La conoscenza del peggio

Adelphi, 2007
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Meglio e peggio non possono essere appaiati solamente da un punto di vista gnoseologico, come fa Platone nel Fedone, ma sono due concetti che possono schiudere il pessimismo assoluto in affermazione quali questa di Hegel riportata da Sgalambro: «il meglio non è nient’altro che la realtà così com’è. Questo fu il pessimismo di Hegel» (M. Sgalambro, La conoscenza del peggio, Adelphi, Milano 2007, pag. 20).

E questa affermazione di Hegel non sembra fare altro che ricalcare la VI definizione della seconda parte dell’Ethica spinoziana che identifica perfezione e realtà. Del resto, Spinoza è un costante termine di paragone per Sgalambro, specialmente per quanto concerne la citata Ethica. Difatti, sentenziato che, come una volta lo fu di Dio, adesso la filosofia è sapienza del mondo, ma del mondo filtrato attraverso l’arte stessa del filosofare, allora di fronte al fatto bruto che è il caos ordinato del mondo, l’opera filosofica ci regala speranza; e su tutte proprio l’Ethica, che è «quanto di più filosofico si possa dare» (pag. 56), poiché oltre la filosofia non c’è altro che una vita per così dire piena di stupidità e d’ebbrezza (cfr., pag. 57).
In ogni caso, il libro vuole essere dichiaratamente una sorta di flatus voci, un mero enunciare parole che una volta emesse volano irrevocabilmente, nonostante come Hegel l’autore voglia dire (e non cercare o trovare) la verità; vuole dirla, «come il verdurario al mattino dice la verità offrendo le sue verdure» (pag. 12) e questo anche a scapito dell’argomentazione, anche per la mera e semplice considerazione di questo, ossia «che non ci sia niente di peggiore del mondo, non si deve dimostrare» (pag. 11).

Ma il mondo stesso, anzi l’intero universo, cos’è? E perché l’unica filosofia che riesca ad andare al di là dell’Interesse, a cui pure sembrava già da tempo aver rinunciato con Spinoza e Kant che tuttavia violarono queste premesse di “purezza”, dunque, perché questa unica filosofia è la filosofia pessimistica?

Beh, innanzi tutto c’è da dire che la filosofia pessimistica deve darsi un metodo che consiste nella sospensione teleologica della propria vita (concetto che ricalca la sospensione teleologica della fede, propria del cavaliere della fede kierkegaardiano;si guardi Timore e tremore); la sospensione teleologica della vita mette tra parentesi la propria esistenza con il proprio carico di dolore, perché il filosofo pessimista non è colui che soffre, ma colui che ha alle spalle la sofferenza pur rimpiangendola. Il filosofo pessimista, da quando la sofferenza lo ha lasciato, «di colpo, avverte un vuoto, e non ha più difese contro se stesso» (pag. 19). Per lui ciò che conta è l’universo, non l’uomo. Di fronte alla morte dell’uomo, per costui è un nulla la morte di coloro che muoiono di fame; come dire, non la morte particolare conta, ma la morte in sé. In fin dei conti egli è il solo che si senta a casa propria nel cosmo perché sente se stesso penetrato dalla stessa cieca e stupida forza che penetra anche se stesso: la forza unificatrice dell’Intelletto.

L’Intelletto viene trattato nella Nota finale, a mio modesto avviso la parte più limpida, stilisticamente e concettualmente più distesa ed efficace di un lavoro pur eccellente quasi in ogni rigo. L’Intelletto, dunque, è ciò che vuole ricondurre all’Uno. Esso si trova in ogni cosa, dall’uomo, ai batteri, alle rocce. Ma l’intelletto «esplica la sua attività senza intelligenza» (pag. 159). Se c’è, dunque, qualche finalismo verrebbe da dire che è paragonabile a quello del bello kantiano: una finalità senza scopo. Pure potremmo utilizzare delle categorie spinoziane per rendere comprensibile la nozione di Intelletto così intesa da Sgalambro: così come esiste una Natura Naturante ed una Natura Naturata, allo stesso modo, da un lato v’è l’Intelletto che penetra ogni cosa dell’universo (ove per cosa si intenda qualunque cosa, perciò anche l’uomo) e ciecamente la ordina e ne delinea i caratteri comuni, mente sotto un altro aspetto v’è l’intelletto proprio di ciascuna cosa che la determina ad essere (ne determina quella che altrimenti si potrebbe definire essenza).

