Il colore della luna

Laterza, 2007. Collana «I Robinson / Letture», pp. XV-192
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In greco “teorizzare” vuol dire osservare, saper vedere a fondo, non fermandosi alle apparenze. Le metafore visive che nella lingua greca intridono e caratterizzano sin dall’inizio l’atteggiamento filosofico non sono per nulla casuali o puramente retoriche. Indicano, invece, una qualità peculiare del nostro encefalo, il quale è «essenzialmente un cervello visivo, con decine di aree che contengono neuroni che rispondono solo o anche a stimoli visivi» (pag. 45).

Ma che cosa è il vedere, come accade? Paola Bressan, una specialista degli studi sulla percezione, afferma con nettezza la vera e propria assurdità e la grave carenza scientifica di ogni realismo ingenuo, quello per il quale «il mondo appare così perché è così» (IX); in effetti, come si passi dall’esistenza della sedia davanti a noi alla sua esperienza significativa per noi è qualcosa di cui «nessuno ha la minima idea» e che comporta una serie assai complicata di condizioni, strutture, transizioni (XI). Tanto per cominciare, la specie umana è quasi del tutto cieca e ciò va inteso alla lettera in quanto i nostri apparati visivi sono in grado di recepire una parte davvero minima dello spettro elettromagnetico, quella compresa tra i 380 e i 700 nanometri; “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano i tuoi neuroni e la tua filosofia riduzionista” potrebbe dire un Amleto diventato scienziato. Il sistema visivo della nostra specie si compone di tre strutture: l’occhio, le vie visive, le aree visive del cervello. Il primo cattura la luce o, più esattamente, parte dell’energia elettromagnetica che la retina converte in segnali nervosi; le vie trasportano questi segnali al cervello il quale trasforma tali impulsi elettrici in immagini e costruzioni dotate per esso di significati, le rende semanticamente coerenti, creando -in questo senso- la realtà.

I colori, ad esempio, non hanno esistenza alcuna nel mondo cosiddetto oggettivo, la materia e dunque gli oggetti -tutti- possiedono solo la capacità di riflettere con varia intensità l’energia elettromagnetica incidente che li colpisce. I colori sono creati dall’apparato percettivo delle differenti specie -che dunque vedono il mondo in modo molto diverso- in relazione sia alla percentuale di luce riflessa dall’oggetto (riflettanza) sia alla intensità della luce che li colpisce (illuminazione). Il risultato si chiama luminanza e tale caratteristica non è della materia ma dei cervelli.

Si tratta, come si vede, di conferme tanto ovvie quanto importanti di quella gnoseologia costruzionistica sostenuta -per fare solo alcuni nomi recenti- da Husserl, Varela, von Foerster, Piaget, von Glasersfeld, Manzotti-Tagliasco e che rappresenta uno dei più significativi campi di convergenza tra le ricerche scientifiche e l’ontologia1. Sebbene affermi esplicitamente di non voler trarre inferenze filosofiche dalle sue indagini di psicologia della percezione, l’Autrice ribadisce più volte che il vedere oggetti posti fuori di noi sia «presumibilmente un’illusione: in un senso ben concreto, essi si trovano nel nostro cervello», anzi sono «costruzioni del nostro cervello» (47 e 119). Una prova sta nel fatto che a vedere il mondo ci si abitua, si impara sin da piccoli e, contrariamente a quanto le nostre convinzioni di vedenti ci facciano supporre, il riacquistare la vista è per un cieco un’esperienza drammatica, che spesso causa depressione: «per un adulto che abbia chiuso gli occhi nella prima infanzia e li riapra quarant’anni più tardi grazie a un’operazione chirurgica, la realtà non è altro che un’accozzaglia confusa, indecifrabile e a volte terrorizzante di movimenti e macchie colorate» (130, ma tutto il sesto capitolo -«Come vediamo la profondità»- è tra i più interessanti del libro).

Altri argomenti filosofici affrontati -seppur incidentalmente- dal testo sono il linguaggio e la causalità. Sulla prima questione l’Autrice risulta un po’ sbrigativa nel sostenere una troppo stretta e anche contraddittoria (rispetto all’impianto complessivo) relazione tra le parole e le cose. Ad esempio: «i nomi dei colori non sono arbitrari, e poggiano su fondamenti biologici, non culturali» (59). Sul secondo tema, invece, Bressan sostiene una tesi che non posso che condividere. Il principio di causalità si fonderebbe per intero sul movimento e quindi sul tempo: «quando tagliamo il pane con il coltello, percepiamo un rapporto di causa ed effetto tra il movimento del coltello e il formarsi delle fette. Voi penserete che questo non sia particolarmente sorprendente, ma lo psicologo belga Michotte scoprì che il fattore più importante nel determinare questa impressione non è ciò che sappiamo e tanto meno ciò che accade realmente, ma quanto tempo intercorre fra il primo evento e il secondo» (185).

