La morte di Pascoli. Per il centenario.

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Il sudario che copre la poesia di Pascoli è trasparente e marmoreo come quello di certi cristi velati. La bellezza, pur sotto questo velo funebre, rimane visibile, intatta, immobile della fissità agghiacciante degli occhi dei morti.
Era credenza antica che l’ultima cosa vista rimanga impressa nelle pupille del defunto. In quelle del morto ammazzato, per esempio, si ricercava l’effigie dell’assassino. Ciò che è vero in generale, vale tanto più per la poesia di Pascoli: sottili corrispondenze legano visione e morte.

Nei primi due versi di Myricae, la parola “vedo” è ripetuta per ben tre volte; addirittura la prima volta l’intenzione è così forte da richiedere la pausa di una parentesi lunga quasi un verso:

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto.

Incipit tragoedia.
Ci vorrebbe un saggio (in realtà già scritto) per dimostrare che l’organo teoretico è l’occhio e la visione riguarda immagini aidetiche, che dimorano nel regno di Ade. Frattanto, verso la fine de Il giorno dei morti, con cui appunto s’inizia Myricae e idealmente tutto Pascoli (ma la poesia piega in circolo: inizio e fine coincidono), si ripete ancora:

Io vedo, vedo, vedo.

Mettiamo da parte certa piagnucolosità pascoliana; prendiamoci la briga di lamentarla. Il fanciullino ha tutto il diritto di scapricciarsi; ma noi adulti (sarebbe come a dire: noi che non siamo poeti) forse possiamo permetterci di muovere anche un ingiusto rimprovero. Chiediamoci, invece, perché la poesia di Pascoli è così intrisa di morte. (Non ci lasceremo certo ingannare. Porre questa domanda equivale a chiedersi perché tutta la poesia è così intrisa di morte.)
La vulgata di solito chiama in causa la costellazione di morti che accompagna la vita del poeta. Morti padre e madre; morti fratelli, sorelle, cuginetti (come non commuoversi per Placido?). È vero, mai come in questo caso la famiglia rappresenta la morte. Cionondimeno questa spiegazione appare superficiale almeno quanto quella che rintraccia il cosiddetto pessimismo di Leopardi nelle sue cattive condizioni di salute. Chi ancora ne fosse convinto rilegga il Dialogo di Tristano e di un amico.
Quale vita non è costellata di morti? Più o meno, ci muoiono tutti attorno, continuamente. Fino a quando non saremo noi a morire attorno a qualcun altro.

Cerchiamo di cambiare prospettiva. Un celebre componimento contenuto nei Primi poemetti ci mostra la continuità della visione e dell’immagine (che sarebbe bene distinguere dalla figura: l’immagine sta alla figura come la morte alla vita, come l’eternità al tempo). In Digitale purpurea ritorna una ripetizione simile a quella citata all’inizio. Le prime due terzine della seconda parte s’iniziano con l’anafora Vedono. Oggetto della visione non è una figura presente davanti alle due donne, Maria e Rachele; bensì un’immagine del passato: il cielo di maggio con il ‘loro’ monastero di quand’erano educande. È nota la seduzione esercitata sulle ragazze dal mistero di questa pianta:

[…] il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblio dolce e crudele.

Il fiore è un fior di morte. L’insana attrazione che provano le ragazze per il fiore è, mutatis mutandis, attrazione per la morte. In fin dei conti, se l’attrazione è qualcosa a cui non ci si può sottrarre, la morte è la cosa più attraente. La morte seduce.
Questa seduzione conclude la poesia: Rachele è sedotta da una voce che le dice: Vieni! Tra tanta dolcezza, i versi finali sono spezzati da una lunga parentesi che sottolinea due poli:

 […] vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!

Da un lato la visione: Vedi (con vede che si ripete nel penultimo verso); dall’altro l’ultimo scorcio che non può suonare altrimenti: si muore!

Nei Canti di Castelvecchio pare instaurarsi una più marcata dialettica tra la vista e l’udito. Sarebbe interessante soffermarsi sull’importanza di questi due sensi in Pascoli. Se è vero che il simbolo fa pensare immediatamente a un’immagine, tuttavia qui si presentano molti simboli sonori, per esempio il canto degli uccelli, o il chiocciare del ceppo nel fuoco.
A questo proposito, scorgiamo nuovamente l’accostamento di visione e morte nei versi apocalittici de Il ciocco. Nel secondo canto di questo poemetto, la consueta familiarità e il tono domestico vengono abbandonati del tutto; la poesia si fa meditazione cosmica, forse proprio per questo catastrofica. Questi versi lasciano comprendere facilmente come l’insistere pascoliano sui piccoli cicli vitali sia una metafora della morte che pervade l’universo e che forse, prima o poi, sarà destinata a essere definitiva, totale. Certo, sorge la speranza che la vita possa ricominciare da qualche parte e il pensiero umano possa lasciare qualche traccia che sarà scoperta e decifrata da qualcuno; ma ciò appare decisamente come un sogno che si infrange sul più probabile silenzio perenne ed eterno.
In questo secondo canto, le prime due terzine che succedono agli endecasillabi sciolti recitano:

Tempo sarà (ma è! poi ch’il veloce
immobilmente fiume della vita
è nella fonte, sempre, e nella foce),

tempo, che persuasa da due dita
leggiere, mi si chiuda la pupilla:
né però sia la visïon finita.

