Elogio della disobbedienza civile

Nottetempo, Roma 2015
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Questo libricino di Fofi è tanto breve quanto prezioso e utile, sostanzialmente per due motivi: il primo è che costituisce una buona introduzione per chi voglia accostarsi alla pratica della disobbedienza civile; il secondo, perché seppure in poche pagine (cfr. pagg. 34-46) l’autore traccia un brevissimo resoconto autobiografico da cui trasuda l’ispirazione autentica che in Italia, per un certo periodo, animò disobbedienza civile e nonviolenza, approdando a risultati che per uno della mia età e in misura ancora maggiore per i ragazzi più giovani di me sono concretamente inimmaginabili.

È vero, ha ragione Fofi nel dire che «le teorie sembrano contare, per gli accademici, più delle pratiche e della riflessione sulle pratiche, la filosofia più della storia e, sì, dei suoi ammaestramenti» e che dunque «occorre strappare ai teorici il monopolio della discussione per riportarlo nelle mani dei militanti» (pag. 6). E appunto questo libro è più una riflessione sulle pratiche che un modello di elaborazione teorica; una riflessione, ça va sans dire, compiuta da uno che la disobbedienza civile l’ha praticata in tutta una vita. Forse più di ogni altra attività, la disobbedienza civile mostra come sia necessario che la prassi e la riflessione procedano di pari passo.

Prendendo a prestito la definizione di Teresa Serra, la disobbedienza civile viene descritta come «una violazione intenzionale, disinteressata, pubblica e pubblicizzata di una legge valida, emanata da una autorità legittima» (pag. 7). Inoltre, la riflessione sulla disobbedienza civile viene sganciata da quella sulla nonviolenza – pur riconoscendo uno stretto legame tra le due pratiche –, sostanzialmente perché «la disobbedienza civile può fare a meno della nonviolenza […], mentre la nonviolenza non può fare a meno della disobbedienza civile» (pag. 6), altrimenti si trasforma in una serie di sterili manifestazioni di cui siamo stati e continuiamo a essere letteralmente sommersi.

Ovviamente tutto questo non comporta che Fofi non esamini anche la nonviolenza, anzi vi dedica molte pagine, tra le più interessanti del libro. La domanda fondamentale è fino a che punto la pratica delle disobbedienza civile deve e può fare a meno di azioni violente. In un mondo dove lo strapotere economico, finanziario e mediatico sembra avere inglobato tutto e impedito ogni forma di protesta efficace, non si rende forse necessario il ricorso alla violenza? A questa domanda, un grande pensatore come Günther Anders ha risposto in maniera affermativa, come riporta Fofi: «Una cosa è certa: – dice appunto Anders – per noi la violenza non può mai essere un fine. Ma non v’è dubbio che la violenza debba essere il nostro metodo, se col suo aiuto e soltanto col suoi aiuto può affermarsi la nonviolenza» (pag. 82). Fofi, dal canto suo, non è del tutto convinto e non riesce a condividere questa prospettiva che ritiene certo “comprensibile” e che sembra far suoi i versi brechtiani “Solo violenza serve | dove violenza regna”. È vero che anche i maestri della nonviolenza, ossia Gandhi e poi Capitini qui in Italia abbiano sostenuto che peggio del violento è l’ignavo e il vigliacco (cfr. pag. 34), ma l’ottica della disobbedienza civile e nonviolenta sposata da Fofi, ovviamente cercando di non cedere a estremismi, di non assolutizzare e di valutare concretamente momento per momento, è riassunta in queste righe: «Credo nella virtù della disobbedienza civile, però solo se sa darsi strumenti e pratiche che riescono a incidere radicalmente su un sistema di potere e costringono chi lo esercita a cambiare rotta. Ed è decisamente meglio farlo con i metodi della disobbedienza civile che ricorrendo anche noi alla violenza» (pag. 83).

