La mente estesa

Mondadori Università, Collana «Forma Mentis», Milano 2012.
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Il volume di Michele Di Francesco e Giulia Piredda, recentemente pubblicato, si fa apprezzare per la sua capacità di dar conto in maniera esauriente dell’ampio dibattito svoltosi, soprattutto oltreoceano, intorno a una prospettiva della mente che conta un numero di sostenitori via via crescente. Si tratta di un’opera che viene in qualche modo a colmare un vuoto che si avvertiva in Italia riguardo a questo specifico orientamento nel campo degli studi sulla mente, anche se sarebbe stato auspicabile un maggiore sforzo di sistematizzazione del materiale raccolto da parte degli autori, invece che presentarlo in maniera poco conseguente e, per di più, con frequenti ripetizioni di concetti già espressi in precedenza.

Il modello della mente estesa, noto anche come esternismo – ci dicono Di Francesco e Piredda – si è sviluppato in aperta opposizione ai due principali programmi di ricerca sulla mente del Novecento: il cognitivismo, che considera la mente in termini di elaborazione dell’informazione, e le neuroscienze, che si propongono di ricondurre interamente i fenomeni mentali all’attività nervosa del cervello.1
Tratto comune della psicologia cognitiva classica e delle neuroscienze, pur nella diversità delle rispettive prospettive, è la convinzione di poter studiare la mente prendendo in esame soltanto ciò che avviene a livello cerebrale. I sostenitori del modello della mente estesa ritengono invece necessario ampliare l’indagine anche al di là dei confini delimitati dalla scatola cranica. Essi partono dal rilievo che nello svolgimento di molte operazioni, definibili come cognitive, gli uomini utilizzano supporti materiali – carta e penna, grafici, schemi a blocchi, mappe di vario tipo, calcolatrici e computer – senza i quali non solo dette operazioni avrebbero richiesto tempi assai più lunghi, ma spesso non avrebbero potuto neppure essere portate a termine. In questi casi, l’organismo umano si trova a essere connesso a un’entità esterna in maniera così stretta da dar vita a un unico sistema nel quale tutti i componenti svolgono un ruolo causale attivo. Se rimuovessimo i componenti esterni verrebbero meno le capacità comportamentali del sistema nel suo complesso, come se fosse stata rimossa parte del suo cervello.2 Per questo si può dire che la mente non è confinata ai soli processi cerebrali ma si estende fino a comprendere alcuni oggetti e fenomeni del mondo esterno.
L’estensione della mente nel mondo non si limita agli oggetti materiali, essa riguarda anche (e soprattutto) gli oggetti del mondo sociale e di quello della cultura, in primo luogo il linguaggio. Ricostruendo le argomentazioni dei sostenitori del modello della mente estesa, fin dal saggio di Andy Clark e David Chalmers The Extended Mind,3 che può essere considerato il manifesto di questa nuova concezione della mente, Di Francesco e Piredda mettono in evidenza il ruolo insostituibile svolto dal linguaggio nella costruzione di un ambiente favorevole a un accrescimento delle capacità cognitive, tanto da poter essere visto come una impalcatura cognitiva essenziale sia come veicolo per modellare il pensiero, sia come punto di partenza per dinamiche cognitive del tutto nuove e capaci di modificare le caratteristiche della nostra intelligenza.4
Il concetto essenziale qui introdotto è quello di co-evoluzione, cioè di influenza bidirezionale nello sviluppo di nuove capacità: dalla mente al mondo socio-culturale, da quest’ultimo alla mente. Detto in breve: «grazie al linguaggio, l’intelligenza umana modifica il mondo e il mondo così modificato cambia a sua volta l’intelligenza».5
Ciò non vale soltanto per il linguaggio, ma anche per la maggior parte delle protesi cognitive utilizzate dall’uomo per potenziare le proprie capacità mentali, in primo luogo per gli oggetti messi a disposizione dal progresso tecnologico. Gli oggetti del mondo esterno sono il risultato dell’attività mentale ma, una volta prodotti, essi possono fungere da supporto per la mente così da consentire a questa di raggiungere nuovi traguardi cognitivi.
