«Pain Scoring» per il trattamento degli animali da laboratorio

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La sensazione del dolore fisico è uno degli eventi più drammatici della nostra esistenza. Non è un caso che da sempre gli uomini cerchino soluzioni farmacologiche a tale sensazione di malessere, sebbene in essa sia radicata, in un certo senso, l’identità stessa di ogni vivente: soltanto, infatti, chi vive, prova dolore. Il pensiero filosofico non è stato immune al suo fascino concettuale. Epicuro vedeva nel dolore una delle cause dell’infelicità umana, insieme alla morte e alla paura verso le divinità, e Schopenauer scriveva che la vita è un pendolo oscillante tra la noia e il dolore. Non soltanto la nostra, ma perfino la sofferenza animale ha smosso le coscienze. I pitagorici si astenevano dal mangiar carne e quando Nietzsche corse ad abbracciare un cavallo (a Torino), mentre esso veniva frustato dal suo proprietario, venne richiuso in manicomio. Kant scrisse che non può provarsi rispetto per l’uomo se prima non se ne prova per gli animali e si dice che Hitler si lasciò ispirare dai macelli per l’organizzazione dei campi di sterminio. Secondo gli utilitaristi inglesi gli uomini dovrebbero rapportarsi alle altre specie considerando la possibilità che essi soffrano, indipendentemente dal fatto che siano capaci di ragionare. Parafrasando Bentham, la vera domanda per un’etica che salvaguardi le altre specie animali non riguarda la possibilità che un animale pensi, piuttosto che soffra. Per quanto, infatti, la cosa possa apparire scontata, si tenga a mente che non sempre è stata riconosciuta la possibilità per un animale di provare dolore fisico. Secondo Cartesio, ad esempio, gli animali sono macchine e i loro gemiti non denotano alcun dolore.
Negli ultimi anni da speculazioni nei laboratori filosofici si è passati a speculazioni in dipartimenti di veterinaria e medicina, poi a centri di ricerca che fanno impiego di animali (da laboratorio), estendendosi perfino alle aule parlamentari. Secondo quanto stabilito dall’Unione Europea sul trattamento degli animali da laboratorio2, la possibilità che un animale soffra limita l’esecuzione di determinate procedure scientifiche. Infatti, esse possono essere eseguite solo ad eclusione che l’animale non venga sottopposto ad elevati livelli di sofferenza. Nella legislazione europea per la protezione degli animali da laboratorio si legge:

New scientific knowledge is available in respect of factors influencing animal welfare as well as the capacity of animals to sense and express pain, suffering, distress and lasting harm. It is therefore necessary to improve the welfare of animals used in scientific procedures by raising the minimum standards for their protection in line with the latest scientific developments2.

Una volta riconosciuta la possibilità scientifica della sofferenza animale, il problema che si pone è determinare il livello di dolore dell’animale stesso, ossia ottenere una sorta di “pain scoring”, una tabella con indici di riferimento sul dolore animale che guidi e orienti le procedure di laboratorio. Si noti che tali considerazioni assumono un’importanza capitale per l’esecuzione dei progetti di ricerca, dato che, stando alla legge, ne limitano la realizzazione.

Figura 1 - La tabella sopra riportata mostra lo sviluppo della legislazione sul trattamento degli animali da laboratorio nei paesi europei. Dei casi esaminati, soltanto il Regno Unito, i Pesi Bassi, la Finlandia e la Svezia comprendono il concetto di "classificazione del dolore" (grading of severity).

Nel caso umano i livelli di dolore vengono misurati su una scala di riferimento che va da un minimo di 1 ad un massimo di 10, e tali considerazioni sono solitamente ricavate attraverso il resoconto verbale dei soggetti esaminati1. Ma come è possible ottenere gli stessi risultati per gli animali, ossia dei criteri di riferimento che possano suggerire ai ricercatori l’intensità del dolore di un animale sottoposto ad una determinata procedura scientifica?
Innanzitutto bisogna trovare un accordo sul concetto di “dolore”. Secondo Dennis F. Kohn et al., il dolore è:

[…] an unpleasant sensory and emotional experience associated with actual or potential tissue damage, and should be expected in an animal subjected to any procedure or disease model that would be likely to cause pain in a human1.

