Jean Améry. Il risentimento come morale

Castelvecchi, Roma 2016
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Posto che un filosofo è colui che vive filosoficamente – e la vita filosofica è tutto il concetto –, Jean Améry appartiene ai pochi eletti che possono ben dire di avere vissuto concettualmente. Il vissuto concettuale – ciò che Kierkegaard intendeva con il rendere difficile ciò che appare più facile – è esistere, in segno pregno, denso, filosofico appunto. Pochi eletti, dicevamo. Molto spesso loro malgrado, come il caso dello stesso Améry, la cui vita filosofica, il cui essere intellettuale è dovuto in gran parte alle tragiche esperienze delle persecuzioni naziste e del campo di sterminio, con tutto ciò che ne è conseguito, culminato in un tentativo di suicidio prima e nella riuscita del medesimo infine.

Probabilmente Améry non ha un’intelligenza fine e dialettica come quella di un Heidegger; e neppure il vasto orizzonte logico che nelle lontananze imperscrutabili risolve in mistica, come quello di Wittgenstein. Sicuramente è meno dotato, da un punto di vista strettamente dottrinario, di molti altri pensatori a lui coevi. Eppure la sua opera brilla per onestà e sincerità, per la scrittura genuina che non nasconde niente, mettendo a nudo tutto ciò che Améry ha dovuto affrontare e sopportare nel corso di un decennio funesto, che ha segnato la sua intera esistenza.

Il libro di Guia Risari mette in luce con esattezza proprio questo aspetto, e lo fa a partire da una struttura sostenuta da tre componenti saggiamente bilanciate: i temi che vengono trattati da Amèry (il risentimento, la prigionia ad Auschwitz, l’invecchiamento, il suicidio…) vengono dapprima inquadrati in una cornice storiografica, mettendo in luce cosa hanno scritto in proposito letterati o pensatori del passato o della stretta contemporaneità rispetto ad Améry; poi viene analizzato ciò che quest’ultimo ne ha scritto, per essere infine illuminato dagli episodi biografici che hanno portato a tali riflessioni. Ne viene fuori un libro che è non solo un saggio sul risentimento, come un po’ riduttivamente suggerisce il titolo, ma un ritratto a tutto tondo di Améry, con molti elementi biografici e con equilibrate incursioni storiografiche che ricostruiscono le vicissitudini e le alterne fortune filosofiche dei concetti portanti del suo pensiero.

Proprio in questo modo di procedere il testo si mostra fedele quantomeno alle intenzioni di Améry, perché come costui intendeva scrivere “saggi autobiografici”, così Risari sente giustamente di non poter prescindere dal vissuto stesso dell’autore, che diviene scrittore – quantomeno uno scrittore noto e a tutti gli effetti, se si escludono dei tentativi letterari giovanili seguiti da un’intensa attività giornalistica – a cinquantadue anni suonati (nel 1964), sull’onda del “risentimento” per i fatti di Auschwitz e di un per lui insopportabile e progressivo oblio collettivo, a cui si accompagna una sorta di “perdono” del popolo coinvolto nello sterminio.

Fedele alla propria vocazione intellettuale, egli è purtuttavia consapevole che è proprio essa a causargli quel risentimento tanto aborrito e valutato negativamente da moltissimi filosofi, principalmente da Nietzsche. Perché per Améry – come spiega Risari – l’intellettuale

«non è identificabile con un esponente delle professioni dell’ingegno: avvocato, ingegnere, filologo. Un conto è essere intelligenti e competenti, un altro è essere intellettuali. “Un intellettuale, come io vorrei che fosse qui inteso, è un essere umano che vive all’interno di un sistema di riferimento che è spirituale nel senso più vasto. L’ambito delle sue associazioni è essenzialmente umanistico e filosofico. Ha una coscienza estetica ben sviluppata. Per tendenza e abitudine è portato al ragionamento astratto. Ad ogni occasione gli si propongono catene associative dalla sfera della storia del pensiero”. È questo tipo di uomo, più propenso ad astrarsi dalla realtà grazie ai suoi riferimenti ideali, che esce completamente sconfitto da Auschwitz» (pagg. 64-65).