Dopo aver esposto i diversi aspetti del modello della mente estesa e averli messi a confronto con le principali concezioni della mente rivali, Di Francesco e Piredda passano ad esaminare estesamente le criticità del modello stesso. In particolare, viene analizzata la questione del “marchio del cognitivo”, relativa alla determinazione dei criteri per distinguere i fenomeni mentali da quelli che non lo sono, e la questione riguardante lo status empirico da riconoscere al modello.
La prima riveste indubbiamente una importanza fondamentale, poiché nel momento in cui si ipotizza che la mente non è un fenomeno legato ai soli processi cerebrali, ma coinvolge anche oggetti e fenomeni del mondo esterno, diventa essenziale riuscire a tracciare una linea di demarcazione tra ciò che è in grado, semplicemente, di influenzare l’attività mentale, da ciò che, invece, ne fa parte, in senso costitutivo.6
La conclusione di Di Francesco e Piredda, alla luce delle argomentazioni dei sostenitori del modello della mente estesa e quelle dei suoi critici, è che, in seguito al venir meno del principio cartesiano che identificava il mentale con ciò che è accessibile alla coscienza,7 diventa alquanto problematico stabilire un criterio affidabile per distinguere la mente dal resto del mondo. In ogni caso, queste tematiche si rivelano molto più complesse e meno risolte di quanto le presentazioni tradizionali assumono.8
Rispetto alla questione dello status empirico del modello della mente estesa, anche qui gli autori, prendendo in esame i dati proposti dai sostenitori del modello, concludono che essi sono sottodeterminati, cioè non sono sufficienti a stabilire la validità del modello, essendo compatibili con altre concezioni della mente più tradizionaliste.9 Per cui, si può dire che le prove a favore del modello della mente estesa «appaiono al massimo indiziarie».10
In definitiva, le ragioni dei sostenitori del modello della mente estesa si presentano tutt’altro che solide. Come se non bastasse, detto modello viene a trovarsi in serie difficoltà di fronte ai problemi posti dal fenomeno dell’esperienza cosciente. A tal proposito, Di Francesco e Piredda, richiamandosi anche alle perplessità espresse da Clark e Chalmers circa la possibilità di estendere la coscienza al mondo esterno,11 dichiarano di prendere atto di come «non sembra esserci spazio per l’estensione della coscienza nell’ambito dell’esternismo».12 Anche se, successivamente, occupandosi specificamente della questione del “soggetto di esperienza”, affermano che è possibile «riconoscere che la millenaria co-evoluzione tra umanità e l’ambiente sociale e tecnologico ha prodotto non solo una straordinaria integrazione tra utilizzatori e strumenti, ma anche l’emergenza di un nuovo tipo di soggetto», vale a dire «un io che scarica i propri compiti cognitivi in un ambiente intelligente costruito a quello scopo e nello stesso tempo è plasmato da tale ambiente, che gli offre la possibilità, unica nel mondo naturale, di una radicale auto-progettazione di sé».13
Da questa ricostruzione, necessariamente sintetica e purtroppo frammentaria, delle argomentazioni sviluppate da Di Francesco e Piredda nel loro libro, vediamo che essi non si limitano a descrivere, in maniera distaccata e imparziale, gli aspetti maggiormente qualificanti del modello della mente estesa e delle critiche ad esso rivolte. Pur non prendendo mai una posizione decisa a favore di detto modello e, anzi, esprimendo delle riserve sulla sua capacità di descrivere adeguatamente i fatti della mente, essi ne esaltano in più di un’occasione le potenzialità ai fini di una migliore conoscenza della mente e le ricadute positive nei confronti di una nuova concezione del rapporto tra natura e cultura.
