Polvere

Bollati Boringhieri 2012, trad. it. di A. Antonini.
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La storia condivide con la poesia l’indifferenza del tema. Certo, c’è chi ha sostenuto che alcuni temi siano in sé più poetici di altri, o che la storia vera e propria sia solamente quella evenemenziale. Sciocchezze, è chiaro. E questo libro conferma che pure qualcosa all’apparenza così insignificante come la polvere può racchiudere in nuce (o, se piace, in pulvere) l’intiera storia occidentale.
Chiedo venia. Ho fatto torto al libro, perché non si tratta di storiografia; o meglio, non solo. Per rendersene conto, si potrebbe cominciare a leggere il testo dalla fine. Lo si dice di tanti libri, è vero. Ma come il raggio che da uno spiraglio fa brillare la polvere altrimenti invisibile, così la parte finale dedicata a riflessioni e ringraziamenti può illuminare il resto del libro, mostrandone quanto altrimenti resterebbe invisibile. Credo che tutti conserviamo il ricordo – netto e sbiadito a un tempo – di granelli di polvere intravisti alla fioca luce di un ricordo infantile; Joseph Amato narra con incantato stupore del suo ricordo, che possiamo collocare idealmente all’inizio della sua avvincente carrellata storica:

Ricordo di quando un giorno, nella camera da letto dei miei genitori, per la prima volta vidi danzare nella luce proveniente dalla finestra una massa di argentee particelle di polvere. Rimasi stupito da quella luccicante moltitudine. Ascendevano e ricadevano con delicatezza, scorrevano velocemente, svanivano, riapparivano, impossibili da seguire a una a una (pag. 208).