Il risentimento coltivato da Améry è la volontà di non cedere all’oblio, al facile perdono dei carnefici, è un tentativo sicuramente reazionario, ma che quantomeno di fronte a quanto è accaduto non si raggomitola in un silenzio ingiustificato, ma tenta un qualche tipo di reazione, come pure fece egli stesso inutilmente reagendo a un pugno di un kapò.

Certo, di fronte a quanto accaduto nei campi di sterminio le reazioni possono essere diverse, come lo sono state quelle del chimico Primo Levi, dello psicanalista Bettelheim e dell’intellettuale “puro” Améry. Ma come nota con una punta di amarezza Risari, l’epilogo è comune:

«Lo psicologo, il chimico-scrittore, l’umanista forniscono, sulla base di un’esperienza accomunante, risposte tra loro diversissime. Bettelheim si mostra fiducioso nelle possibilità di uno sguardo analitico; Levi si affida a una vita di professionista e scrittore; Améry si esercita nelle negazione. Alla fine, però, i tre si ritrovano nella scelta esistenziale di togliersi la vita. Amèry si uccide a Salisburgo nel 1978, appena due settimane dopo il suo compleanno; Levi nel 1987, alla vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica; Bettelheim nel 1990, all’età di 86 anni» (pag. 67).

Il corpo e la vita segnati da un’esperienza atroce come il campo di sterminio hanno costretto – potremmo dire – alla scrittura, sebbene in qualche modo tarda e reazionaria, il risentimento di Améry. Le sue opere sono un grido di ribellione, di non accettazione nei confronti di Auschwitz, della vecchiaia, della morte per costrizione, a favore della libertà, che è anche libera morte, ossia il nome spogliato dalla morale che dovrebbe assumere il suicidio. Le pagine di Améry trasudano di vita che arde e consuma, anche quando sta per spegnermi, contro il tempo o – probabilmente in maniera velleitaria – per atto volontario di morte libera. È alla luce di questa candela che si consuma, di questa vita martoria che fugge, che gli scritti di Améry acquistano autenticità e sembrano riuscire nel rendere difficile il compito più facile, ossia esistere, o ancora di più imprimere sulla carta ed esprimere in concetti un’esistenza vissuta filosoficamente.

Tra le ultime opere di Améry v’è un romanzo su Charles Bovary, il marito di Emma che chiede giustizia a Flaubert per averlo descritto come un imbelle stupidotto di campagna. È una figura che per Amèry assurge a simbolo dell’antieroe, del sottomesso che i nazisti vorranno poi sterminare, di chi è sempre ai margini della storia. Nella fissità romanzesca di Charles Bovary si intravvede l’eterno sconfitto, come lo scampato ad Auschwitz, il vecchio, il suicida:

«Il sopravvissuto allo sterminio nazista non è un uomo che semplicemente vive, ma, invertendo i termini in gioco, uno che non è morto, che è ancora in vita. Allo stesso modo, il vecchio o colui che, portando addosso i segni di un sempre più marcato decadimento, si avvia subire un processo demolitore, è uno che manca di gioventù, di freschezza, di tempo. Il suo è comunque un difettare, un segno meno posto davanti alla forza del presente; il vecchio non è più, era. Il suicida, infine, incarna la contraddizione per antonomasia, il peccato, il no assoluto. A chi sostiene che bisogna vivere per essere uomini, egli sembra suggerire, al contrario, che il solo modo per essere uomini è morire» (pag. 125).

Cos’è mai questa vita, se per essere uomini bisogna cessare di esserlo? Il compito più facile diventa il più difficile: esistere, — morendo. Come in fondo accade ogni giorno.