Ad esempio, essi osservano che una rivalutazione delle impalcature ambientali, culturali e tecnologiche «rappresenta un’ulteriore importante tappa verso il ripensamento dell’intelligenza e della natura umana»,14 ritenendo molto probabile che dagli sviluppi del modello di mente estesa possano derivare «fondamentali passi in avanti nella comprensione di aspetti cruciali della natura umana, dal funzionamento di coscienza e autocoscienza all’apprendimento, dallo studio alla presa di decisione alle basi dell’interazione sociale e della metacognizione»,15 arrivando ad affermare che il modello della mente estesa «ci mette di fronte a conseguenze sul piano etico-antropologico» che possono «condurre a una dissoluzione del concetto stesso di umanità e a forme di post-umanesimo molto estreme».16
Non è affatto chiaro come da una concezione della mente non sufficientemente sostenuta da dati empirici e per di più afflitta da diversi problemi irrisolti (vedi, per esempio, la questione del “marchio del cognitivo”) si possano dedurre conseguenze di così ampia portata in ambito conoscitivo ed etico.

Per quanto mi riguarda, incontro serie difficoltà a riconoscere al modello della mente estesa una qualche validità, e ciò non soltanto per le obiezioni ad esso rivolte da parte dei suoi critici, ma per rilievi ben più fondamentali che, trovandosi al di fuori dai percorsi all’interno dei quali tradizionalmente si assume debba svolgersi il dibattito sulla mente, rischiano di non essere considerati con sufficiente attenzione da parte degli “addetti ai lavori”.
Una prima obiezione che si può rivolgere agli argomenti utilizzati a sostegno del modello della mente estesa è piuttosto elementare. I fautori del modello insistono molto sul fatto che gli oggetti del mondo fisico, soprattutto quelli derivanti dal progresso tecnologico, rendono possibili operazioni cognitive altrimenti al di fuori della nostra portata. La loro stretta interazione con le capacità mentali di base, intracraniche, il loro attivarsi in perfetta sinergia con esse, si configurerebbe come un ampliamento dei confini tradizionalmente assegnati alla mente, al punto da annullare qualsiasi differenza funzionale tra processi interni al cervello e i processi esterni. Per questo motivo sarebbe lecito ritenere che tutte le parti in causa, cooperando tra loro come un unico sistema altamente integrato, rappresentino elementi costitutivi della mente aventi pari dignità.
La pretestuosità e il carattere forzoso di simili argomentazioni balzano agli occhi non appena si tenti di applicarle ad altre funzioni dell’organismo, quali la percezione o il sistema motorio.
Riguardo alla percezione, si può dire che, quando studiamo il funzionamento del sistema visivo, noi non avvertiamo la necessità di includere nell’indagine anche strumenti come i microscopi e i telescopi, i quali sono indubbiamente in grado di potenziare le nostre capacità visive. Meno ancora crediamo opportuno considerare detti strumenti come parti del nostro sistema visivo, pur sapendo che essi ci permettono di cogliere particolari dell’ambiente e del mondo altrimenti inaccessibili.
Analogamente, per spiegare le nostre capacità motorie, sia in termini di forza sviluppata che di precisione nell’esecuzione di un gran numero di operazioni, ci parrebbe del tutto fuori luogo chiamare in causa l’ambiente esterno, riferendoci agli attrezzi e agli strumenti da noi utilizzati come veri e propri prolungamenti delle nostre capacità manipolatorie. Diremmo che è assurdo ritenere che la forza muscolare è anche nella leva, perché questa consente di sollevare oggetti molto pesanti, oppure che l’abilità delle mani si trova anche nel cacciavite, nelle pinze o nel martello, dal momento che essi ci permettono operazioni che, a mani nude, non riusciremmo mai a compiere.
Inoltre, l’utilizzo di strumenti per accrescere le nostre dotazioni percettive o motorie richiede nella maggioranza dei casi un addestramento specifico, che comporta l’acquisizione di nuove abilità da parte dell’individuo. Abilità che possono essere trasferite ad altri ambiti e sono suscettibili di ulteriori sviluppi futuri. Esattamente come avviene per le doti cognitive e per gli oggetti di cui queste si servono per potenziare e sviluppare le proprie prestazioni.
Per quale motivo, se tale argomenti appaiono del tutto insufficienti per portarci alla conclusione che gli strumenti utilizzati fanno parte, cioè sono costitutivi di un dato apparato percettivo (visivo) o motorio, essi dovrebbero invece valere quando ci si rivolge alle capacità mentali?17
Nel momento in cui spostiamo l’attenzione dagli oggetti del mondo fisico al mondo sociale e culturale, i problemi per il modello della mente estesa cambiano radicalmente, ma non sono certo meno pesanti.
