a crepare sei tu. Il pensiero ti agita, ti mette in moto, ti fa uscire da te stesso. Appunto è la morte, questo uscire fuori di sé. In una parola siciliana, tutto ciò è lo squeto. Non è vero che il pensiero immobilizza, è quiete, regala saggezza. L’uomo che pensa è un uomo in-quieto; ha lo squeto — è lo squeto. La morte non è l’immobilità: un corpo non è mai così in movimento come quando muore. La vita è conservatrice; la morte decompone, disgrega.
Il concetto che ha reso ladra questa mia esistenza da quattro soldi è l’indifferenza attiva; un altro modo per dire indifferenza attiva è appunto morte squeta. In base a questo concetto, per il pensatore non sono importanti il luogo in cui si trova, il contesto storico, la società, gli altri, le istituzioni e così via; perché, in fondo, per il pensatore, tutto ciò conta poco: le cose che sono da pensare le pensa indifferentemente, ovunque si trovi, qualunque sia il regime, qualsiasi siano i rapporti sociali. Può emigrare, restare in patria, scontrarsi con le dittature, collaborare con la democrazia, essere torturato, censurato, costretto ad abiurare. Eppure continuerà indefessamente a pensare. Andarsene in un luogo felice per fare cosa? Io posso pensare qua e là, anzi meglio dove sono infelice, meglio dove ogni giorno scolpisce sulla mia pelle il memento mori. Meglio bruciato dal sole, preda di pessimismo, morte e squeto, che al freddo dove tutti sono cortesi e gentili, le ragazze bionde, i sorrisi ebeti sulla faccia. Insomma, meglio la Sicilia che la Scandinavia.
Questa Sicilia che è la patria dello squeto; dove non si può neppure stare fermi a morire di noia, perché pure la noia mette lo squeto addosso. Il siciliano non può stare né fermo, né in movimento. Per dire a qualcuno di bloccarsi, di rimanere immobile, il siciliano non ha trovato di meglio che intimare: moviti fermu – muoviti fermo. L’indifferenza attiva, la morte squeta non poteva trovare espressione più icastica: moviti fermu.

2. Storiella del pensiero mediterraneo. Ibn Zafar, detto “Il siciliano”, viene detto il “precursore” di Machiavelli. Diciamo, piuttosto, che l’arte di trattare i sudditi è una specialità siciliana da tempo immemore. Filosofi geniali, i siciliani. Ecco cosa dice Polemarco di Siracusa a Socrate, all’inizio della Repubblica di Platone (l’ateniese): mi potrai mai convincere dei tuoi ragionamenti se non ti ascolterò?, e non appena gli dissero ovviamente di no, rispose: allora non ti ascolterò. Grande. Il filosofo siciliano oscilla sempre tra lo scetticismo più sfrenato e la ricerca disperata dell’utopia: due modi assolutamente geniali di non fare mai un cazzo, in qualsiasi caso. Emblematico il caso di Evemero di Messina. Eppure, a forza di non far nulla, si arriva a scoprire l’impensabile, che dunque non viene compreso, non viene apprezzato, non viene riconosciuto: quel che s’inventò Dicearco di Messina resta un caso a parte, ma prendiamo Ecfanto e Iceta, entrambi di Siracusa: essi hanno compreso delle verità astronomiche da considerare assurde, paralogiche e incomprensibili. Ancora oggi, noi non riusciamo a capire quasi nulla di ciò che un filosofo siciliano dice, quando dice, se dice. Tanto che a un certo punto il siciliano pensa bene di non dire; e alla fine dice bene di non pensare. Vorrebbe, egli più di tutti gli altri, non pensare (né bene né male, smettere proprio di pensare) – come pensa, dice e scrive Sgalambro. Tagliamo corto e andiamo al succo del discorso: nulla esiste, dice il grande Gorgia di Lentini. E si sbaglia di grosso chi – anche tra i grandi – vede in ciò uno scontro di fuoco col compare Parmenide, il più grande pensatore del Mezzogiorno. Tante sono le opere perdute – non a caso misteriche – di grandi siciliani, come Orfeo di Camarina e Timocle di Siracusa: qui si parla di orfismo e certamente il più grande dei Siciliani è lui, il divino Empedocle agrigentino.
Pare che questo signore – così dice un serio studioso inglese (certi stranieri ci conoscono meglio di tanti italiani) – sia la fonte principale dei più importanti e noti miti raccontanti e scritti dall’ateniese Platone, quel Platone che tre volte giunse in Sicilia e altrettante volte tornò in Grecia a riferire ai suoi quello che aveva imparato qui (la storia che andasse in Sicilia perché si mangia bene è vera, ma fino a un certo punto). I miti del Gorgia e del Fedone (in certo senso anche della Repubblica) in realtà esprimono un’idea orfica risalente a un pitagorico tarantino, idea la cui terra d’origine e simbolo unico è anche e soprattutto la Sicilia di Empedocle. Dalla Sicilia e dal suo mito perduto viene fuori quel mito che Platone porta ad Atene, forse inutilmente. Si tratta di qualcosa cui già abbiamo accennato: «non è che noi siamo vivi e che gli inferi sono invece dislocati da qualche altra parte. Al contrario, noi siamo già morti […] e quello a cui pensiamo come il mondo della vita sulla terra corrisponde in realtà proprio agli inferi»; noi dunque solo in un certo senso «abitiamo sulla superficie dell’isola, sopra le oscure cavità e insenature che si aprono sulle profondità degli inferi» (si pensi all’Etna in cui Empedocle si gettò) ma, a un livello di comprensione più elevato, noi «siamo già sprofondati in una di queste cavità, giù, proprio nel mondo degli inferi, e ci troviamo sulla superficie della terra solo nei nostri sogni» (si legga Peter Kingsley, Misteri e magia nella filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, II.9).
Empedocle – e con lui tutta la filosofia siciliana – ci dice che siamo già dentro il cratere, quando pensiamo di esser lì semplicemente a guardarlo. Noi stiamo solo sognando di starne fuori. Noi siamo già tutti dentro l’Etna. Io personalmente, non vedo l’ora di tuffarmici, proprio come il divino. Giusto per capire di che sa la realtà, una volta che ci si sveglia.

