Storia naturale dell’amore

Carocci, Roma 2010 (e id. "La scienza dell’amore e i suoi limiti", in «Rivista internazionale di Filosofia e Psicologia» Vol. 4, 2013, n. 3 Pagine 264-277)
Leave a comment

Intorno all’esperienza totalizzante dell’eros si assiste al fenomeno nient’affatto raro di considerarlo convenzionalmente costruito e dovuto all’arbitrio dell’uomo, anzi, di sua esclusiva pertinenza. Tale atteggiamento, comune tra gli scienziati sociali, può definirsi a buon titolo riduzionista rispetto a ciò che, nella specie umana e negli altri animali di ordine superiore, ha occorrenze psicofisiche dovute alla secrezione di ormoni che attivano specifiche zone del sistema nervoso.

Quando siamo innamorati e la coscienza incontra l’oggetto amato, vengono coinvolte le stesse aree cerebrali di chi è affetto da dipendenze o da psicosi ossessivo-compulsive: la dopamina viene distribuita nel cervello dall’area tegumentale ventrale destra (ATV, che insieme al nucleo d’accumbens, NAc, appartengono al sistema limbico che regola i meccanismi di attesa e ricompensa di un premio), facendoci sentire energici, euforici, attenti e determinati o causandoci insonnia e perdita d’appetito, accelerazione cardiaca e respiratoria; il rilascio dell’adrenalina nel sangue induce tachicardia e affanno; bassi livelli di serotonina implicano il pensiero insistente dell’amato; durante la fase dell’attaccamento l’azione delle endorfine (dopamina e norepinefrina) sul nucleo caudato, parte “rettiliana” del sistema nervoso e sede dei ricordi remoti, provoca una dipendenza dall’oggetto amoroso, tanto da desiderarne il ritorno dopo pochi minuti di assenza1.

La chimica cerebrale è un passo verso la naturalizzazione dell’amore, come la definisce Domenica Bruni. Nella sua Storia naturale dell’amore, l’autrice scava a fondo le ragioni di tale processo con una scrittura sempre vigile e pronta, che mai affatica, e senza appellarsi a inopportune posizioni dogmatiche o eliminativiste, per delimitare finalmente ciò che nel sentimento possa esprimersi nei termini di scienze naturali o dello spirito.

Il metodo consiste nell’escludere ogni spiegazione che si appigli al “sovrannaturale” e ammettere quale esistente naturalmente tutto ciò che in natura avviene. Fra biologia e psicologia evoluzioniste (PE) e neuroscienze, la naturalizzazione è ripercorsa da una scrupolosa indagine darwinista. Il merito di un darwinismo liberalizzato sta nell’introdurre l’elemento temporale nel metodo e assumere la profonda continuità che regola il mondo naturale, considerando l’evoluzione dell’oggetto d’indagine come sua “storia naturale”. Ciò consente in un certo grado di riunificare natura e cultura gettando luce su obsoleti pregiudizi antropocentrici, nonché evitare ogni appiattimento dell’oggetto alla sua funzione, tendenza da cui si ricaverebbe al massimo una tassonomia. A tal scopo, dovremmo domandare cos’è l’amore alla luce di aver prima chiesto a cosa serve.

Riprendendo la distinzione tra selezione naturale e selezione sessuale, Bruni ne precisa i rispettivi domini, dando ragione a Darwin: «Il vero obiettivo di un organismo non è, in realtà, quello di sopravvivere, ma di riprodursi»2. La differenza dei caratteri sessuali maschili e femminili fra individui di una stessa specie (dimorfismo sessuale), rappresenta l’esito di questa finalità intrinseca. Perché allora i maschi di pavone dovrebbero avere una coda tanto appariscente e quelli di cicala dovrebbero frinire sonoramente? Gli esempi potrebbero continuare, ce ne sarebbero pure sulla nostra specie, ma la risposta resterebbe la stessa, ovvero: per attrarre un partner con cui tramandare la propria eredità e non certo per essere scovati dai predatori. In accordo con le teorie naturaliste, scrive a proposito Husserl: «Nel soddisfarsi dell’impulso, visto nella sua immediatezza, non c’è nulla del figlio che nascerà, nulla di ciò che avrà le ben note conseguenze nell’altro soggetto: il fatto, cioè, che la madre partorirà un figlio»3. L’esistenza naturale, il βίος, è quindi un processo finalizzato dalla selezione sessuale alla riproduzione, come da un programma a uno scopo, che con la vita del nuovo organismo trascenderà la spinta riproduttiva stessa.

