Letteratura e spazio

Villaggio Maori, Catania 2009
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Quello di Anna Carta è un esile volumetto di denuncia. Proprio perché scritto in forma accademica (composto quindi, com’è d’obbligo, da un’analisi puntuale di testi su un tema quanto più possibile circoscritto, da una ricostruzione fedele della loro fortuna e da una breve sintesi di quanto si è approfondito nel corso della propria ricerca universitaria in merito ad essi), il volume presenta sin dalle prime pagine un carattere “esplorativo” e in tal senso rivoluzionario (non per forme ma per temi): il «tema quanto più possibile circoscritto», nell’ambito della critica letteraria (di cui l’autrice si occupa in università), è infatti lo spazio. Che, inteso così, tutto è fuor che «circoscritto». Inoltre, il primo testo di cui il lettore viene informato è un titolo americano assurto a «uno dei fondamenti della teoria letteraria moderna» e tuttavia «mai tradotto in Italia»1. Il testo, Spatial Form in Modern Literature di Joseph Frank, risale “solo” al 19452.

Tutto ciò indica diverse cose: non solo che il volumetto della dott.ssa Carta denuncia – forse al di là delle intenzioni della stessa autrice (proprio in quell’«al di là» si aggirano, comunque, i pregi di un qualsiasi testo) – una mancanza di attenzione da parte degli studiosi italiani nei confronti di quelli che vengono definiti “classici”; e che la questione spaziale è pressoché abbandonata a sé stessa anche in ambito letterario (e non soltanto, come si sa, in ambito filosofico); ma soprattutto indica che un esile volumetto è l’unico e ultimo angolo in cui si possono rifugiare ricostruzioni della “forma spaziale” in letteratura all’interno di un’università la cui occupazione giornaliera sembrerebbe quella di investigare in lungo e in largo paesaggi urbani, città, territorio e d’intorni3.

Insomma, queste e altre denunce in meno di ottanta paginette (per di più parliamo di un testo pubblicato al di fuori delle mura universitarie sebbene all’interno di quelle catanesi). La più grande, senza dubbio, è quella di «un proliferare di riflessioni sullo spazio», cui si è assistito nel secondo dopoguerra, oggi lasciato ai margini dell’attenzione accademica. Certo, non ce ne si può lamentare troppo, perché la bibliografia del volume parla chiaro: non c’è proprio il vuoto in questo spazio letterario4. Quel che si intende dire è che il tema chiede a gran voce – spazio. S’è detto e ripetuto: «si sa» che dello spazio in ambito teoretico si sa poco o nulla (restano forse due saggi, uno giust’appunto catanese l’altro napoletano, che parlano solo a chi si mette all’ascolto: pochissimi), perché “la filosofia” è oggi sempre più attratta dal tempo e difatti si trascina stanca con i caratteristici suoi “segni”. Dello spazio in ambito letterario, quantomeno, qualcosa in più si sa (con tutti i limiti cui fin qui s’è fatto qualche cenno).

Quali sono dunque le «tappe» dell’«itinerario» (ri)costruito da Anna Carta? Si parte dal detto Frank (in America), da Maurice Merleau-Ponty (in Francia) e da Mario Praz (in Italia), che in quel 1945 si accostano al concetto di spazio (il primo in senso letterario, il secondo in senso fenomenologico, il terzo in senso architettonico, se così si lascia dire) quando «in gran parte d’Europa i luoghi dell’esistenza concreta degli individui sono in macerie»5. In quell’intorno si aggira anche Gaston Bachelard con riflessioni sull’aria, la terra e lo spazio fisico. Basterà, comunque, concentrarsi su Frank «rilettore» di Lessing. Quest’ultimo distingue con nettezza tempo e spazio assegnando la letteratura al primo e la pittura al secondo: «La pittura è mezzo spaziale che può rappresentare le cose in relazione di contemporaneità e compresenza, la poesia è il mezzo temporale per presentarle in relazione di consecutività e sequenzialità», riassume Carta6. (Il mezzo spaziale esclude la relazione, il mezzo temporale include la relazione – leggiamo noi.) Ecco, Frank forza proprio questa assegnazione per rintracciare nella letteratura una «forma spaziale» che nega una relazione tra tempo e linguaggio (è sacra, in rari casi come questo, la “forza” tipica di ogni americano), per poi, però, guidato da Ezra Pound (altro uomo “forte”), «forzare la comprensione del proprio lavoro come “oggetto totale” colto in un istante di tempo piuttosto che in una sequenza di cose»7. Non ci si poteva aspettare che, avendo abbondantemente trascurato la teoresi dello spazio, si potesse ora avere altra definizione dello spazio al di là di «attimo di tempo» (l’istante è quell’attimo incalzante). Questa solo in parte ragionata e ragionevole connotazione “spaziale” della letteratura viene criticata – così prosegue, pulito, l’itinerario di Carta – da diversi europei, fino a collocare Frank, a mo’ di «legittima difesa», tra i “formalisti”. Potremmo fermarci qui, e non solo perché quello che segue è uno sviluppo a tema, di sicuro interesse, di tali premesse (ancorché per certi aspetti incespicanti); ma soprattutto perché quello che segue va lasciato al lettore, non al recensore (affaticatissimo dal concetto di “recensione”).

Si troveranno per via altre opere “classiche” abbandonate dall’accademia italiana (come L’espace humain di G. Matorè, risalente al 1962) – a questo punto un problema di linguaggio, o si comincia a sospettare che in generale l’accademia apprezzi i testi che parlano di altri testi e mai un testo che parli del testo; si troveranno conferme di quanto accennato, con una citazione di M. Serres: «Cosa sappiamo oggi dello spazio? Niente, a volere essere rigorosi. Lo spazio come tale, unico e globale, è, temo, un artefatto filosofico»8 (conferme che dello spazio non si sa niente davvero); si troveranno immersioni nel Settecento e nell’Ottocento, rapide incursioni sul linguaggio, sul testo e sui loro splendidi paesaggi; parentesi semiotiche e infine un doveroso cenno al concetto letterario di «città» quale «macchina della modernità», una seria e perciò breve ricostruzione storica di questo luogo invivibile (si passa dalla Catania di Brancati) e invisibile (si finisce con Calvino).