3. Quando si dice che “tutto si tiene” non si intende dire che “una certa linea argomentativa fa sì che alcune cose si tengano”, piuttosto si intende dire che proprio tutto “si tiene” e se si tiene “tutto” vuol dire che niente resta fuori, non c’è una posizione o argomentazione o fatto in generale che non sia tenuto insieme al resto; non c’è qualcosa di sbagliato se non c’è qualcosa di vero e viceversa: in fondo, non c’è qualcosa che resta fuori dalla logica e questo significa che, per dirne due, Parmenide e Hegel si somigliano così tanto che evidentemente il loro concetto di “logica” si deve assimilare. È chiaro che quando diciamo che tutto è logico, intendiamo parlare di una logica che non “esclude”, né il primo né il secondo né il terzo, “nessuno escluso”. Possiamo dire quello che vogliamo, purché non ci affanniamo a dire cosa è vero e cosa no. La verità è l’insieme delle cose che chiamiamo “vere” e di quelle che chiamiamo “false” secondo questo famigerato principio del terzo escluso. In un cratere, «vero e falso venivano rivelati» (ivi, II.11). Insomma, la verità è un paradosso. Ma è un paradosso come sono paradossali tutte le parole. Come si può prendere ancora qualcosa sul serio? Non c’è niente che si possa dire «sul serio». Seriosi come siamo, ridicoli come siamo, niente possiamo dire seriamente. Noi abbiamo perso tutto quello che più contava, abbiamo perso quello che avevamo una volta e continueremo a perdere ancora. Quello che non abbiamo ancora perduto è ciò che non possiamo perdere e cioè quel che non abbiamo mai avuto e che mai possiamo avere: questo qualcosa di imperdibile è quel che viene a mancare, quando finalmente capiamo che non c’è niente da possedere, niente da avere, niente da tenere o serbare, niente da conservare. Neanche il niente noi possiamo avere. Noi non possiamo avere niente eppure abbiamo perduto quasi tutto. In questa misera condizione… «Nulla, invero, se non una torva e triste superstizione proibisce di prendersi diletto» (Spinoza, Ethica, IV, 45, Scolio al corollario II).

4. Segue, più o meno coerentemente, un intervento telefonico… inaspettato. Ringraziamo con un sorriso l’amico Piero.