A partire da questo prezioso ricordo intimo, incastonato nella saga familiare dell’autore, possiamo ricominciare la lettura del libro; com’è per polvere e universo, così è per individuo e storia: il microcosmo rispecchia il macrocosmo.
L’incipit suona quasi mitologico: «Generati dalla stessa madre terra, sporco e polvere hanno padri differenti. La polvere, più fine e discreta, appartiene equamente all’aria e alla terra. Lo sporco, più grosso e fastidioso, è identificato con il suolo» (pag. 13). Se è vero che il mito accompagna la storia come un sogno, allora è giusto collocare la polvere su un tale substrato mitologico. A ben vedere, non si tratta solamente di descrivere la considerazione della polvere e dello sporco da parte dell’uomo attraverso i secoli; tosto il libro volge a interrogarsi sull’essenza immaginativa dell’essere umano. Potrebbe sembrare strano che un’opera storiografica sia stata stampata per una collana che titola “I Grandi Pensatori”; ma è appunto l’inquadrare la storiografia nella cornice che interroga sul destino dell’immaginazione umana a rendere quest’opera qualcosa di più di una semplice (per quanto efficace) analisi storica. In copertina, tra l’altro, si dice che questo è “un capolavoro di sintesi interdisciplinare”. In effetti si ha un costante intreccio di storia sociale e del costume, medicina, fisica, storia della tecnologia, analisi sociologica, incursioni etimologiche, riflessioni filosofiche… Il libro costituisce un breviario di tutto ciò che la polvere, lo sporco e l’invisibile (perché troppo piccolo) sono stati e hanno rappresentato nella società occidentale, tanto che si può arrivare a dire con Amato: «Ogni manciata di polvere giudica il modo con cui l’uomo governa la sua terra» (pag. 18).
La polvere è stata considerata a lungo come la cosa più piccola esistente al mondo, almeno secondo la visione comune. I contadini, dai secoli del medioevo (e ancor prima) fino alla rivoluzione industriale, vivevano immersi nella polvere, che circondava e aggrediva tutto ciò con cui essi avevano che fare: abiti, cibo, strumenti, case, animali, strade. I cittadini non vivevano in condizioni poi molto migliori, immersi nello sporco e nel fango delle strade. Ogni cosa, per gli uomini di quel tempo, si risolveva in polvere, ogni oggetto o essere vivente prima o poi si disfaceva, facendo in modo che «nelle ere preindustriali la gente afferrava intuitivamente ciò che oggi fatichiamo a immaginare: l’eterno ciclo degli esseri viventi. Era del tutto sensato che Dio avesse fatto l’uomo con sputo e terra – dopo tutto che altro c’era di disponibile? – e non si dubitava del proprio destino tra i vermi, che si fosse contadino o il più grande dei re» (pag. 28).
Con la rivoluzione industriale si crea un paradosso: le nuove fabbriche, i nuovi modi di produzione aumentano a dismisura i nuovi tipi di polvere ma forniscono anche gli strumenti per eliminare certe polveri e lo sporco. Di pari passo, i nuovi strumenti tecnologici consentirono di vedere piccolissime cose prima affatto invisibili; la polvere cessava di essere concepita come la cosa più piccola esistente nell’universo. Resta il fatto che «senza microscopi, che gli scienziati cominciarono a usare nel XVI e XVII secolo, molto di ciò che era minuscolo passava semplicemente inosservato. Miriadi di ambiti e processi rimasero nascosti — coperti dalla polvere, oscurati dal buio, sepolti sotto terra e pelle» (pag. 49).
È proprio a seguito della scoperta di questo microcosmo che si diede inizio a quello che Amato chiama il “grande repulisti” dell’Occidente. Da una parte la scoperta di germi e microbi, nascosti nella polvere, nell’aria, nei liquami degli esseri viventi; dall’altra i nuovi strumenti resi disponibili dalla rivoluzione industriale, il cui contributo «si può classificare sotto cinque voci: nuovi beni; nuovi materiali; superfici resistenti allo sporco e all’acqua; controllo dell’acqua; illuminazione» (pag. 80). Si venne a creare un connubio tra igiene e bellezza: il mondo non era stato mai così pulito, ordinato, illuminato. La polvere venne messa ai margini, relegato negli angoli, nelle periferie, nelle campagne. Nello stesso tempo, si compiva un’opera di differenziazione e specializzazione anche riguardo alla polvere: ora non era considerata tutta uguale, qualcuna era nociva, qualche altra utile. La medicina ha fatto passi da gigante nell’arco di tempo che va dalla rivoluzione industriale al secondo dopoguerra e «la pillola, fatta di polvere finissima, divenne l’ostia consacrata della medicina moderna» (pag. 117).
Fino agli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, quasi tutti gli uomini avevano combattuto contro lo sporco e la polvere; in quel periodo, si cominciarono a sviluppare i movimenti pacifisti e ambientalisti, i membri dei quali, alquanto paradossalmente, si contrapponevano alle generazioni precedenti anche riguardo alla concezione dell’igiene, quasi rivalutando lo sporco e la polvere. In questa chiave di lettura, risulta bizzarro notare come, «in uno stupefacente rovesciamento della visione occidentale del piccolo, gli insetti, i vermi e i batteri vennero ora visti come gli ultimi difensori della natura» (pag. 141).
Infine, l’ultima rivoluzione, quella digitale e informatica, apre gli scenari di un mondo virtuale in cui la polvere e lo sporco sono del tutto eliminati.
Ora, Amato si chiede se «il microcosmo contemporaneo – e i concetti, le pratiche e le istituzioni che vi sono associati – creerà nuove e uniformi immaginazioni» (pag. 157), ossia se la nostra immaginazione muterà radicalmente a seguito dell’ampliamento inimmaginabile solo cent’anni fa del mondo microscopico. Egli risponde negativamente, riportando delle argomentazioni condivisibili: in primo luogo perché sentiamo e pensiamo antropomorficamente; poi perché per vivere felici o quantomeno sereni escludiamo notevoli porzioni di realtà; in terzo luogo, la nostra mente non accoglie sempre tutto e alcune cose, specie se dannose o inconcepibili, non oltrepassano la soglia della coscienza; inoltre, vi sono delle considerazioni morali o religiose che possono escludere la concezione dell’invisibile, o comunque non attribuire a esso una funzione di primo piano; da ultimo, «gli esseri umani, semplicemente, non vogliono sacrificare le proprie vite al fato, o il proprio fato al cieco percorso degli atomi. Vogliono che gli atomi, le cellule, le molecole e i geni si adattino alle loro vicende ed emozioni. Quando è il momento, le persone non si pongono problemi nel formulare preghiere appropriate. Non esitano a chiedere al Dio dei cieli di modificare il percorso di una singola cellula o di una singola molecola» (pagg. 159-160).
In definitiva, l’uomo tende a umanizzare tutto ciò che tocca, immagina, concepisce: dalla volontà divina, alla polvere; dalle leggi universali, all’infinità del microcosmo. Ciò non toglie, come conclude giustamente Amato, che anche quando i timori del passato saranno svaniti per cedere il posto alla nuova e pulitissima realtà virtuale gli uomini «per tutta la vita avranno ancora timore della polvere finale che li ricoprirà» (pag. 163).
Relegata agli angoli, nascosta, temuta, spodestata, la polvere dominerà incontrastata fino alla notte dei tempi, quando svanirà anch’essa, accecando l’universo, privando il cosmo dei sentieri che percorre la luce rendendolo visibile.