Quel che viene a mancare

Villaggio Maori Edizioni, 2012
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Quel che viene a mancare a sostegno del pensiero

1. Preambolo
Talvolta capita che la scrittura è talmente irrobustita dalla certezza del lessico che si fa fatica a sistemarsi sui binari della razionalità per trarne verità, ovvero conclusioni apodittiche di un pensiero rivoluzionario, scevro da preconcetti, pulito comunque da ogni scoria di pregiudizio.
Quel che viene a mancare. Il saggio critico e Carmelo Bene di Tempio e Dell’Ombra è un saggio sul pensiero occidentale demolito, riaggiustato con la parola che si aggiunge alla parola per dare estensione allo spazio delle cose.
Quel che rimane è il risultato dell’avversità all’abitudinarietà e conformità di accettazione di consolidate forme di pensiero, tanto da far approdare il lettore ad una successione di comprensioni testuali variabili, di cui il fine ultimo è infrangere la fissità della scrittura sistemata nelle pagine senza numero, a significare la massima libertà di lettura senza condizionamenti numerici.

2. La differenza del pensiero
Questo libro fa venire il mal di testa: appare come un labirinto testuale, dove tutto è possibile e interpretabile a condizione che si è preparati ad accogliere tutto con una spensierata fuga dalle regole. Le argomentazioni sono nel luogo della filosofia che dissente, e il dissidio ha un prezzo: stare ai margini del sistema filosofico per non smettere di vedere le cose, poiché dietro ogni vera azione conoscitiva del sapere si cela una contraddizione. Indubbiamente nell’esercizio del pensare e nella formulazione di postulati e concetti c’è il destino stesso del pensiero. La differenza del pensiero è contestuale all’idea di non rafforzare alcunché dominio sulla verità e sulle cose nell’infinita disponibilità a non incorrere nelle trame oscure dei condizionamenti che opprimono i pensieri. Ecco perché Quel che viene a mancare richiede un metodo di lettura appropriato, un’attenzione alla compiutezza di una sintesi che non è sospetta di arroganza; un invito a fare i conti con l’esistenza di un pensiero che non è demolizione di un altro, ma la scissione in un altro che non teme di rivelarsi mentre si spingono “le vele verso terre non ancora scoperte” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, trad. it. di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1981, vol. II, p. 281).

3. Leggere attentamente le avvertenze prima dell’uso
Il libro come il farmaco va assunto con la predisposizione ad accoglierlo nel sangue del pensiero, fiduciosi che possa fare bene alla mente; combatte le inerzie conoscitive per un pensiero che potrebbe essere un altro modello di spiegazione diverso dal precedente, a costo di sgamare.
Le pagine di Quel che rimane si sfogliano frettolosamente per cercare l’indice che non c’è. Già non c’è! C’è invero il Cartellone: Prologo, Atto I, Intermezzo, Atto II, Epilogo, Apparato, Titoli di coda (Una bibliografia mancante). Un happening teatrale? Anche! Un’ulteriore aggiunta della figurazione del pensiero messo in scena, costretto a confrontarsi con il pubblico pensante e protagonista dell’epifania di una realtà che si svela lentamente.

La tentazione di posare il libro sullo scaffale dei non letti (per manifesta incomprensibilità) incombe… giacché appare una catastrofe letteraria e teatrale, perché non c’è nulla da capire.
A guardare bene però ci si accorge che è questo il messaggio che provocatoriamente vogliono far passare gli autori. Il gioco (se si può dire così) è semplice: non farsi capire affinché qualcuno possa comprendere qualcosa attraverso l’attivazione del circuito interno della propria ragione, diventando protagonista di se stesso e abile conducente sulle strade impervie del pensiero.