Risulta chiaro che la morte non implica la fine della visione; ma in che modo continua, allora? La visione può continuare fino a quando ci sarà altra vita attorno al morto, come mostra la terzina successiva:

Oh! Il cieco io sia che, nella sua tranquilla
anima, vede, fin che sa che intorno
a lui c’è qualche aperto occhio che brilla!

Certo, non è in esame è un trattato filosofico, ma per il nostro discorso possiamo dedurre due cose: la prima è che la visione è affatto interiore, riguarda essenzialmente l’anima; la seconda è che questa visione (ma qui possiamo deliberatamente far coincidere l’anima con la sua facoltà di vedere; dunque tolta l’una viene a mancare anche l’altra) non cesserà fino a quando ci sarà vita, ossia fino a quando il ciclo di vita e morte continuerà a esistere. L’anima è un’immagine, niente più niente meno. Fino a quando ci sarà qualcuno che vede immagini, allora l’anima esisterà e potrà vedere anche se stessa. L’anima è l’immagine che vede se stessa. Che si celi qui il segreto dell’autocoscienza?
Nelle lontananze abissali del cosmo, nel vuoto tra mondo e mondo e, vieppiù, quando l’universo andrà spegnendosi nella catastrofica collisione degli astri descritta dal poeta, l’anima-immagine scivolerà definitivamente nell’oblio. La vita (e quando si dice “vita” si deve intendere la sovrapposizione costante e congruente di morte e vita) si rivelerà come illusione. Fin quando c’è vita, la vita esiste, e con essa la morte; sembra lapalissiano, ma diventa tragico se aggiungiamo che, quando la vita non esisterà più, sarà come se non fosse mai esistita, e con essa la morte. Ci sarà, cosa affatto diversa, solo il niente.

Individuiamo questa prospettiva in Alexandros. L’eroe macedone, giusta la tradizione, viene rappresentato con gli occhi di colore differente: l’uno nero, azzurro l’altro. Quando giunge a conquistare tutto il mondo conosciuto, si sporge sul limitare del nulla:

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

Curiosamente, troviamo un passo parallelo ma di direzione opposta in Petrarca (RVF, 85):

Et se non ch’al desio cresce la speme,
i’ cadrei morto, ove più viver bramo.

V’è qualche sfumatura nell’interpretazione di questi due versi petrarcheschi. Alcuni intendono che il desiderio e la passione crescano di pari passo; altri ritiene che la passione acquisti maggiore speranza. Come che sia, per Petrarca l’accrescimento di desiderio e speranza muove alla vita. Per l’Alessandro di Pascoli desiderio e speranza sono inversamente proporzionali e ciò innesca un meccanismo che spinge allo sconforto e alla morte. Quando Alessandro giunge a una visione dilatata, oltre i monti che prima facevano presupporre maggior spazio di quanto in realtà non ve ne fosse, si spalanca l’abisso del nulla:

 […] questo è il Fine, l’Oceano, il Niente.

A spingere Alessandro è una forza motrice di difficile definizione, che fa anelare a una meta irraggiungibile, che suscita un desiderio inappagabile. Si tratta di questo:

soffio possente d’un fatale andare
oltre la morte.

Le educande di Digitale purpurea erano sedotte da una voce suadente. Alessandro, l’eroe della giovinezza, è spinto da un soffio inesplicabile. Il velo dell’illusione è scostato e ha mostrato a pieno viso cosa si cela oltre la morte. Cosa si vede? Quale visione produce lo squarciamento del velo dell’illusione, il superamento della montagna che nasconde lo spazio di là da essa?

Chiudiamo il cerchio. L’immagine che meglio mostra la risposta a questi interrogativi la ritroviamo ancora ne Il giorno dei morti. Dopo la schiera di parenti, per ultima parla la defunta madre del poeta che

[…] culla
due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.

Poco prima, nella Prefazione a Myricae troviamo queste righe: «[Gli uomini] del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti». Pascoli, lo si dice spesso, è il poeta della natura. In questo contesto, significa che è il poeta di colei che ci culla per spegnerci. È il poeta della visione che ci mostra come probabilmente questa episodica vita sia fatta solo di immagini, dove l’unica forma attraente, che ci seduce e alla quale non possiamo sottrarci è, lo vediamo, la dolcezza crudele della morte.