Al contrario della selezione naturale, dove i cambiamenti semplicemente accadono (gli organismi che sviluppano le caratteristiche più funzionali in risposta all’ambiente saranno i più adatti, consentendo la sopravvivenza della specie), «la selezione sessuale agisce sugli individui»4, dimostrando che il processo evolutivo non avviene per caso, bensì la scelta di un partner dall’ottimo corredo genetico col quale tramandare il proprio, migliorando anche la specie, rappresenta il vero nodo teleologico dell’evoluzione. Così chi reputa inconsistente il darwinismo ponendo come solo presupposto alla teoria dell’adattamento la selezione naturale (ad esempio Scheler5), avalla una critica infondata perché basata su un’interpretazione parziale.

Negli animali dove la riproduzione sessuata avviene per fecondazione interna, cioè tramite rapporto sessuale, l’accoppiamento sarà il risultato della competizione intrasessuale maschile (durante il corteggiamento i maschi si esibiscono in pratiche dove ostentano lo sperpero delle proprie caratteristiche per dimostrarsi attraenti), più la scelta femminile. Equazione che si verifica a livello cellulare con la competizione tra gli spermatozoi per fecondare i gameti femminili, e con la scelta degli spermatozoi migliori da parte della femmina. Il sesso non prevede collaborazione, e grazie a scelta e competizione spermatica lo si può ben affermare pure per gli organismi che si riproducono mediante fecondazione esterna, quali i pesci che deposte le uova le fecondano con sperma rilasciato nell’acqua.

L’importanza della fase di scelta postcopulatoria (inconsapevole, dovuta a meccanismi fisiologici) è cruciale, poiché rompe l’assunto secondo il quale, dal punto di vista riproduttivo, il maschio è vincente se si accoppia con più femmine, mentre la femmina se sceglie di volta in volta il maschio più attraente con cui generare prole attraente. Nonostante il diverso potenziale riproduttivo esistente tra i sessi6 sia determinante a livello comportamentale, affermare la completa monogamia femminile sarebbe fuorviante oltre che erroneo, dal momento che il sesso complica tanto la questione e pertanto nell’analisi comportamentale si deve pure tener conto di altri fattori oggetto di selezione sessuale. L’anatomia comparata è uno di questi:

Esiste un legame molto stretto tra le dimensione corporee e il comportamento sessuale di una specie. Nelle specie poliginiche i caratteri sessuali secondari tendono a essere molto più marcati dal momento che la lotta per la conquista delle femmine è più dura e violenta rispetto a quello che accade nelle specie monogamiche. Analizzando l’anatomia umana essa riflette una lieve poliginia anche se le differenze tra uomini e donne sono meno marcate rispetto alle differenze presenti nei gorilla e negli oranghi.

Ora, se ci riferiamo a ricerche di carattere etnografico sulle culture tribali, più vicine per organizzazione e ambiente sociale alle scimmie antropomorfe e ai nostri progenitori ominidi rispetto agli abitanti di una qualsiasi democrazia occidentale, sappiamo che circa tre quarti di queste sono poligame7, cosicché la prevalenza in molti gruppi della monogamia poco dice sulla natura della sessualità umana. Piuttosto, sembrano qui determinanti anche fattori socio-politici e culturali, la cui influenza non ricade solo sulla nostra specie. Ciò perché «il sesso è un elemento che in un certo senso rende più complicata e variabile la coppia sesso-riproduzione separandola dal punto di vista funzionale. Per procreare è necessario il sesso, ma perché esista il sesso non è necessario avere figli. […] È possibile affermare che mentre nei comportamenti delle altre specie è presente l’interazione economia-riproduzione, nella specie umana la bipolarità diventa una relazione triadica, ossia economia-riproduzione-sesso».

Al di là dello scopo riproduttivo, al dominio della funzione sessuale pertiene il soddisfacimento di altri bisogni anch’essi naturalizzati. Così, un bacio è servito per immunizzare dal cytomegalovirus; per soddisfare il semplice piacere, le femmine intrattengono rapporti sessuali con i maschi fuori dai cicli di riproduzione e anche durante la gravidanza o si accoppiano con più individui; bonobo e umani sono soliti a pratiche anali eterosessuali; l’omosessualità, riscontrata in circa 1.500 specie animali, si rivela una risposta adattiva allo stress per la lunga esposizione a un ambiente coercitivo e alla scarsezza di compagni per l’accoppiamento (l’omosessualità situazionale degli animali in cattività: gabbie e prigioni, leva militare), oppure un modo per sedare tensioni sociali, cercare protezione da una minaccia, difendere i membri più piccoli e deboli del gruppo o crearne uno più forte (strategie di genitorialità), per mantenere la fertilità o per puro ludo8.

