Il corpo dell’artista: Sebastiano Adernò

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Viviamo in un’epoca davvero ai limiti di ciò che potremmo chiamare realtà. Il motto hegeliano servirebbe da utile inganno quando, sperando di razionalizzare la realtà, la rendiamo a noi accettabile, razionale, istruttiva in senso lato. C’è sempre qualcosa che travalica la storia, consegnandoci il respiro dell’epoca e che ci fa presenti di ciò che siamo, ciò che ancora dobbiamo venire ad essere. Il ciclo della storia non ha né spirali né procede in senso rettilineo. Tutto ciò che ci appartiene è sempre una storia di crisi, di squarci, in cui è l’uomo a ritornare all’uomo, e mai alla Storia. Del resto, come ci disse Goethe, dovrebbe essere “odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività”. Altrimenti rimaniamo plananti nel mare di ignoranza e revisionismo che i media giornalisti e i grandi storici tendono a consegnarci. Ci serve una storia che pone fine alla Storia, che ribalti il senso e ci riconsegni la giusta cifra degli orrori. Viviamo in tempi in cui la volontà di conoscenza è completamente conscia del passato e del presente, tanto da chiedere a sé stessa – all’uomo dunque – la propria soppressione, ovvero «spingerla alla rassegnazione, che è lo scopo finale, anzi l’intima essenza di ogni virtù e di ogni santità, e la vera liberazione dal mondo»1.

Ancor prima di farsi tale, la conoscenza è quello stesso spirito creativo che, emancipato dal mondo, ne crea il suo specchio: è il momento dell’arte. Il poeta conscio della sua fede, e della sua missione riconosce perfettamente il momento storico in cui vive, ma non ne rimane soppresso; egli è liberato dalla Storia, pone fine ma non per distruggere: egli in maniera taumaturgica tenta di «toccarli sulle tempie / fermare le pale di questo disastro»2. Questo ribalta il senso dell’espressione nietzschiana sulla storia in quanto critica, poiché abbandonando la Storia, quella ufficiale, quella dei libri di testo, quella saggistica e giornalistica alle volte, “vivere ed essere ingiusti (dimenticare) sono una cosa sola”. Il poeta non dimentica, il poeta incarna, il poeta vive tutte le fasi dell’angoscia, la propria, quella del suo tempo, della società, della massa, di ogni singolo uomo; «il poeta è quell’uomo che raccoglie in sé tutti gli uomini (tutti i punti) e se ne fa carico […], è quell’uomo che ha stretto alleanza con loro, è quell’uomo che di loro si preoccupa, è quell’uomo che li vive e da loro si fa vivere»3. Anzi potremmo dire con le parole di Massimo Cacciari che «è il poeta stesso che profetizza la perdita di aura»4. Egli sa in principio quello che il tempo storico crea e distrugge, la falsità in cui persevera la massa, la possibilità di liberazione insita in tale menzogna, in tale illusione; ma egli non è il più il genio poetico dell’Ottocento, né il progressista novecentesco: egli è davvero metropolitano, ne fotografa i “passages”5, vivendone gli orrori, le contraddizioni, egli non è il protagonista, non ne è neppure il cantore; egli è semplicemente la macchina da cinepresa, che impassibile, riprende la storia, la metropoli, il suo divenire, la società, e non esprime giudizi. Semplicemente sta in ascolto e filtra: egli è una figura di mezzo, che in tale possibilità si fa “via”, “cammino” egli stesso, verso quella conoscenza propugnata in grado di atterrire il mondo e di sopprimerlo, liberandolo.

Quando intervistai Sebastiano Adernò sull’opera da me curata, egli mi disse che il suo intento era stato, ed è, quello di farsi strumento non tanto per la poesia, o la letteratura, bensì per l’uomo stesso. Egli non ne potrebbe essere al servizio se non nella misura in cui lo libera aprendogli gli occhi attraverso le proprie parole. Quelle azioni individuali che s’imprimono sulla carta e che in maniera universale si rendono poesia. Il divenire di queste stesse è un divenire automatico, autoproducente. Lo sguardo distratto e curioso dell’istante – disincantato sulla possibilità di trattenerlo, quanto nostalgico di tale illusione, – appartiene al poeta, prima di diventare l’obbiettivo fotografico, il mezzo stesso della forma artistica. Il poeta non potrebbe essere altrimenti in questi tempi di alta specializzazione. Egli è il ruolo di mezzo che sta tra la scienza e la letteratura, tra la filosofia e la storia, tra il mago e il medico, tra il prete e lo psichiatra. Egli è la “via di mezzo della conoscenza”, una via incarnata e sempre scelta, non volutamente, un compito a cui sottostare, attivamente. Poiché il poeta, essendo il primo creatore, è anche il primo a vedere, a capire, a portare in pratica le sue visioni. Oggi siamo alla fine di un’epoca: l’epoca che Marx aveva predetto è passata e la funzione sociale dell’arte ha raggiunto finalmente lo status novo già visto da Benjamin. Il poeta in quanto artista, artigiano, regista, attore; è egli stesso il produttore dell’opera d’arte, il suo corpo, la sua radice esistenziale è l’arte esemplificata. È egli stesso un’opera d’arte mercificata, vendibile, ma proprio per questo scandalosa, smembrata, che possa lanciare il messaggio che incarna con più forza. Il poeta non usa più specchi, non usa più l’Arte: è egli stesso Arte, è egli stesso il messaggio; il suo corpo, la sua mente ed il suo sangue sono pronti a farsi Arte in ogni momento. Sarà il caso di Jacqueline Traide6; in ogni caso io oggi parlo di In luogo dei punti di Sebastiano Adernò.