In generale, e questo però rappresenta anche uno dei limiti del libro, l’indagine è costruita su una fiducia nelle spiegazioni evoluzionistiche che rischia a volte di apparire una vera e propria fede. La necessità di riprodursi, di sfuggire alle prede e di ottenere nutrimento viene presentata come una chiave universale che spiega tutto, senza incertezze. Se «vediamo gli oggetti come stabili, unitari, completi, separati dallo sfondo, tridimensionali, posti a una certa distanza, costanti in chiarezza, colore, grandezza e forma, permanenti nel tempo [è] solo perché questo ha aiutato i nostri antenati a riprodursi» (XIV) e «l’impressionante perfezione» delle strategie percettive delle diverse specie è «il prodotto di milioni di anni di mutazioni casuali e selezione naturale» (114). Può darsi che sia proprio così ma presentata in questo modo (da Bressan e da tanti altri…) è una spiegazione che somiglia pericolosamente alla provvidenza e -in generale- a una teodicea, per quanto priva -certo- di qualunque teleologismo.

Vicina all’impianto evoluzionistico è anche la spiegazione dei rapporti tra l’innato e l’appreso. Come sostenuto anche da Konrad Lorenz, ciò che ci appare ontogeneticamente innato sarebbe filogeneticamente appreso, frutto -appunto- del tempo lunghissimo dell’evoluzione delle specie2.

Il colore della luna è un libro molto utile e da consigliare. Ricco di immagini non soltanto esornative e invece preziose nella esemplificazione e nell’approfondimento di quanto discusso, è un testo divulgativo, chiarissimo ma sempre rigoroso. Un libro che conferma l’ipotesi aristotelica per la quale «la mente è, in qualche modo, tutte le cose» (De anima, III, 431b). E lo è perché le produce, rivestendo di significati l’insieme caotico, plurimo, frenetico e complicatissimo delle percezioni, comprese quelle visuali. Un dispositivo semantico, insomma3.

  • Ho davvero apprezzato la tua recensione; oltretutto è scritta benissimo.

    Lasciami rettificare un punto. Dici che sull'argomento del linguaggio "l’Autrice risulta un po’ sbrigativa nel sostenere una troppo stretta e anche contraddittoria (rispetto all’impianto complessivo) relazione tra le parole e le cose. Ad esempio: «i nomi dei colori non sono arbitrari, e poggiano su fondamenti biologici, non culturali»". Come tu stesso noti, dal resto della sezione si evince che la mia posizione è esattamente l'opposto: sostengo che la relazione tra parole e cose sia molto più tenue di quel che crede la gente ("Il linguaggio non plasma la nostra realtà, ma soltanto il modo in cui la suddividiamo in categorie e la etichettiamo", p. 58). La frase che riporti è uscita male dal forno. Non intendo dire che i nomi dei colori sono indipendenti dalla cultura, ma che non è la cultura a determinare l'ordine in cui i colori ricevono un nome. Nella prossima edizione la frase maledetta la cambio, giuro.

    Quanto alla mia fiducia-quasifede nella spiegazione evoluzionistica di come percepiamo il mondo: il tuo stupore mi stupisce e mi incuriosisce. Mi siedo comoda, tu offrimi un'alternativa (scientifica) e ti starò ad ascoltare con interesse.

    Con molta stima,

    Paola Bressan

    P.S. Complimenti a tutti quelli che collaborano a questo bel sito. Ah, se volete leggere qualche approfondimento sui temi de "Il colore della luna" o anche solo guardare le figure, qui c'è il blog del libro.

  • Onorati della presenza dell'Autrice!

    Quanto alla mia fiducia-quasifede nella spiegazione evoluzionistica di come percepiamo il mondo: il tuo stupore mi stupisce e mi incuriosisce. Mi siedo comoda, tu offrimi un’alternativa (scientifica) e ti starò ad ascoltare con interesse.

    Dubito che da un filosofo riusciremo mai a cavare un'alternativa scientifica all'evoluzionismo. ;-)

  • Grazie, Paola, per questo tuo intervento, per l'apprezzamento della recensione e soprattutto per i complimenti che rivolgi al sito che gli studenti di filosofia di Catania gestiscono con tanta passione e rigore.