Una delle caratteristiche più peculiari della mente, che sembra sfidare i concetti consolidati della visione scientifica del mondo e che turba i sonni di molti studiosi, è la sua capacità di evolvere indefinitamente, passando attraverso stadi successivi di crescente complessità e utilizzando le acquisizioni precedenti come base di partenza per i nuovi traguardi da raggiungere. Nessun fenomeno del mondo fisico inanimato, nessuna macchina costruita dall’uomo mostrano di possedere una simile capacità.
Il grande fascino esercitato dal modello della mente estesa può essere spiegato, almeno per una parte importante, con la possibilità che esso prospetta di offrire finalmente una risposta a tale problema all’interno di un percorso completamente naturalistico.18 Chiamando in causa la società e la cultura come sostegni insostituibili per lo sviluppo di nuove capacità cognitive, sembra infatti venir meno il rigido determinismo che lega la mente ai processi nervosi del cervello o agli algoritmi sottostanti all’elaborazione dell’informazione. La società e la cultura mostrano una tendenza evolutiva, proprio come la mente. Così che un loro intreccio, per molti versi indistricabile, tende a presentarsi come una spiegazione accettabile del relativo affrancamento della mente dalla necessità espressa dalle leggi fisiche.
Cosa c’è che non va in questo modo di dar conto delle capacità evolutive esibite dalla mente? Cosa c’è di sbagliato nel concetto di co-evoluzione, che occupa un posto tanto importante all’interno del modello della mente estesa? Qual è il principale fraintendimento di cui sono vittime i sostenitori di detto modello?
Affermando che i fenomeni sociali e culturali, così come certi prodotti della tecnologia sono costitutivi della mente, cioè ne fanno parte integrante, si passa sotto silenzio la questione fondamentale che senza mente non si possono avere né società, né cultura, né prodotti tecnologici (la cui costruzione non sia stata programmata in precedenza ad opera di una mente). Non ci si rende conto che le istituzioni sociali, i prodotti culturali e della tecnologia sono, sempre e immancabilmente, il risultato di un’attività mentale degli uomini, anche se non sempre si tratta di risultati intenzionali, che si realizzano cioè nelle esatte forme volute e progettate dagli uomini. È vero che, una volta prodotti, molti oggetti possono fungere da supporti per ampliare e potenziare le capacità mentali, ma è pur vero che l’individuazione delle possibilità e delle modalità effettive con cui servirsi di questi oggetti dipende strettamente dalla capacità delle menti di riconoscere in essi degli strumenti con cui migliorare le proprie prestazioni. Non basta la disponibilità di strumenti per accrescere le capacità cognitive di un organismo, occorre anche la capacità di adoperarli in maniera adeguata. Gli animali domestici, pur essendo immersi nel mondo culturale e tecnologico in cui vive l’uomo, infatti, non ne traggono alcun vantaggio, poiché le loro menti non sono sufficientemente evolute per utilizzare gli oggetti disponibili come protesi cognitive.
Queste considerazioni ci portano al cuore della svista in cui – a mio avviso – incorrono i sostenitori del modello della mente estesa. Essi interpretano la circostanza che la mente utilizza le determinazioni da essa create in precedenza come supporti per accrescere le proprie capacità ed evolvere verso traguardi cognitivi superiori come un chiaro indicatore di una loro capacità intrinseca, vale a dire indipendente dalla mente, di accrescere le prestazioni mentali e di contribuire all’evoluzione. Non considerano che tali capacità sono il risultato puntuale di precedenti coinvolgimenti della mente e che quindi non può essere attribuita loro alcuna autonomia rispetto a questa.
