Il testo di Alberto Giovanni Biuso, Nomadismo e benededizione. Ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche (DG editore, Trapani 2006), si presenta come un’introduzione alla filosofia ed alla lettura di Friedrich Nietzsche. Pur essendo stati pubblicati svariati contributi in questo senso, questo presenta alcune nuove interpretazioni della filosofia nietzscheana, prestando attenzione a temi e problemi che sovente passano inosservati. Al contrario di ciò che può essere inteso leggendo il suo sottotitolo, il testo è un profondo invito alla lettura del filosofo tedesco: “ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche” in verità non esiste; semmai, come lo stesso autore disse durante un seminario alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, questo testo può aiutare a comprendere ciò che bisogna essere.
Il primo capitolo ha un titolo quanto mai significativo: Un uomo dalle molte vite. L’idea di fondo è proprio questa: Nietzsche, la sua vita e, quindi, la sua filosofia non sono interpretabili in modo univoco. Dopo un breve excursus dei grandi lavori biografici sul filosofo, Biuso ricorda l’importanza di un testo spesso sottovalutato, Ecce homo. Quest’ultimo, come altri scritti, è stato interpretato sovente alla luce della malattia mentale del suo autore, riducendolo ad una sorta di delirio dai tratti filosofici. In verità, la “vita pensata” di Nietzsche (chiamarla “autobiografia” sarebbe riduttivo) ci indica il giusto motivo per cui non possiamo prescindere dal fattore biografico: la profonda «unitarietà di vita e conoscenza, pensiero ed esistenza» (pag. 24) nel pensiero nietzscheano. Ciò è sempre avvertibile in certi temi ricorrenti e fondamentali: «nel corpo, nella sua percezione, nella sensibilità, nello scaturire da esso dei pensieri, della volontà, della vita» (pag. 24). Ecco, quindi, il primo di quei caratteri sottovalutati della filosofia nietzscheana che Biuso mette a fuoco: il corpo. Ad esso non è dedicato un capitolo a parte di Nomadismo e benedizione, ma è sempre presente al suo interno, la sua importanza viene continuamente ripetuta in vari modi e forme.
Si comincia a comprendere subito, quindi, il significato del titolo del primo capitolo, Un uomo dalle molte vite, e del primo termine del titolo del libro, Nomadismo: se la vita ed il pensiero hanno il proprio fondamento nel corpo, se da esso scaturisce la coscienza e ad esso deve essere ricondotta, allora la filosofia e la verità non possono che essere come il corpo, come la natura dell’uomo: molteplice e multiforme, apòlide e nomade, finita e necessaria. La vita di Nietzsche è la prova ontica che l’unione tra natura e cultura umana è possibile.
Il secondo capitolo è Nietzsche greco. Il motivo principale a cui ricondurre l’enorme influenza che i Greci hanno avuto su Nietzsche è la consapevolezza che la vita umana (Bíos) è determinata, finita e che tale deve essere per favorire la nuda vita (Zoé). «La finitudine è la struttura costitutiva di ogni forma che emerge dal tutto indistinto dell’essere» (pag. 46). Questo legare la filosofia di nietzscheana a temi notoriamente heideggeriani non è affatto arbitrario: accanto al Nietzsche dello über (l’oltre) e dell’“Al di là”, troviamo – in un modo a prima vista paradossale – il Nietzsche del profondo senso della misura, il filosofo che conosce il vero peccato originale dell’uomo: la hybris, la tracotanza, l’andare oltre i propri limiti.
Ecco un’altra peculiarità di Nomadismo e benedizione: è un testo che si oppone alle letture eccessivamente “classiche” (quelle “da manuale”, per intenderci) della filosofia nietzschana. Altri due esempi di questa impostazione: è giusto contrapporre sempre e comunque Nietzsche al platonismo ed al cristianesimo? Si, nella maggior parte dei casi è lo stesso filosofo che critica duramente le due dottrine, le quali con il loro “mondo vero” hanno tolto di mezzo anche il “mondo apparente”, ma Biuso spiega ed argomenta che «nelle sue tesi più radicali e più importanti Nietzsche è sempre rimasto un platonico» (pag. 56) e che il cristianesimo gode di grande rispetto ed è stato fonte di ispirazione per il filosofo.
Dopo aver discusso, nel terzo capitolo (Nomadismo), il prospettivismo nietzschano che «coglie e apprezza comunque la verità cangiante del reale» (pagg. 97-98), Biuso si occupa (tra le tante cose) del problema più scottante, quello dalle conseguenze più radicali, della filosofia: il tempo. La filosofia di Nietzsche è un invito a “diventare necessari”:
«Diventa necessario come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo – nel suo movimento inesorabile e scandito – si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta. L’umanità nei suoi singoli e nell’intero nella sua specie è, infatti una macchina temporale. (…) Il tempo che gli umani sono è temporalità, vale a dire struttura volta al futuro come pura possibilità che dà senso all’attimo ma che attende anche la propria fine – la morte – in quanto evento indeterminato e tuttavia certo, certo eppure indeterminato.
La temporalità, in altri termini, è la possibilità sempre presente del morire. Quest’ultimo non è dunque un evento soltanto biologico ma è ciò che intessendo di sé fin dall’inizio la vita umana la rende intrinsecamente finita. Il senso del tempo è per l’uomo la propria radicale finitudine» (pagg. 172-173).
Ma l’esistenza umana, proprio perché finita, viene da Nietzsche benedetta: l’ultimo capitolo del libro, da cui è tratta la lunga citazione, è intitolato, infatti, Benedizione. La benedizione è la chiave di volta che ci permette di cogliere il significato dell’eterno ritorno del divenire, che permette all’uomo di desiderare la vita “ancora una volta”, noch einmal. Per non-spiegare quest’ultimo passaggio, forse il più importante e sicuramente il più suggestivo, ed invitare alla lettura di Nomadismo e benedizione, è meglio concludere con le stesse parole di Friedrich Wilhelm Nietzsche:
Tag: mente, nietzsche, tempo«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse:
“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”.
Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!”. (…) quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo sugello?» (La Gaia Scienza, aforisma 341, Il peso più grande).