Di fronte alla necessità naturale, il ruolo dell’amore non viene meno, essendo sentimento e sesso due aspetti dello stesso fenomeno, impossibile da ridurre a un istinto e a dei comportamenti, a una funzione o a una finzione, esaurirsi nel mentale, nel naturale o nel sociale. La strategia amorosa, insieme alle relative emozioni primarie e alla genesi di quelle derivate, è legata allo scopo di «aumentare le probabilità individuali di attrarre un partner ideale»9 e assicurarsi quindi il successo riproduttivo. Pertanto, come scrive Bruni in merito alla tassonomia di Fisher, «[l’amore romantico] sembrerebbe, più che un impulso sessuale vero e proprio, qualcosa di molto simile a una pulsione biologica come la fame o il sonno, oppure di analogo al desiderio di qualcosa da cui si è fortemente dipendenti».

Ma l’analogia tra impulso e amore non risulta del tutto appropriata, poiché la fame, così come la dipendenza vera e propria, appetisce oggetti – cibo, beni di consumo, sostanze psicoattive – inanimati, mentre l’amore coinvolgerebbe due persone umane, altrimenti sarebbe patologia10. Non bastano l’attivazione nel cervello di aree comuni e il senso di riempimento seguente al soddisfacimento dell’impulso per poter creare un solido ponte semantico fra questi e l’amore, e l’analogia semmai si attesterebbe al semplice desiderio sessuale. Nell’incontro dell’individuo con l’altro, infatti, l’alterità emerge unitaria nella sostanza protoplasmatica dell’organismo vivente [Leibkörper]. Il corpo è il testo delle emozioni, il cui dominio cognitivo rimanda alle funzioni simpatetiche del sé nella sua totalità psicofisica. Dalla corporeità quindi si dipana una complessità di atti linguistici performativi e (negli animali umani anche) verbali, che costituisce ciò che comunemente chiamiamo corteggiamento. Una strategia amorosa sarà tanto efficace quanto linguisticamente appropriata.

Ma perché, com’è noto a tutti, a maschi e femmine piacciono cose diverse? La stimolazione sessuale avviene tramite soli input visivi negli uomini (ne è un esempio l’odierno consumo di pornografia), mentre, come dimostra l’attivazione di aree cerebrali relative a emozioni, desiderio, memoria e attenzione, alle donne occorrono narrazioni che rievochino ricordi e instaurino legami11, dando loro la sicurezza che il partner riesca a proteggerle in qualsiasi situazione (è il caso degli atti di cura e dedizione, dell’affetto e del romanticismo, ingredienti principali dei disimpegnati romanzi rosa in voga tra le donne). Non è certo motivo di solo gusto o tendenze sociali, bensì la differenza di potenziale riproduttivo influenza i linguaggi che codificano le dinamiche dell’attrazione. Così come volti maschili e femminili posseggono caratteri universali tipici – mandibola pronunciata per l’uno e zigomi alti per l’altra, ecc. –, veicolando una quantità elevata di informazioni che attivano il complesso cerebrale del reward system (nucleo caudato + sistema limbico); il linguaggio è stato oggetto di selezione sessuale, tanto da creare un vero e proprio dimorfismo (sessuale) linguistico: «Constatare come in entrambi i sessi della specie umana siano visibili ornamenti sessuali caratteristici è un segno del fatto che sia la scelta femminile sia quella maschile abbiano avuto il medesimo peso nell’evoluzione», e ne consegue che la specie umana si distingue dalle altre specie animali pure per la facoltà di scelta in entrambi i sessi. Inoltre, «uomini e donne, spesso, cercano in un partner una mente compatibile, una tipologia di persona che conoscono meglio, vale a dire se stessi, come se si guardassero allo specchio».

Nella PE si sono formulate ipotesi, come quella di Miller presa in considerazione da Bruni, che rintracciano la genesi della mente nella selezione sessuale. Esse sono altamente suggestive e comportano seri interrogativi sulla natura umana. Che la mente sia la nostra coda di pavone significa che essa possa essere emersa dall’aumentata complessità nei comportamenti linguistici, prima solo performativi e poi pure verbali, dei nostri progenitori. Per un darwinista la mente è nata per adattamento, oggetto di selezione sia sessuale che naturale, il dispositivo più efficace per elaborare strategie di problem solving: «Gli esseri umani appartengono a una specie che, per via naturale, concepisce di avere una vita mentale, diventa consapevole dei vincoli naturali che ha e decide di rinegoziarli soggettivamente»12.

Quale sarebbe altrimenti il motivo per cui le donne in genere rimangono affascinate da uomini in carriera e di successo, potenti e creativi? Le strategie amorose elaborate dalla mente sono strategie conoscitive. Accanto alla ragione e agli altri modi, l’amore stesso è un modo di conoscenza, dispendioso e tutt’altro che economico. «Tale dispiegamento di energie e desideri è emotivo, cognitivo, erotico, comportamentale, culturale e non può certo essere limitato al solo scopo della procreazione ma anche a promuovere nel soggetto un ambiente interiore gratificante e intriso di benessere psicofisico»13. E di che conoscenza si tratterebbe se questa, dunque, non ci portasse a un qualche miglioramento di condizione?