L’Intelletto dunque «fa di ogni molteplice un ‘uno’, come si fa di ogni erba un fascio. Una ‘unità’ che si potrebbe chiamare meccanica tiene unito, nel bene e nel male, questo inferno» (pag. 163). Ed è proprio in questo meccanismo unificatore che è racchiuso il nocciolo perfino di ogni violenza, di ogni Delitto di cui il pessimista è appassionato (cfr. pag. 110), perché in ciò vi è l’azione dell’Intelletto che attira a sé la molteplicità per ridurla ad Uno; come una sorta di istinto di morte che più che al mero inorganico tenda al meccanico.

Difatti, la magnifica conclusione (tanto bella che mi pare doveroso riportarla) accenna proprio a questo: «Siamo costretti a pensare, sbalzati continuamente da un pensiero a un altro, in un perpetuo affanno. E sentiamo con pena l’impossibilità di fermarlo, quasi di porvi sosta. Anzi, la sosta diventa ancora pensiero, ancora il sentire dentro di sé questo rovello che non si acquieta e la pena che ci infligge e il desiderio finalmente di pace e la segreta aspirazione a non pensare…» (pag. 171).
Queste frasi, dicevo, accennano al meccanico. In che maniera? Ebbene, in questo squarcio così denso, quasi commovente, di ricerca di pace, fa la sua comparsa la questione della tecnica. Il pessimismo giunge al culmine quando pensa la cessazione dell’esistenza non dell’individuo, ma della stessa specie umana. In questo scenario apocalittico, non è la vita a scomparire; anzi la vita continuerà a brulicare poiché le piante e gli animali vivranno ancora e «sopporteranno lo stridore dei giorni, la beffa di nascere e morire» (pagg. 101-102). Ma l’uomo rinunzierà alla vita selvaggia e si farà macchina; sarà quello che ha sempre desiderato essere, tornerà al meccanismo dell’Intelletto, poiché egli «inventa la macchina per sfuggire alla vita» (pag. 101) e così compiendosi il suo destino non gli interessa più «che tutto ricominci, ma che finisca doucement. La pace della ‘macchina’, la pax tecnica, è questa quiete immensa» (pag. 101).

Il mondo odierno è tuttavia contrassegnato dal dominio della musica leggera e del riso, o meglio del comico. Come coniugare la leggerezza ed il riso col pessimismo? Qui Sgalambro ci offre un buon esempio di filosofia della musica, come da tempo non se ne vede; perché egli ci propone una filosofia della musica contemporanea, ossia del rock. Ora, forse è questa l’unica parte discutibile del libro. Innanzi tutto perché la musica definita colta, se è vero che è ignorata dai più e forse dalla stessa filosofia, non per questo cessa la sua funzione o non esprime più quello che un tempo si chiamava Zeitgeist.
Inoltre, a mio modesto avviso, di criticabile v’è la concezione di industria come seconda natura della musica. Non mi pare vero che la musica che viene collegata al consumo si dovrebbe definire «musica che risponde ai morsi del bisogno» (pag. 47). Parimenti non sono neanche d’accordo sulla nozione, per quanto riguarda al musica leggera, di “bisogno indotto” dall’industria, nozione che Sgalambro stesso critica. Se da un lato è vero che l’industria è necessaria ed a questo riguardo se la consideriamo come un bisogno indotto «non si salverebbe nemmeno la Nona sinfonia, ma soltanto il cinguettio dei passeri» (pag. 48), d’altro canto rischiamo di confondere le idee. Se, come abbiamo detto, oltre la filosofia non c’è che una vita piena di stupidità, allora la stessa filosofia della musica non può scendere nel campo della stupidità musicale, pena non essere più filosofia. E gran parte della stupidità musicale è causata da un certo tipo di industria che approfitta della stupidità della moltitudine. Ma questo, lo sappiamo, non è ambito da filosofia. (Ricordo, come se ce ne fosse bisogno, che Sgalambro è addentro l’industria musicale e perciò parla sicuramente a ragion veduta).

Certo, forse è un’esagerazione retorica dire che la domanda: “perché si canta?” è altrettanto fondamentale della famosa: “perché l’essere e non il nulla?” e che come questa rimane senza risposta (cfr. pagg- 48-49), ma rimane il fatto che la musica leggera è un rimedio contro l’andazzo del mondo: «le cose vanno tanto male che abbiamo bisogno della musica leggera» (pag. 47). Ma l’immagine più bella che ci regala la canzone «è quella di Dio che mentre canticchia tra sé e sé crea questo mondo» (pag. 40).

La radice profonda dell’importanza della musica leggera sta nella coscienza del pessimum. La musica è diventata seria ed allo stesso tempo divertente. L’urlo di Jim Morrison che canta la fine del mondo (This is the end, beautiful friend…) (versi che Sgalambro cita a pag. 37) fa da contraltare al divertimento (anche inteso nel più schietto senso pascaliano) che è la musica leggera, poiché «nell’età del pessimismo, cioè nella nostra, il divertimento è la risposta di chi sa. […] La musica è la risposta della nostra epoca al pessimismo» (pag.. 37).