A tutto ciò si accompagna da una parte l’analisi delle condizioni dell’ultimo trentennio in Italia, quello cominciato con Craxi, proseguito con Berlusconi e che dura tuttora, trentennio che si può dire ha compiuto ed elevato a potenza la “mutazione antropologica” degli italiani intuita sin dagli albori da Pasolini; dall’altro lato Fofi fornisce un elenco riassuntivo di tutte le pratiche, le modalità e le iniziative che si possono attuare o intraprendere per ottenere qualcosa a mezzo della disobbedienza civile. Tali pratiche sono ben note e sono state attuate molte volte nel corso della storia dell’ultimo secolo, nei contesti più diversi, alcune difficilmente ripetibili (per esempio «il pepe lanciato in aria dalla donne russe nel 1905, studiando il vento per far imbizzarrire i cavalli dell’esercito che caricava gli operai in sciopero», pag. 63), altre sempre replicabili e spesso efficaci. Sulla scorta di Capitini, l’elenco comprende marce e sit-in, scioperi di vario genere, boicottaggi e sabotaggi, jail-in (restare volutamente in prigione), stand-in (restare volutamente in piedi), atti simbolici significativi, picchetti e veglie, affratellamento («andare a parlare con poliziotti o oppositori in modo amichevole per persuaderli della giustezza della propria causa»), pedinamento ossessivo, intromissione o ostruzione nonviolenta che «consiste nel frapporre il proprio corpo tra una persona e l’obiettivo del suo lavoro» (per tutto questo, cfr. pagg. 66-74).

I metodi, ovviamente, possono variare e se ne possono inventare di nuovi, a seconda del contesto e delle circostanze; l’importante è che siano efficaci e che non si risolvano, come si diceva prima, in manifestazioni dal sapore narcisistico e che non approdano a nulla. A questo proposito, oltre ai metodi, è rilevante l’atteggiamento, che, a conclusione possiamo riassumere in due linee direttrici estremamente correlate: in primo luogo l’eliminazione della speranza, poiché – secondo una lezione di Anders – a causa di essa non agirà più nessuno; e poi, proprio perché privi di speranza in un futuro inesistente o comunque pilotato, dimostrare nei fatti la nostra “divina impazienza” (cfr. pag. 87).

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Note a margine

I. La violenza
Abbiamo notato come la violenza – o meglio la nonviolenza – sia un tema centrale nella riflessione di Fofi. A meno che non si voglia perpetrare violenza in maniera attiva e aggressiva, come sembra fare il contesto socio-politico-economico del potere, la violenza, nella prospettiva andersiana e brechtiana assume un aspetto affatto reazionario: quanto più il sistema è violento, tanto più la reazione deve essere violenta. Dunque rispetto alla violenza due casi: o perpetrare violenza in maniera sistematica contro il potere, finendo poi inevitabilmente col sostituirsi a esso (e non è forse il caso di quasi tutte le rivoluzioni?), in un ciclo eterno di progressive sostituzioni violente; oppure reagire alla violenza occasionalmente con la violenza, rischiando di sprofondare in posizioni reazionarie, nella prassi etica e politica. Ferma restando la valutazione momento per momento e lasciando da parte i casi in cui la mancanza di violenza scade in ignavia o vigliaccheria (ma secondo quali codici? Per esempio, il Cristo contempla la violenza in qualche caso? Il porgere l’altra guancia è vigliaccheria o ignavia? Il “non resistere al malvagio” è solo una mera rassegnazione?); ferma restando la battuta di Léon Bloy sui tizi che corrono dall’avvocato mentre gli stanno violentando la madre; fermo restando tutto questo, la violenza, dunque, meriterebbe una disamina sempre attenta e approfondita.

Fofi dice giustamente che non dobbiamo illuderci perché «il mondo continua a essere dominato dalla violenza, quella esplicita e barbarica, e quella di chi ha in mano le chiavi dell’economia mondiale e della tecnologia e della ricerca, di chi ha già in mano da tempo le armi più distruttive» (pag. 8). E poi più avanti aggiunge: «Il bene perde, Gandhi e Capitini hanno perduto, il mondo non è affatto meno violento e meno diviso di ieri» (pag. 52).