4. Come si può scoprire cosa c’è in un libro se non si presuppone quella pratica che è il leggere?
Al lettore viene data (imposta?) la responsabilità di rivedere qualcosa di cui è stato già detto, postulato con geometrie filosofiche; ma soprattutto viene richiesta la propensione ad agganciare tutto quanto vi è nel pensiero per un gioco interminabile di avvicinamenti ma anche di allontanamenti, affinché tutto ciò che viene circoscritto e che appare prossimo al vero, sia oggetto di revisione dell’abituale modo di vivere e di pensare. Si deve mettere a rischio i fondamenti del proprio sapere, a sfasciarne la logica, a distruggerne le ovvietà dei punti di riferimento per un seppure labile contatto con l’essenza delle cose. Il viaggio della lettura tracciato nel libro fa intuire un altrove che non si sa mai dove sia. Lo deve cercare con fatica il lettore, disegnando il proprio pensiero in un mondo in cui è possibile vivere nonostante la dispersione delle cose, il caos; nell’estremo tentativo di attingere un’ulteriorità di senso nel fluttuare dell’indeterminato. Irrobustire la ragione. Inventarla se non c’è, per avere la consapevolezza che il confine tra verità e menzogna è indeterminabile. L’unica cosa che può dare una piccola garanzia di affidabilità e di ancoraggio rimane la parola nella simultaneità della scrittura che perviene dalla sostanza del pensiero, in cui tutto è vero, tutto è altrettanto vero, tutto è opinabile, tutto è accresciuto dai pregiudizi concettuali; questi ultimi – in molti casi – come scorie radioattive inficiano la parola, aggraziandola con fiori letterali ed eleganti vesti di soggettività spacciandosi come perfette perfezioni mettono a tacere il fastidio di dubitare: uno stratagemma alla portata di tutto che ripiega e include in se stesso la codardia per modellare sistemi di quiete da offrire al pensiero cadavere.

5. Occorre revisionare tutto, anche i singhiozzi… (E. Cioran)
Gli autori con spirito allegro (così come piace a loro definirlo) giocano a prendersi in giro, confondendo (volutamente) il lettore con le strabilianti architetture letterali che hanno lo scopo di mettere in luce – ma al contempo porre in ombra – quanto esposto per non farsi capire, demandano al lettore il compito di sbrogliare la matassa per accordare un’altra spiegazione allo sguardo che si offre al testo, che – seppure immobile – è in continuo movimento attraverso traduzioni e riedizioni; valga ad esempio quanto viene scientificamente affermato nel capitolo In media res: “Lo stesso testo è, per sé, solo uno: una forma immaginata una volta sola.” Nulla di eccezionale, ma nel prosieguo le parole allargano (o meglio tendono a perfezionarlo con metodo scientifico) il campo semantico: “Il testo può avere due soggetti a scriverlo o, piuttosto, assoggetta qualsiasi presunto soggetto che vi metta mano?”, una prudente formula dubitativa che viene abilmente risolta con “La cosa è semplice quant’altre mai: il soggetto s’oggetta proprio nello scrivere e il testo s’oggetta assoggettandolo; o, ancor più semplicemente: il soggetto sparisce in quanto oggetto”.

Si parte da Carmelo Bene, o meglio dalle sue opere, per affermare il metodo ripetuto della sottrazione per giungere al fastidio assoluto di non avere più nulla da sottrarre. Ma cos’è questa sottrazione? Viene ricondotta all’amputazione, “ovvero non si aggiungono cose alle cose, letteratura alla letteratura, realtà alla realtà: piuttosto si sottrae, ma soprattutto ci si sottrae. La realtà viene resa monca perché le viene sottratto qualcosa. Oltre la realtà non c’è nulla; se la togliamo, anzi, è il nulla”.
La rappresentazione teatrale è dunque tutto quanto si fa sulla scena, senza un copione, senza una trama precostituita, senza l’obbedienza ai canoni per le battute da pronunciare. Allo stesso modo il saggio critico deve portare l’autore alla sottrazione o meglio al sovvertimento di ogni regola e di ogni accomodamento e compiacimento, per restituire vigore e completezza ad un pensiero giovane che crea il nuovo senso della saggezza e della morale.

Il filo logico, innovativo, degli autori – in cui si evoca tra l’altro il pensiero di Nietzsche (l’alba di una controcultura), Marx e Freud (l’alba della nostra cultura), Hegel, Fo, Bene, Deleuze, Novalis, Aristotele, Platone, D’Aquino ed altri – è essenzialmente decodificazione in senso assoluto del non occuparsi o pre-occuparsi dei codici, che rappresentano il sussistente e lo stato di cose. Decisamente un buon proposito, peccato però che a Dell’Ombra e a Tempio sfugga il fatto che attuando un processo di decodificazione si viene a creare un altro sistema di codificazione che s’impone e si adatta, un replicante di codici. Sarebbe interessante capire come evitare il rischio di codificare la decodificazione.