In conclusione, nel libro si mostra in opera una costruzione stilistica che vuole dichiaratamente essere trasposta nell’oralità, forse perché il pessimista non è altro che un fuoco fatuo. Tuttavia il testo stesso guadagna in bellezza e profondità quando le frasi si fanno più distese, sconfinando in periodi e allentando il ritmo dando respiro ad un pensiero che non smette mai di stupire ed illuminare. Finanche la benevolenza tra le persone è schiusa nella sua profondità, per esempio quando dello sguardo affettuoso si dice che «quell’altro non saprà mai che lo sguardo che si posò su di lui voleva togliergli la morte. […] In questo universo [pessimo] l’unico sorriso, l’unico sguardo di pena è per te» (pagg. 68-69).

Per non parlare della brillantezza aforistica di alcuni passi, due su tutti: «Chi non sa che è stata sempre la bruttezza del mondo a dare una mano alla bellezza dell’arte! La bellezza prova che un mondo diverso era possibile. Solo che adesso non lo è più» (pag. 31); «C’è una barriera che impedisce a ogni uomo di essere felice per sempre: naturalmente è Dio» (pag. 85).
Rimanere una necessità estrema, concreta e tuttavia l’unica a cui pare ci si possa aggrappare, ed è l’educazione la pessimismo, ossia «la necessità di educare ad abitare nel peggiore dei mondi. Dacché sai cos’è il mondo, ti diverrà più lieve vivervi. Ecco il miracolo del pessimismo» (pag. 120).

  • Bella recensione, caro Cateno. E bellissimo libro.
    Due suggestioni. La prima mi spinge a citare ampiamente il breve Teoria della canzone dello stesso Sgalambro (Passaggi Bompiani, 1997):

    La musica ultimamente rifiuta la teoria e la teoria la ricambia. La “filosofia della musica” – genere che amiamo – la perde per strada, dopo gli stravizi dodecafonici, e si sitrova a ragionare non di musica utopica ma di una musica che semplicemente non c’è. Mentre quella che c’è, la musica reale, viene disertata dalla riflessione. C’è una teoria del rock all’altezza della situazione? (…) La “filosofia della musica” auspica una riflessione sulla musica leggera nello stesso momento che le nega un’essenza, senza di cui però non si ha riflessione. Si vuole che si rifletta su di essa per dire poi che su di essa non si può riflettere (pp. 5-6)

    E ci sarebbe tanto, tanto altro da citare (anche questo è un testo aforistico). Ma mi limito a quanto detto.
    Penso che il pessimismo “musicale” sia legittimo ma la musica colta deve – d’accordo con te – mantenere il suo spazio logico all’interno della vita perlomeno filosofica.
    Seconda suggestione: in merito al pessimismo come divertimento, penso fugacemente alla risata nietzscheana difronte alla sapienza (ma soltanto in quanto vera sapienza essa stessa).

    Un saluto.

  • Conoscevo questo tuo brano citato. Il problema è proprio questo, cioè che io non considero la dodecafonia uno stravizio e ci penso seriamente. Così come, per esempio, penso seriamente ai Nirvana, a Capossela ed ai Tool. Perché limitarsi? Quando parliamo di unicità del sapere (a cui fermamente crediamo e per cui siamo disposti ad argomentare allo sfinimento) dobbiamo applicarmo anche alla musica. Certo, le musichette e le canzonette non ci interessano; cosìccome non mi interessano i romanzetti di attricette.
    Musicologiam urget nos!

  • Certamente. Vero è – inoltre – che spesso Nirvana, Tool, Capossela e altri (sono esempi) sono ascoltati in modo radicalmente diverso – quanto a “profondità” – da diverse persone.
    Possono assurgere a musica contemporanea di classe, nel senso di “aristocrazia delle forme”, e al tempo stesso essere di massa, brutalmente mercificati come prodotti di scarso valore.
    Come sentire Igor Stravinskj nelle pubblicità di prodotti banali (in quanto prodotti pubblicizzati sono già banali): non cambia la natura del brano.
    A presto.

  • This is the end beautiful è friend, è un errore di battitura, ovviamente non c’è quel “è”, giusto? Lo correggo?

    l’uomo rinunzierà alla vita selvaggia e si farà macchina; sarà quello che ha sempre desiderato essere, tornerà al meccanismo dell’Intelletto, poiché egli «inventa la macchina per sfuggire alla vita» (pag. 101) e così compiendosi il suo destino non gli interessa più «che tutto ricominci, ma che finisca doucement. La pace della ‘macchina’, la pax tecnica, è questa quiete immensa» (pag. 101)

    Secondo voi, con quest’espressione, “finire doucement“, Sgalambro si riferisce (o potrebbe riferirsi, o potremmo riferirlo) all’eutanasia?