Non sono sicuro che esistano dati a sufficienza a livello globale per affermare che il mondo oggi sia più o egualmente violento che in passato. Probabilmente, stando almeno alle statistiche ufficiali sui reati registrati nell’Unione Europea (fonte Eurostat), si ha un calo generale dei crimini commessi (in Italia, per esempio, i picchi si sono avuti negli anni Sessanta e Settanta e poi nel 1991), a esclusione delle violenze domestiche che sono invece cresciute. Ovviamente questi dati non significano niente. In primo luogo perché i delitti registrati non corrispondono mai ai delitti effettivamente commessi: i dati possono significare che realmente c’è una riduzione di violenza, ma potrebbe anche non essere così; e in ogni caso l’aumento di violenza domestica con tutta probabilità è dovuto al fatto che essa viene denunciata molto più spesso che in passato. Ma ancora e soprattutto queste statistiche non ci dicono nulla per motivi molto più importanti e globali. L’Europa o l’Occidente non sono tutto il pianeta Terra. E comunque non è solo questione di numeri e statistiche. Anche se, mettiamo, in termini percentuali nel mondo la violenza relativa potrebbe essere diminuita, questo non significa necessariamente che in senso assoluto essa sia diminuita allo stesso modo, perché potrebbe benissimo coinvolgere un numero maggiore di esseri umani, dato il costante aumento della popolazione mondiale. Fermo restando tutto ciò, l’andazzo generale pare essere questo: una diminuzione di violenza in Occidente o nei paesi occidentalizzanti a cui corrisponde un aumento di violenza nel resto del mondo. Il surplus di violenza che gli viene a mancare, l’Occidente lo esporta nel resto del pianeta.

Ma ancora, non è questione di numeri: pure se fosse un solo gruppo o addirittura un essere umano a subire violenza, sarebbe comunque un’ingiustizia di fronte alla quale non restare indifferenti.

Ho sostenuto anche altre volte che a conti fatti mi pare che la violenza globale rimanga pressoché invariata per lunghi periodi storici. Non ho dati alla mano per dimostrarlo, ma posso riformulare questo pensiero in maniera più astratta: per lunghi periodi storici, in un sistema politico-economico dominante, l’intensità della violenza globale rimane costante. Per non inorridire di fronte a questa mia conclusione, ci torna utile la distinzione che è stata fatta tra violenza soggettiva e violenza sistemica: la prima è la violenza che si esprime in forme delittuose e individualizzate, come per esempio una lite che finisce a coltellate, un assassinio per furto o per motivi “passionali”, e così via; la violenza sistemica, invece, è prodotta da un assetto politico-economico in forma sistematica: povertà, emarginazione, disperazione, imprenditori e padri di famiglia che si suicidano per una crisi, o su scala globale guerre, profughi, perseguitati, deportati e altre atrocità costanti a cui la storia ci ha abituati. Probabilmente (ma posso solo affidarmi al mio intuito e alle mie pur modeste conoscenze storiche e teoriche), alla lunga il conto salatissimo della violenza sistemica, per un assetto economico-sociale, è costante e ben più oneroso rispetto a quello della violenza soggettiva.

Allora il discorso della nonviolenza assume un risvolto planetario, globale, oggi più ancora che in passato: per non aumentare l’ammontare di violenza soggettiva, per non appesantire il terribile carico della violenza sistemica, bisogna praticare la nonviolenza. L’obiettivo, a questo punto, è la fuoriuscita dal sistemo economico-sociale, a beneficio della riduzione globale di qualsiasi tipo di violenza.

 

II. Nichilismo
Non bisogna avere speranze, ossia non bisogna farsi illusioni. Come disse Monicelli – e viene difficile citarlo, perché la frase la ripetono tutti e poi non ci crede nessuno –: la speranza è una trappola. Ovviamente, privarsi di speranza da una parte significa essere impazienti, come si diceva, e non lasciarsi abbagliare dagli specchietti per le allodole della finta democrazia; dall’altra parte vuol dire fare i conti con la possibilità del fallimento, ma con l’indefessa determinazione a continuare a provare e nel caso continuare a fallire: «Forse, anzi certamente, si continuerà a perdere — ma vivere alla giornata dei capricci di un sistema dominato dall’avidità, dalla menzogna, dalla violenza, dall’indifferenza al futuro e alle conseguenze delle proprie azioni predatorie, non è vivere ma vegetare» (pagg. 85-86).

La speranza è il seme del nichilismo, soprattutto quando portata alle estreme conseguenze religiose, che consistono in ultima analisi in uno svilimento delle cose terrene e della vita a tutto beneficio dell’aldilà e dell’oltre(tomba). Non dico niente di nuovo: il nichilismo, per Nietzsche, nasce da questo. Sia chiaro, io parlo da barboso cultore di filosofemi, ma proprio a motivo di ciò non mi riesce di condividere la prospettiva teorica di Capitini, che Fofi mi pare condivida, per cui la non accettazione del mondo com’è porta inevitabilmente a una apertura religiosa. Così Capitini riportato da Fofi: «Quando incontro una persona o anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto. E se guardo meglio, trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com’è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà così fatta non merita di durare. È una realtà provvisoria, insufficiente, ed io mi apro a una sua trasformazione profonda, a una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della morte. Questa è la liberazione religiosa fondamentale» (pagg. 53-54).