6. Qualcosa da chiarire
Nel capitolo Nuove forme vi è l’attacco all’accademismo che impiglia la filosofia, palesando la necessità – secondo gli autori – di una diversificazione della filosofia per farle acquisire la piena individualizzazione del campo artistico, con l’intento di recuperare la nozione platonica. In sintesi il metodo da seguire per la ricerca di nuovi mezzi di espressione è quello nietzscheano che oggi deve essere proseguito con il rinnovamento di altre arti, quali teatro o il cinema. Rimane il conflitto tra forma e contenuto, quali dei due privilegiare? E perché? Non è chiaro nelle argomentazioni per quale forma filosofica optare: la filosofia come ragionamento logico oppure come particolare forma d’arte? La risposta è articolata con metamorfosi concettuali che seppure apprezzabili non delineano però una immagine chiara di quanto si è messo in discussione, lasciando intravedere – forse – che dev’essere il lettore ad abbozzare la risposta.
Infine si sentenzia in forma interrogativa: Quindi se la filosofia deve darsi una nuova forma, com’è pensabile che mantenga i vecchi contenuti? La domanda è ineccepibile, arguta, ma ci vorrebbe una forte dose di ferro per curare l’anemica risposta prospettata dagli autori. Ma forma e contenuto sono interconnesse e inseparabili? Si può azzardare che in alcuni casi è la forma che s’impossessa del contenuto, almeno in ambito poetico. Da non dimenticare che il contenuto determina la forma non solo nel linguaggio comune, ma soprattutto in ambito narrativo. Ritornando alla domanda, per vecchi contenuti cosa s’intende? Perché vecchi? Perché la filosofia deve darsi una nuova forma? È davvero necessario cambiare la forma vecchia – sebbene artistica – perché racchiudeva un contenuto scientifico? Perché sembra avvicinarsi il tempo in cui non sarà possibile scrivere un libro di filosofia come se ne scrivono da un bel pezzo?

7. E cielo e terra si mostrò qual era (G. Pascoli)
Finalmente appare ciò che cielo e terra si mostrò qual era, con il fastidiare. Le tematiche prese di mira sono tante, si susseguono con passo veloce, irrompono con sonorità da discoteche, disperdono tutto quanto non le convengono, si rafforzano nel codice genetico di un pensiero sottratto alle normali regole di funzionamento. Fastidiare per il bene della ragione, laddove essa è imprigionata negli schemi concettuali immobili. L’antidoto è Carmelo Bene, che sa fornire un esempio di come ci si può allontanare da qualsiasi tipo di codice per accedere alla controcultura: se la cultura è il senso, la controcultura è il controsenso. In successione si ha l’Intestino di pietra con l’inquietudine di Novalis e la ricerca dell’incondizionato, l’assoluto, l’illimitato, il Mistero Buffo. Si respira un attimo con l’Intermezzo. Una sigaretta ci vuole per prepararsi all’Atto II. Si consiglia di tenere a portata di mano un ansiolitico. Fioccano le domande sull’essere. Aristotele e il suo pensiero che l’essere si dice in molti modi… ma perché complicare sempre (un maledetto vizio dei filosofi), quando ne basterebbe uno. E poi disquisizione sul non essere che in qualche modo deve essere con l’apparizione di Parmenide, Tommaso D’Aquino, Duns Scoto. E ancora il suggeritore che urla… e si lascia andare sul concetto di Dio di Cusano in un interminabile monologo. Eh sì, ci vuole pazienza, molta pazienza per questo maledetto Quel che rimane, che non lascia mai una conclusione, anzi ravvede sempre la necessità di biforcare, tendere sino alla noia le speculazioni filosofiche. Si continua con Inizio e fine, L’insufficienza dell’essere, Nomadismo, Minoranza assoluta. Poi si approda all’Epilogo: una lettura più rilassante, più piacevole, che fa dimenticare il travaglio delle precedenti. Si è appena a metà del libro e c’è un lungo viaggio da portare a termine con mille difficoltà.

8. Il libro dei libri
Quel che rimane è il libro dei libri, che rimanda ad altri libri scritti e non scritti, che è Summa del sapere, dizionario dei termini e delle tematiche filosofiche, enciclopedia della conoscenza, biblioteca della filosofia, ostico, a tratti insopportabile, maneggevole in alcuni casi, utile sempre. Gli autori si contraddistinguono sia dai filosofi e dalla filosofia, sia dal sistema accademico, inseguendo una scrittura d’energia, facendo leva sulla essenzialità del pensiero. Abilmente adattano il testo alla messa in scena teatrale che lo rende unico e singolare nel dare immediatezza all’oralità, in cui si ammette il profondo bisogno dell’uomo di dialogare con la filosofia, che allontana da sé ogni canto ammaliatore che potrebbe assopirla, ogni seduzione, per mantenersi lucida e desta.