    Cateno, bellissima recensione!

  • Sì, ovviamente quella “è” è di troppo; grazie della segnalazione.
    Per il resto, la dolce fine, o, varcata la soglia, la foscoliana fatal quiete presuppone sempre la riconduzione dell’uomo a cosa tra cose, negando il principio antropocentrico ed antropomorfico che ci contrddistingue.
    Sarebbe come immergerci in questo holderliniano aorgico, in cui regna l’Ordine non umano (quindi per noi un disordine) dell’Intelletto.
    L’eutanasia, beh, sarebbe una sorta di: “Se mi avete molestato in vita, almeno lasciatemi morire in pace!”.
    Del resto, anche Raciti in un suo aforisma, così chiosava: “Vivere ‘in pace’ — cioè beneficiare, in vita, dei privilegi del morto”.

  • Cateno scrive:

    Certo, le musichette e le canzonette non ci interessano; cosìccome non mi interessano i romanzetti di attricette.

    Tra le molteplici lezioni che ha dispensato Umberto Eco c’è senz’altro anche quella che tutto deve interessarci. Perché dovremmo liquidare qualcosa come indegno della nostra attenzione? E soprattutto: come facciamo a distinguere il valore? Sono i soliti vecchi discorsi: ma tu, Cateno, sai meglio di me che molta roba di Mozart erano le “musichette & canzonette” di allora. :-)

  • Credo che di questi tempi sia sacrosanto dovere del filosofo proprio di praticare la distinzione tra ciò che è degno e ciò che non è degno di attenzione. Anche perpetrando la sana denigrazione della schifezza (televisiva, musicale, letteraria, filosofica).
    Perché effettivamente io credo che stiamo vivendo un tipo di censura nuova ed efficace, ossia la censura appianativa, dequalificante, livellante. Tutto è sullo stesso piano (o, in certe versioni, tutto è alla portata di tutti): nelle librerie vedi saggi storici di tutto rispetto accanto a libri di comichetti qualunque; eccellenti romanzi accanto a libri di Bruno Vespa, solo per citare alcuni casi.
    Ma poi, basta guardare un telegiornale qualunque: ti parlano di tremendi assissinii, di morti in vario modo e subito dopo cambiano faccia e se ne escono col più ridicolo dei gossip o con notizie sui nuovi acquisti di qualche squadra di calcio!
    Allora, pare che il compito principale del filosofo sia proprio quello di far emergere ciò che è veramente importante.
    E cosa? Beh… potremmo iniziare con ciò che non lo è! I reality show, per esempio; o le canzoni di Tiziano Ferro… Fanno schifo, sotto il punto di vista tecnico, formale, espressivo, contenutistico, etico, metafisico, sociale, culturale… Forse anche biologico!
    In base a cosa? In base a ciò che vedo, sento, penso ed ho la pretesa (e la forza per argomenterlo) di renderlo applicapibile al di là di me stesso.
    Se rinunciamo a questo compito, come filosofi possiamo dire di avere perso il tram per i nostri giorni.

  • Anche da questo punto di vista toglierei il lavoro al filosofo (sic) per cederlo… al Tempo. Quale miglior giudice? Del resto solo con la giusta distanza ermeneutica potremo capire se Tiziano Ferro fa davvero “schifo” o è soltanto figlio del suo tempo (rieccolo, questo nostro adorato aggeggio filosofico!), come fu Rita Pavone qualche decennio addietro.
    Inoltre ci andrei piano col parlare del livellamento culturale, nel duplice senso di dequalifica (“tutto è sullo stesso piano”) e di mediocrità (“tutto oggi fa schifo”). Penso che queste riflessioncelle sono tanto spontanee ed inevitabili quanto stordenti e devianti (sono solo idola, insomma). Ma sul vecchio discorso del chiasmo Arte/Cultura-Pubblico/Critica ci dilungheremo altrove (chi ha la bontà di dirottarci sul forum? Insomma: chi comincia?).
    (P.S.: chi avrebbe mai scommesso sulla rivalutazione dei B-movie o della commedia sexy italiana? O forse è tutta colpa di Tarantino?)

  • Per Bacco, è un discorso troppo interessante (ed importante) perché io non mi assuma questo compito: ecco qui l’argomento sul forum. Parliamone.

  • Caro Cateno,
    posso pubblicare la tua recensione sul sito di Sgalambro?