Sulla lettera della Bce: per un nuovo Risorgimento

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La lettera della Bce datata 5 agosto 2011 ha un unico obiettivo: fare dell’Italia un terreno di speculazione, renderla solamente un’espressione economica con cui si designa un luogo dove i grandi capitalisti possano succhiare ogni risorsa umana, materiale, finanziaria. Dobbiamo cominciare a ritenere i presidenti della Bce come successori di Metternich, primi ministri di un impero che vuole annientare la sovranità italiana. Il nuovo risorgimento dovrebbe essere rivolto contro il dominio dell’economia. L’Italia, in quanto anello debole della catena, dovrebbe spingere verso una concezione dell’Europa Unita che trovi il proprio fondamento nella politica, a discapito della supremazia economica.
Le misure dettate da Trichet e Draghi mostrano che gli organismi economici (come del resto ogni tipo di organismo) mirano esclusivamente alla propria sopravvivenza. Rendere l’Italia un luogo di speculazione avvantaggerebbe privati e multinazionali europee o intercontinentali. L’Italia diverrebbe uno Stato satellite, dove i patrimoni di pochi crescerebbero a dismisura accumulandosi nelle banche che fanno capo alla Bce. La Banca d’Italia si troverebbe a gestire capitali che crescerebbero in maniera esponenziale, a scapito dei piccoli contribuenti (cosa che già in parte avviene). Questo, a sua volta, ingrosserebbe le sacche della Banca Centrale Europea. Saccheggiare l’Italia per rimpinguare il fondo europeo.
La scusa del pareggio di bilancio non regge, soprattutto perché il pareggio e lo sviluppo possono essere ottenuti in altri modi. Un governo credibile e forte, non completamente in panne e aggiogato all’economia, avrebbe potuto concordare sull’obiettivo del pareggio e dello sviluppo, ma avrebbe irrefutabilmente rigettato le indicazioni specifiche. Il programma che viene suggerito all’Italia ricorda i peggiori assunti del liberismo del laissez-faire.
Al primo punto troviamo il suggerimento di aumentare la libera concorrenza attuando liberalizzazioni (ossia privatizzazioni) a man bassa. È stato giustamente notato che vi è un’allusione anche all’acqua pubblica, in barba al referendum. Inoltre, si auspicano nuove condizioni di lavoro favorevoli alle aziende sotto tutti i punti di vista, mettendo in discussione le cifre dei salari e la decisione individuale dello sciopero (sull’esempio dell’accordo tra confindustria e sindacati firmato il 28 giugno 2011). Con il pretesto della flessibilità, si vogliono rendere più snelle le procedure di licenziamento.
Al secondo punto si parla di riduzione degli stipendi per gli impiegati pubblici e di riforme delle pensioni (che significa riduzione delle pensioni, aumento degli anni di lavoro e innalzamento dell’età pensionabile, soprattutto, nei settori privati, per le donne). Quindi si dice che c’è bisogno di tagli alla spesa pubblica, che possiamo interpretare come riduzione dei finanziamenti in ambito socio-sanitario e culturale in senso lato.
Infine, al terzo punto si suggeriscono riforme nell’amministrazione per assecondare le esigenze delle imprese, indicatori di performance per il settore sanitario, giudiziario e dell’istruzione e (forse unica cosa sensata) l’eliminazione o quantomeno la riduzione delle province.
Di sconcertante c’è il fatto che non ci sia nessun accenno al taglio dei costi della politica, alla lotta all’evasione fiscale, agli investimenti sulla ricerca, alla sicurezza sul lavoro (che ci costa ogni anno milioni di euro per morti e feriti), a misure contro la corruzione e contro la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra.
È difficile, dunque, se non impossibile, fugare il dubbio che la lettera taccia volutamente su queste ultime cose. La ripresa economica dell’Italia deve poggiare su una riforma culturale; il contrario non potrà mai accadere. Non c’è bisogno di essere grandi economisti (ma uno che scrive una lettera del genere può essere definito ‘grande economista’?) per comprendere che, se si attuassero tutte le misure suggerite in questa lettera atroce e funesta, l’Italia sarebbe ridotta al rango di colonia dell’Unione Europea. Si aprirebbero le porte a un nuovo tipo di colonialismo finanziario, non più esotico, ma interno. Gli italiani diverrebbero un popolo di precari o disoccupati, come e più di quanto già non lo siano.
Contro questa economia finanziaria che ci vorrebbe colonia inerte, l’Italia deve inventare un nuovo risorgimento; come fu già una volta, l’identità deve essere costruita su fondamenta culturali. Ai vecchi austriaci, dignitosi e spietati, si sostituiscono gli sciacalli dell’alta finanza. Alla speculazione finanziaria opponiamo la speculazione culturale. Dall’economia alla cultura si giunge come attraversando uno specchio. Rimane essenziale il tentativo di pensare l’Europa, non soltanto di vederla come unione economica. L’Italia attraversa uno dei punti più bui e ardui della propria storia; deve decidere cosa fare di se stessa, certo, e solo dopo potrà pensare all’Europa. Qui, tuttavia, ci troviamo a un punto tale per cui o ci pensiamo europei, o non potremo più pensare affatto.