    Prendo atto con piacere di quanto affermi a proposito della questione del linguaggio. Se la frase che ho citato «è uscita male dal forno», ammetto da parte mia che avrei potuto guardare un po' meglio il forno stesso e così capire con che farina era fatto anche quel pane…

    Sull'evoluzionismo, e con la necessaria sintesi che la Rete sempre richiede:

    – non sono un esperto di questo ambito, nel senso che non me ne sono mai occupato in modo articolato, e quindi le mie riserve riguardano non i contenuti specifici -sui quali non ho competenze- ma le pretese di una teoria di rappresentare una risposta certissima e definitiva a un problema; credo che teorie siffatte non esistano, anche quando -come nel caso dell'evoluzionismo- siano supportate da testimonianze di varia natura;

    – da quello che so rimangono, infatti, numerosi vuoti esplicativi che vengono colmati con ipotesi ad hoc e con aggiustamenti continui per adattare tra di loro scoperte e spiegazioni;

    – anche per questo mi sembra che il pericolo a cui l'evoluzionismo può andar incontro sia quello stesso della psicoanalisi e cioè, in termini popperiani, che la teoria possa dimostrare troppo, essere sempre valida anche di fronte a fatti divergenti tra di loro;

    – tanto più che di teorie evoluzionistiche non ce n'è certo una sola, come dimostra la Sintesi moderna con le sue diverse declinazioni e proposte;

    – tra i miei punti di riferimento filosofici e scientifici ci sono Edward Wilson e soprattutto Konrad Lorenz, due evoluzionisti doc; quindi figurati se posso negare la teoria in quanto tale. No, la mia riserva riguarda quanto ho scritto nella nota al tuo libro e che ribadisco: il timore che “evoluzione” diventi una parola analoga a “volontà di Dio” e cioè una formula capace di spiegare tutto, di farlo sempre, per ogni cosa che è accaduta e che accade, fin nei particolari più minuti, in modo normativo e teleologico; un dogma indiscutibile, sempre vero e produttore di realtà (in altri termini, il dio; ci sono tante maniere di essere devoti);

    – la mia riserva è dunque generale, epistemologica e solo per conseguenza rivolta alle pretese onnicomprensive anche dell'evoluzionismo (ne ho scritto di recente qualcosa a proposito di un libro di Giuseppe O. Longo, uno dei più importanti ingegneri e matematici italiani);

    – per chiudere, faccio riferimento a un collega della nostra Facoltà che, contrariamente a me, è un esperto dell'argomento, al quale ha dedicato anche dei corsi: Giuseppe Raciti sostiene spesso che il darwinismo è essenziale come “scudo contro le pretese creazionistiche” e che per il resto rimane una ipotesi scientifica, e quindi aperta a critiche e smentite.

    Queste sono le intenzioni e i limiti dell'accenno critico contenuto nella recensione.

    Complimenti per il vivace blog che hai dedicato al tuo libro e ai suoi contenuti, davvero uno splendido esempio di quale uso culturale si possa fare della Rete.

  • Non posso esimermi dallo spargere alcune riflessioni.

    – Sull'evoluzionismo come teoria "totalizzante": non tutti gli scienziati lo avallano; anzi, soltanto una piccolissima parte di essi lo assume come teoria esplicativa per ogni evento della vita e del mondo. (La persona più simile a tale atteggiamento che abbia incontrato nei miei ancor brevi studi è Daniel Dennett, il quale però non è uno scienziato.)

    – La Sintesi moderna nasce proprio per "sintetizzare" vari ambiti di studio che ruotavano attorno all'evoluzionismo, tra cui la nascente genetica e la sempre più importante paleontologia. Parlare dunque di "teorie evoluzionistiche" è un errore prospettico, visto che le controversie attualmente riguardano più i dettagli che il nocciolo della teoria, rigettato soltanto dai creazionisti, da mitomani e da poca altra gente che di prove empiriche (o presunte tali) riesce a mostrarne ben poche.

    – Condivido a malapena il timore che l'evoluzionismo, o la neuroscienza, possano diventare paradigmi esplicativi per la realtà tutta. Infatti mi sembra più un atteggiamento vulgato (dai mass media e talvolta dagli stessi scienziati nei loro scritti più divulgativi) che un approccio voluto. (Se poi c'è gente che versa fior di quattrini agli psicanalisti la colpa è dell'avidità che ha reso il pensiero di alcuni meno libero che vincolato al danaro. In questo senso forse sono più "vincolate" le neuroscienze che l'evoluzionismo…)

    Spero che non andremo troppo off topic con i commenti, come è successo in altre recensioni. Purtroppo, è vero, internet richiede sintesi, pena la noia — ma la sintesi può generare penosi fraintendimenti.

    P.S. Ai miei studi evoluzionistici, come qualcuno saprà, ho dedicato la mia tesi di laurea, confluita parzialmente nel mio blog. :-)

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