Quando si parla di co-evoluzione ci si riferisce a una tendenza evolutiva che si esercita in due sensi: dalla mente agli oggetti del mondo, e da questi alla mente. Ma in tutti gli oggetti costruiti dall’uomo, noi non possiamo trovare altro che ciò che era stato precedentemente posto in essi da una mente. Se detti oggetti fungeranno da supporto per future attività cognitive, se qualcosa di nuovo si scoprirà al loro interno così da consentire il raggiungimento di traguardi inediti, questo non potrà in alcun caso accadere al di fuori di una qualche attività a livello mentale.
La cultura influisce sulla mente conferendole nuove capacità. Ma la cultura non è forse un prodotto della mente umana?
Il linguaggio permette di esprimere contenuti di pensiero già pronti, oltre che un mezzo attraverso cui certi contenuti possono prendere forma definita e rendersi disponibili per altri individui. Ma esso può svilupparsi al di fuori di una partecipazione attiva della mente?
I prodotti tecnologici (dalla carta e penna ai supercomputer), che tanti contributi offrono al potenziamento delle capacità mentali, non sono forse un risultato dell’inventiva umana (e quindi, ancora una volta, di un intervento della mente)?
Gli oggetti sociali o culturali, una volta prodotti, non hanno alcuna capacità intrinseca di evoluzione. Sono statici, inerti, totalmente privi della possibilità di dar luogo, autonomamente, a nuovi sviluppi. Un’opera letteraria o filosofica, un quadro, una composizione sinfonica hanno bisogno di supporti materiali per costituirsi come tali nel mondo. Dal momento in cui vengono fissati ai loro supporti, tuttavia, essi diventano semplici oggetti, da collocare accanto a tutti gli altri oggetti del mondo inanimato. Lo stesso accade per le realizzazioni della tecnologia.
Si dice che un quadro è “qualcosa di più” che una tela con sopra dei colori ad olio e che una sinfonia è “qualcosa di più” di un insieme di suoni, o di una sequenza di vibrazioni nell’aria. Si dimentica di aggiungere che un quadro o una sinfonia sono tali, e quindi hanno un significato, soltanto dal punto di vista di un essere umano, portatore di una certa cultura. In un mondo privo di uomini, il quadro o la sinfonia tornano ad essere oggetti o eventi fisici le cui caratteristiche (o il cui comportamento) rispondono interamente alla necessità delle leggi naturali.
Da queste considerazioni si capisce abbastanza chiaramente che l’errore fondamentale dei sostenitori del modello della mente estesa è costituito dall’ignorare sistematicamente l’esistenza di una circolarità inaccettabile nelle loro argomentazioni. Essi ritengono che gli oggetti, materiali, sociali e culturali, utilizzati dalla mente per accrescere le proprie prestazioni e per sviluppare nuove capacità, abbiano in sé proprietà e potenzialità indipendenti rispetto a quelle conferite loro da precedenti interventi della stessa mente. Mentre invece tali proprietà e potenzialità sono sempre il risultato – intenzionale o accidentale – di una qualche attività mentale.
Non esiste alcuno scambio a due vie tra la mente e gli oggetti del mondo. Non esiste poiché tale scambio è fittizio: è un modo di dire figurato a cui non corrisponde alcunché di reale. Infatti, negli oggetti non possiamo ritrovare qualcosa di diverso, qualcosa in più rispetto a quanto era stato immesso al loro interno dall’attività degli uomini, guidata dalle loro menti.
In cosa consiste, dunque, la circolarità che rende altamente problematico, e anzi inconsistente, il modello della mente estesa? Consiste nel tentativo di dar conto di certe caratteristiche della mente coinvolgendo anche gli oggetti e i fenomeni appartenenti alla sfera della società e della cultura, i quali sono irrimediabilmente contaminati di quel mentale che si vorrebbe spiegare. Da questa mescolanza indebita di elementi del mondo fisico con elementi socio-culturali, trattata come se fosse riconducibile a una categoria omogenea, non può aver origine nulla di buono ai fini del progresso della conoscenza.
Penso che sia venuto il momento di denunciare con forza questo genere di inganni a livello concettuale,19 perpetrati forse in buona fede ma non per questo meno fuorvianti, per evitare che tante persone di valore continuino a perdere tempo dietro a quello che, con tutta probabilità, si rivelerà, nello spazio di pochi anni, null’altro che un colossale abbaglio.