Stando a tale definizione nel dolore deve distinguersi la componente fisica da quella esperenziale. Dal punto di vista fisiologico la sensazione del dolore è conseguente ad un “danno” fisico (una lesione, per esempio), mentre l’esperienza del dolore dipende dal grado di consapevolezza del vivente stesso. Di fatti, stando al primo punto, secondo quanto stabilito dalla normativa europea del 1986 per il trattamento degli animali da laboratorio3, a fini scientifici dovrebbe farsi uso di animali il cui sistema nervoso è poco sviluppato. L’esperienza dolore è chiaramente legata al concetto di mente e coscienza e nella citazione sopra riportata viene richiamato il dolore umano come criterio di riferimento per quello animale. La cosa può sembrare forzata, ma si noti che scienza e filosofia non hanno un’idea ben definita neanche sulla “mente” e sulla “coscienza” umana, dunque un’indagine sul grado di consapevolezza animale sarebbe se non priva di senso, comunque problematica da eseguire. Probabilmente ecco allora il motivo per cui Dennis F. Kohn et al. assume la possibilità che un’esperienza dolorosa per un uomo possa essere tale anche per determinate specie animali. Inoltre, senza richiamare “qualia e pipistrelli”, D.F. Kohn et al. sostiene che:

[…] pain tolerance varies both within and between species and is dependent on many factors, such as general condition of the animal, motivation, previous painful experiences, anxiety, and fear levels1.

Nonostante, infatti, la pratica veterinaria suggerisca che solo attraverso l’osservazione del comportamento di un animale sottoposto a sperimentazione sia possible capire quanto esso soffra, nemmeno gli scienziati sembrano disposti a prendere il comportamento animale come criterio di riferimento assoluto per il loro grado di sofferenza:

Many behaviors are consistent with, but not invariably indicative, of pain. For example, an animal separated from a long-time companion may show immobility, lethargy, inappetence and indifference to its surroundings, yet not be in pain1.

Com’è evidente tali considerazioni riguardano la possibilità che la sensazione del dolore non sia seguita da una determinata manifestazione comportamentale del dolore stesso. Dennis F. Kohn et al. suggerisce che l’osservazione della reazione animale debba essere associata ad uno studio specifico e dettagliato di ogni animale sottoposto a sperimentazione, dato che fattori soggettivi nella risposta comportamentale non devono essere trascurati:

There is no foolproof table, machine or pain scoring rubric that will accurately and without fail identify every animal and circumstance that cause pain in a research animal as well as judge how effectively pain has been alleviated by various therapeutic modalities1.

Dal punto di vista della pratica scientifica, tali osservazioni dovrebbero tradursi nell’impiego di personale altamente specializzato nello studio del comportamento animale ed educato per ridure la sofferenza al minimo.
Nell’indagine fatta da Penny Hawkins4 tra il Giugno del 1999 e l’Aprile del 2001 in 28 istituti di ricerca inglesi, il 97% degli intervistati assume che le proprie pratiche sperimentali causino risposte di sofferenza negli animali, e una percentuale di veterinari compresa tra il 32-56% (in alcuni casi si arriva al 74% degli intervistati) non somministra anestetici o anelgesici agli animali che subiscono certi interventi operatori. Dato che sembra impossibile accertare livelli oggettivi di sofferenza animale, Hawkins suggerisce di metter da parte l’idea di arrivare a stabilire dei “livelli di dolore animale” a guida delle pratiche scientifiche e di assumere una disponibilità mentale quanto mai ampia verso la sofferenza animale, che si trasformi in una vera e propria “cultura della cura” (culture of care) tanto nei laboratori quanto nelle pratiche veterinarie. Infatti, la possibilità che un animale soffra ha, secondo Hawkins, delle conseguenze sia sul piano morale che su quello legale e deve evitarsi la possibilità che l’uso di animali nei laboratori scientifici si trasformi nel loro abuso.
Nonostante lo scetticismo (giustificato) degli scienziati nello stabilire criteri di riferimento oggettivi sul dolore animale, resta in ogni caso da sfondo la legislazione europea quando stabilisce che l’uso di animali nelle pratiche di laboratorio debba essere ridotto al minimo e che debba essere sostenuta la ricerca di metodi alternativi, che evitono l’impiego animale e nonostante tutto diano risultati scientificamente validi:

The Commission and the Member States shall contribute to the development and validation of alternative approaches which could provide the same or higher levels of information as those obtained in procedures using animals, but which do not involve the use of animals or use fewer animals or which entail less painful procedures, and they shall take such other steps as they consider appropriate to encourage research in this field (art. 47)2.

Figura 2 - Pain scoring associato a reazioni comportamentali e fisiologiche