Comprendo bene che una tale visione abbia improntato tanta nonviolenza cristiana e animato il cristianesimo sociale (che oggigiorno mi pare completamente estinto); ma questa mi pare una fallacia teoretica che potrebbe avere implicazioni etiche, perché consiste in una riapertura alla speranza, che cacciata dalla porta rientra dalla finestra. La prospettiva che mi piacerebbe adottare in vista dell’azione sociale, della disobbedienza civile e della nonviolenza è quella governata da “una testa tutta terrena”, per dirla con Nietzsche. “La realtà è fatta così” è una frase che bisogna ci scriviamo in fronte (io e quelli dalla mia generazione in giù): non dobbiamo fuggire dalla realtà precaria e provvisoria, non dobbiamo volgere le spalle al dolore, non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla morte, in attesa che una palingenesi ci liberi dal male. Come fini e mezzi debbono essere la stessa cosa, così teoria e prassi: la realtà è fatta così, la realtà è precaria e provvisoria, c’è il dolore, c’è la morte e la mia azione deve essere al servizio di un mutamento di questa realtà, ma nella realtà stessa, in una prospettiva tutta intramondana, senza cedere di un millimetro a istanze ultraterrene o religiose. Il dolore, la sofferenza, la violenza sono terreni e terrenamente vanno affrontati, alleviati, affievoliti, scongiurati, evitati. Proprio il fatto che non c’è un oltre(tomba), ossia che oltre a questa vita non c’è nulla, proprio il fatto che l’unica cosa da accettarsi è la morte, la nostra finitezza, dovrebbe dare consistenza e impulso al nostro agire affinché questa vita tutta terrena sia resa quanto più degnamente possibile di essere vissuta. Trasfigurato in termini religiosi, il detto di Léon Bloy sopra riportato suonerebbe: corro a pregare mentre mi violentano la madre.

Non-accettare la realtà può avere due sensi, perché v’è un’accettazione passiva della realtà e un’accettazione attiva. La mia prospettiva è quella di un’accettazione attiva, una comprensione della nostra finitezza, l’accettazione intellettuale del dolore, della sofferenza, della violenza e della morte, accompagnata dalla concretezza pratica di un agire consapevole, a beneficio di tutti o più realisticamente di quanti più possibile, in particolare degli svantaggiati, dei poveri, degli oppressi, o per dirla evangelicamente in un’unica parola: degli ultimi.

 

III. Giovani d’oggi
La parte più difficile, come sempre, è capire che fare. Fofi ha vissuto gli entusiasmi e le delusioni degli anni Sessanta e Settanta; poi le trasformazioni abominevoli del trentennio. Io (che sono nato nel 1983 e ho cominciato a capirci qualcosa un po’ meno di vent’anni dopo) e soprattutto quelli più giovani di me siamo arrivati praticamente a cose già fatte. Ma ha ancora ragione Fofi quando dice che «nessuno può dirsi innocente, tra gli adulti che hanno accettato quei vantaggi [dello star bene] e tra i giovani che li hanno subiti senza discutere» (pagg. 20-21). Il quadro è desolante. È vero, qualcosa c’è, qualcosa si muove nonostante tutto. Tuttavia il paradosso è che quando i collegamenti e le comunicazioni erano lenti e incerti, le reti delle proteste funzionavano di più; oggi che i collegamenti e le comunicazioni sono velocissimi e certi, è più difficile creare una rete che coinvolga l’Italia intera, o quantomeno una regione sola. Qualcosa c’è stato. Mi ricordo l’unica vera e grande manifestazione studentesca degli ultimi anni, nel 2008, la cosiddetta “Onda”, a cui a Catania pure partecipai sebbene in posizione sempre più defilata. Tanti bei cortei, tante belle speranze, nessun risultato concreto, per tantissimi motivi. Forse il progressivo isolamento degli studenti, il solito narcisismo di certe manifestazioni, l’incapacità di progettazione, il centrosocialismo galoppante (ben vengano, certo, i centri sociali; ma non tutto può diventare un centro sociale o essere gestito come tale), e non ultima l’avversione di stampa e televisione. Problemi vecchi, come i troppi studenti che preferivano non saltare una lezione anziché unirsi alla protesta. E poi cosa? Il no-tav e il no-muos in altri tempi avrebbero scosso tutta la nazione, come nota anche Fofi (cfr. pag. 23). Oggi sono privati di questa possibilità e vengono ridotti a manifestazioni se non episodiche quantomeno isolate.

