Sitosophia

Re Lear. Padri, figli, eredi

Di certo manca qualcosa. Nella scrittura di Cacciari, intendo. O v’è qualcosa di troppo. E il di troppo è Cacciari. V’è troppa autorialità, si scorge troppo l’autore tra le righe. L’autore è nel segno dei tempi, l’autorialità è sintomo d’accademismo. E certo, se non è accademico Cacciari, chi altri mai? Ma dunque, cosa manca? Non manca l’acume, non manca la perizia. Sicuramente non devo essere io a dirlo, parliamo di Cacciari.

Alle prese con il Re Lear – che come tutte le opere di Shakespeare, comunque la si vuol prendere, sfugge da tutte le parti –, Cacciari la tocca e ritocca da molti lati.

Cos’è una tragedia? La realtà, – verrebbe da dire. E la realtà è sempre una tragedia annunciata: Romeo e Giulietta non debbono stare assieme, e alla fine non ci staranno; la lucida follia vendicativa di Amleto dovrà annientare l’amore e il regno, e li annienterà; il re Lear è folle, le figlie sono ipocrite dall’inizio, l’unica sincera è impotente, il figlio illegittimo, naturale di Gloucester trama alle spalle del padre: niente è scritto nelle stelle, ma tutto è naturale; si capisce da subito che finirà male, ma non si può fare nulla per cambiare il corso degli eventi. La tragedia è il freddo meccanismo della natura. È la realtà.

Cacciari lo comprende bene, la sua interpretazione – per quanto brevemente dispiegata e filosoficamente volta – da questo punto di vista è inappuntabile. Come impeccabile è la notazione che nel Re Lear «il Cielo riflette cosmicamente la tempestas che regna in terra, nella carne, nella mente e nel cuore degli umani» (pag. 8). Come pure nota l’aspetto grottesco, di cui si fa portavoce il figlio naturale di Gloucester, quell’Edmund lucido e ingannevole, che rigetta gli oroscopi per tenere conto solamente delle azioni umane: «Grottesco per eccellenza è voler spiare nelle stelle il proprio destino, quando ormai l’universale carnevale ha coinvolto, nella grande tempesta, lo stesso Cielo. Le stelle errano in Cielo come quaggiù i mortali» (pagg. 9-10). Quest’ultima è una frase da incorniciare, lo si deve riconoscere.

Sotto il rispetto dell’interpretazione mi sembra opinabile soltanto il fatto che secondo Cacciari il vero del tema del Re Lear sia il fratricidio e «non il parricidio. I vecchi, secedendo, danno luogo al suo scatenarsi» (pag. 30). Per me le cose stanno esattamente al contrario: il fratricidio è un surrogato del patricidio. Ci si uccide tra fratelli perché non si può ammazzare il padre: il fratricidio è un parricidio deviato. Non potendo ammazzare i vecchi, i figli ne uccidono i simulacri: ossia s’ammazzano tra di loro. Il fratello che eredita il regno è un simulacro del padre. Il Re Lear mostra una decadenza, anzi un’impotenza: non ha più senso uccidere un padre “in pensione”, bisogna ammazzare il fratello. Sostituire il padre (“ammazzarlo”) è la prassi, e in fondo la pace è l’avvicendarsi non violento di padri e figli; sostituire un fratello è la guerra, più propriamente la guerra civile. Quest’ultima è combattuta tra figli della stessa patria, o dello stesso padre. E in fondo non si lotta per contendersi l’amore del padre: si lotta per diventare padri. Ogni guerra è una guerra patricida: si combatte per eliminare il padre e sostituirlo.

Il pregio di questo libricino è la densità: si tratta di quattro saggetti molto brevi, ma altrettanto interessanti. E sono molto indicativi del pensiero di Cacciari. In filigrana si notano soprattutto due cose. La prima è che Cacciari è contrario a qualsiasi tipo di rivoluzione (ma un pensatore che non è un rivoluzionario, varrà mai qualcosa?). Questo lo si immaginava. Per lui la rivoluzione è tornare alla tradizione. Sappiamo tutti chi parlava di rivoluzione conservatrice. In ogni caso, questo è quanto: «“Rivoluzione” suona ormai da tempo come sinonimo di innovazione. Eppure, le cose non stanno così semplicemente. […] Allorché il “nuovo” deve “giustificarsi” non può che “ri-convertirsi” a qualche passato, se non altro per spiegare da che cosa intende “secedere”» (pagg. 67-68). Ma la questione non è come prospettata da Cacciari. La rivoluzione non è – come dice lui – la smania di “infutuarsi”. A parte che il futuro è una questione tutta giudaica e paolina; o se vogliamo declinarla in termini più recenti, è una questione – paradossalmente – nazi-fascista. E poi solo i vecchi hanno il problema del futuro. Del futuro non sapevano niente i Greci, che erano tutti giovani, come notava già Platone. Perché i “giovani” non ne sanno niente del futuro. “Infutuarsi” è una questione da vecchi: il futuro è sempre l’aldilà. La rivoluzione è il qui e ora: è una dimensione puntale (quindi non spazio-temporale) della giovinezza.

