Sitosophia

Regressione suicida. Dell’abbandono disperato di Émil Cioran e Manlio Sgalambro

Salvatore Massimo Fazio è uno dei protagonisti della cultura catanese. L’aggettivo che colloca la provenienza o, meglio ancora, la direzione della “cultura” cui appartiene Fazio non è affatto restrittivo; anzi, se possibile, il dire “catanese” è un vezzo, un fregio, un ornamento barocco. A Catania, malgrado tutto, si sa ancora cos’è la cultura. E questo libro di Fazio, tra l’altro, è incorniciato da due interventi che giustificano ancor più l’ancoraggio a Catania. (Ma cosa sarà mai un ancoraggio a una città disancorata? Catania, ora come non mai, mi pare paradigma della Sicilia intiera, beatamente condannata a un sempiterno disormeggiare.)
Così il libro è aperto dalla righe del grande Angelo Scandurra, editore, uomo instancabile e saggio, dalla verve gustosissima e dal piglio appassionato; e poi tra le ultime pagine troviamo un contributo di Enzo Cannizzo, dispensatore di alcolici, aneddoti e riferimenti dotti. Volevo fare un elogio del libro, e quasi mi trovo a fare un elogio dei catanesi. Ma ho l’impressione che i siciliani finiscano sempre col parlare della Sicilia e di chi la abita. Si vive in Sicilia quella dimensione di cultura minuta eppure dal respiro universale: si parla tra noi e su noi, ci conosciamo tutti come in un paesotto. Mi ricorda la Copenhagen del periodo d’oro, quando Kierkegaard poteva citare l’avarizia di un libraio e lettore sapeva di chi si stesse parlando, mentre a due passi Andersen ficcava il nasone nel mondo delle fiabe; così dovette essere anche per Socrate e Platone. Classica è la circostanza, non l’epoca o l’autore. E a Catania si respira un classicismo decadente.

Fazio parla di Sgalambro; racconta di come lo ha conosciuto, di che rapporti hanno intrattenuto. In tutto il libro, poi, l’intruso sembra essere uno solo: Cioran. Ma l’attitudine cioraniana dei siciliani è cosa nota: il lamento, il pessimismo, la coscienza di ciò che Fazio chiama «il compimento e l’esaurimento del sapere filosofico, chiave della decomposizione metafisica di cui è preda l’universo» (pag. 167), tutto questo è pane quotidiano per uno che vive sotto il clima suadentemente violento e l’ambiente piacevolmente ostile che presente l’isola.

L’indubbio merito di questo libro consiste in uno sdoganamento filosofico dei due scrittori. Forse su Cioran si è già detto abbastanza; ma probabilmente uno studio come questo su Sgalambro non era stato ancora compiuto. È chiaro che ci troviamo di fronte a un saggio in senso tradizionale, lontano dalle bizze e dallo stile delle precedenti Insonnie di Fazio. Il tutto è giustificato dal fatto che alla base di questo testo vi è una tesi di dottorato. Probabilmente trattare “sistematicamente” due autori non sistematici potrebbe creare qualche problema, ma il taglio accademico non inganni. In casi come questo, il libro dice molto più sullo scrittore che sull’oggetto di scrittura. Se dovessimo attenerci alla lettera, in certi momenti sembrerebbe che le simpatie di Fazio vadano più verso Cioran che verso Sgalambro. Per esempio, quando sostiene che «se nel piano retorico Sgalambro è un abile imbastitore di discorsi filosofeggianti, teoreticamente è inconsistente e forse vano» (pag. 53); o quando aggiunge che «affida solamente alla parola filosofica e all’artificio dell’aforisma una finalità che è sì intellettuale, ma principalmente estetica. In altre parole, Sgalambro non propone alcuna verità, né finalità nel suo pensiero; egli intende solo enunciare e esibire la filosofia come stile» (pag. 101). Diverso il discorso per Cioran, il cui lirismo di fondo sembra alludere a una consistenza filosofica maggiore, teoreticamente più valida e non vuota. In ogni caso, la conclusione che ne viene fuori è che «Cioran e Sgalambro […] non possono dar luogo a una scuola, ma solo a uno stile di pensiero, che abbia la forza intellettuale di provocare una alternativa conoscenza dell’essere, della storia, del fondamento di ciò che l’uomo è e fa, della sua coscienza, e di ciò che può conoscere. Ma avere la lucidità non implica avere la luce. E questo è il limite delle meditazioni di Cioran e di Sgalambro, i quali tuttavia sono e resteranno, specie Sgalambro, i filosofi più autentici del Novecento filosofico e dell’ultimo millennio appena iniziato» (pag. 170).

In realtà, probabilmente le valutazioni su questi due autori ci dicono moltissimo su ciò che uno come Fazio intende per filosofia e sul come si dovrebbe scrivere di essa. Sostenere che Sgalambro intenda esibire la filosofia come stile da una parte rimanda a ciò che Sgalambro stesso ha detto di Nietzsche (e il debito verso quest’ultimo è innegabile e profondo, molto più di quanto Sgalambro stesso abbia mai ammesso e a dispetto delle continue prese di distanza); dall’altro ci porta a credere che con tutta probabilità per Fazio è questo stesso stile a farsi filosofico, altrimenti non si spiegherebbero né la conclusione per cui Sgalambro è il più autentico filosofo del Novecento e del millennio appena iniziato, né la ricerca e la sperimentazione stilistica – che è anche sulla scorta di Sgalambro – caratteristica di Insonnie.

Questo libro ha fatto ciò che ogni buon saggio dovrebbe fare: illuminare alcuni nodi fondamentali del tema di cui si occupa e costruire una tesi di fondo sulle solide fondamenta di quanto analizzato. Ogni siciliano è tentato dal suicidio al mondo (cosa diversa dal suicidio alla vita, che pure tenta ma con ben altri modi); ogni siciliano sa intimamente cosa siano la regressione, la decadenza, la decomposizione. Il siciliano vive nell’abbandono – cui allude il sottotitolo del libro –; per questo Cioran è presente, per dritto o di traverso, accettato o rigettato, nelle riflessioni dei siciliani; per questo lo spettro di Sgalambro si aggirerà lungo le vie catanesi e siciliane tutte. Ma dire Sicilia, nell’inferno sollazzevole in cui ci troviamo, è dire il mondo tutto.