Un buon segnale negli ultimi anni era stata quella che potremmo chiamare la “stagione dei teatri occupati”, dal nord al sud Italia. Ma anche questa sembra essersi per lo più esaurita: sgomberi quasi ovunque, accordi a limite del suicidio con amministrazioni… Resiste e gode di ottima salute il Teatro Coppola di Catania, che costituisce pure un modello e un esempio di autogestione pubblica, con assemblee settimanali aperte a tutti.

Per il resto, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. È stato detto tanto sui miei coetanei e giù di lì, sul disimpegno, sullo sconforto, sul disinteresse che serpeggia fino a mutarsi sempre più spesso in indifferenza. La domanda cruciale è perché oggi i ragazzi non protestano. Sarebbe difficile sostenere che negli anni Sessanta e Settanta le persone fossero spinte da un maggiore senso di giustizia o da un sentimento civico più forte. Quante di esse potevano consapevolmente essere spinte all’azione da cose del genere? Io credo ben poche, come sempre. Certo, magari chi in qualche modo guidava le proteste o se ne faceva portavoce aveva anche gli strumenti teorici per inquadrare i moti e le azioni di un gran numero di persone. Ma davvero la spinta può essere data solamente da un concetto o da un ideale, quando a muoversi sono dei gruppi o addirittura delle masse? E perché in certi periodi storici avviene e in altri no? Domande difficili, lo so bene. Non basterebbero libri per rispondere in maniera esauriente, figurarsi qualche rigo. Ma la mutazione di fatto c’è, è avvenuta: nei singoli, se mai c’è stata, l’ansia di giustizia e riscatto sociali si è tramutata nella sola ricerca di un posto di lavoro sicuro e ben stipendiato; le lotte, le proteste, le manifestazioni si diradano e perdono di efficacia e di pari passo aumenta l’emigrazione per lidi più sicuri; l’ideale o comunque l’ideologia non si esprime più praticamente nella politica, bensì in contesti extra partitici, come le associazioni o il volontariato in generale (è ben nota la progressiva sostituzione del militante con il volontario). Quest’ultima cosa è un’arma a doppio taglio: da un lato mostra come, sì, le esigenze dell’impegno sociale non sono venute meno; ma dall’altro è sintomo della rinuncia alla “lotta” istituzionale, quasi che impegno sociale e politica fossero due mondi paralleli.

La domanda risuona ancora: che fare? Occorre pazienza, almeno da questo punto di vista. Anzi, per non venire meno all’esortazione di Fofi, potremmo usare una formula ossimorica, perché occorre un’impaziente pazienza. Bisogna ricostruire quasi tutto daccapo, fare un lavoro capillare, nelle città come nei paesi, non stancarsi, ragionare coi singoli e all’occasione coi gruppi, non cedere alle tentazioni di isolamento e di isolazionismo, non arrendersi, qualunque cosa si faccia, che sia culturale, sociale o politica, sapendo che le strade sono molteplici (“non esiste la via”, ammoniva Nietzsche) ma che la meta è una.

Mi trovo talvolta a parlare con adolescenti che vanno a scuola. Per loro è un dramma già uno scioperetto o una protestina scolastica. In molti hanno un eccessivo timore delle autorità, siano dirigenti scolastici, professori o genitori. Li stanno educando bene. Il messaggio è: se scioperi corri il rischio di essere bocciato (che è una formula adeguata all’età e al contesto di ciò che li riguarderà in futuro: se scioperi corri il rischio di essere licenziato). E me li figuro se da grandi potranno mai scioperare al lavoro, protestare per i loro diritti, o addirittura finire in galera per un atto di disobbedienza civile. Mi ci arrabbio talvolta, ma per quanto mi sforzi sembra che parliamo lingue diverse. Poi capisco: mi arrabbio con loro, ma io, io avrei il coraggio di finire in galera per qualcosa che reputo giusto? Per me ne varrebbe davvero la pena? Non dovrei parlare troppo, dovrei essere da esempio. Allora, sconsolatamente, sapendo che ho parlato troppo pure adesso, non mi resta che tacere e rimboccarmi le maniche.