E appunto di aldilà puzzano certe paginette di questo libricino di Cacciari, che pare essersi definitivamente inginocchiato ai piedi della croce. Ma che lo dica chiaramente, almeno. Sanraffaelita, si professa agnostico e poi reclama l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Cacciari è paolino, c’è poco che fare. Sì nella questione dell’“erede”, dove si fa scudo della convinzione paolina per cui «proprio l’essere eredi rappresenta per San Paolo il nostro “titolo” più alto: se siamo figli, siamo eredi, eredi di Dio, coeredi con Cristo» (pag. 58). Sì nell’ansia appunto paolina ma anche agostiniana della conversione, ove rimpiange che la rivoluzione non abbia a monte una conversione (religiosa, s’intende): «La secolarizzazione [dell’idea di una nuova epoca dettata dalla rivoluzione interiore] comporta l’abbandono o l’oblio del fatto che conversio era concepibile solo gratia, che mai l’uomo da sé avrebbe potuto raggiungere la forza necessaria per mutarsi così radicalmente e offrire un tale mutamento a exemplum per il mondo» (pagg. 74-75).

A dirla tutta, la questione dell’eredità mi sa di lite di famiglia, di spolpamento delle ossa di un morto, di bagatella notarile. E che la rivoluzione debba essere fondata sulla conversione di stampo religioso mi sembra una concezione affatto cristiana.

Come che sia, in questo libricino manca qualcosa, dicevo. C’è troppa autorialità, ossia Cacciari manca di stile. E non mi riferisco alla barba o alle partecipazioni agli squallidi talk-show televisivi. La presenza dell’autore è una mancanza di stile. Lo stile manca quando nel bel mezzo della questione circa la rivoluzione e dopo aver nominato Marx e Lenin, Cacciari se ne esce così: «Il semplice rottamatore finisce invariabilmente sepolto sotto le macerie che la storia, o la fortuna, per conto suo produce. Chi “rottama” e basta (rex destruens) non fa politica, ma si limita a anticipare l’opera del tempus edax» (pag. 69). Infiltrare la spicciola attualità in un contesto teoretico: mancanza di stile.

Per non dire dell’abuso di parole latine, anche quando non necessario. Per esempio, in un passo già riportato, Cacciari dice: «Il Cielo riflette cosmicamente la tempestas che regna in terra» (pag. 8). Perché non semplicemente “tempesta”? Oppure: «Lear appartiene integralmente a linguaggio della patria potestas, sotto la cui sovranità si può soltanto esigere amore, e su nessun’altra base che l’essere genitor» (pag. 39). Perché patria potestas e non “patria potestà”? Perché genitor e non “genitore”? E così in tanti altri casi. Parole in latino decisamente superflue. Può mai essere che un professorone sanraffaelita gode a fare sfoggio della conoscenza del latino? Mah. Lo stile, più che impreziosirsi, viene a mancare. Si leggono queste parole e appunto fa capolino l’autore: perché uno pensa a Cacciari che ringalluzisce e si liscia la barba per ogni parola latina inserita a sproposito.

In definitiva, questo è un libro che ha i suoi pregi. Dice qualcosa di interessante su alcune questioni (il Re Lear, il potere, padri e figli, l’eredità). Ma alla fine dei conti è viziato da questa presenza dell’autore, che pare marcare certe pagine come un maschio marchia il territorio (in fondo è questa l’auctoritas, ci si passi il latino). Sgalambro diceva: «Vediamo, ad esempio, Cacciari, una mente filosofica sottile, degna dei grandi scolastici, mescolarsi al viscidume politico, entrare e uscire dall’amministrazione politica» (M. De Leo – L. Ingaliso, Nell’antro del filosofo. Dialogo con Manlio Sgalambro, Prova d’Autore, Catania 2002, pag. 57).

La sottigliezza di Cacciari mi pare si sia ingrassata ad andare appresso alle grosse grane politiche e accademiche. A lungo andare, poi, a mescolarsi al viscidume politico si corre il rischio di rimanerne teoreticamente sozzi.