Lévinas. Attraverso il volto

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Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto:
nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo
è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca
nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di
complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.

Emmanuel Lévinas (1906-1995)

Nessun interesse, nessun beneficio e profitto, nessuna buona volontà può giustificare come mai si continui a parlare dell’umano in termini che non possono raggiungerlo.
La conoscenza come una scoperta, il linguaggio come scambio di informazioni, la libertà come semplice scelta, la giustizia come uno stabilire. Tutto ruota tranquillamente intorno all’asse, al fondamento dell’io, e all’allusione sovrana di stare al centro: cardine che non vede differenza, che equipara tutto con tutto, escluso sé stessi nel proprio stare al centro; e che fa di tutto il resto, del mondo e degli altri, qualcosa che deve rimanere – nella sua inevitabile estraneità, nella sua strumentalità – a propria disposizione. L’uomo è chinato su sé stesso, il suo io è ripiegato e il suo sguardo è rivolto verso il basso, sulle cose che lo attraggono, rendendolo schiavo; è impossibilitato ad avere una dimensione orizzontale (l’Altro) e verticale (l’Alto). Un’apertura, una parola d’amore, poetica, profetica, una responsabilità per altri, una restituzione, una disposizione ad accogliere, che non sarebbe immaginabile, pensabile e neppure dicibile.
Eppure, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze, nelle sue attese e nelle sue disillusioni, nella sua sofferta quotidianità, il mondo umano è tenuto insieme più da questi fili inafferrabili.
Il confine è sottile, l’argine scivoloso, la destinazione lontana. L’apertura può trasformarsi in epifania, la scoperta in stupore, la poesia in comunicazione, la profezia in propagazione, la responsabilità in opzione, la giustizia in un patto. Niente di tutto questo è però disumano: modo umano, piuttosto, praticare la verità dell’umano, ma senza ricondurla sempre al fondo alla sua stessa umanità. Mondo – nello stesso tempo – troppo desto e troppo intorbidito. Da sempre riassopito, da sempre risvegliato.
Strana allora l’ostinazione: raccontare l’umano in modi che sembrano parlare d’altro. Non possono dire perché la vita si scuote solo dentro intuizioni imprevedibili, perché si scalda con parole diverse dallo scambio d’informazioni, perché si ripensa per intero nei gesti di responsabilità; dove la libertà si sa infinitamente più libera della misura tra scelte spesso presunte. Essa si impegna al pensiero di una giustizia che resta ancora da farsi, rispetto ai conti non di rado falsificati del dare e dell’avere: e dove l’avere pesa sempre più del dare.
Non possono testimoniare, soprattutto, perché non ci si ritrova più, non si è ancora a posto con sé stessi. Finché qualcosa non scioglie il nodo di un io bloccato su sé stesso, finché non si graffia la superficie troppo levigata di un mondo sotto i riflettori, a portata di mano, finché non si rovescia un ordine fittizio (un mondo mediatico, fatto di apparenze, di superficialità, illusorio di una realtà distorta) fin troppo facile da trovarsi, non sarà possibile.
L’esistere dell’umano non giunge a sé stesso, non nasce alla vita, non diventa esistenza, un’epifania, poesia, coinvolgimento, accoglienza, opera di giustizia — senza innamoramento. Solo così appare un altro sapere: non sarà più un vedere, uno scoprire, un prendere con gli occhi della mente e delle mani, ma ritrovarsi scoperti, visti, presi, ammaliati, affascinati restando però vero sapere. Solo così si ode finalmente una parola come fosse pronunciata la prima volta; e allora smette per un momento di essere solo informazione, soltanto comunicazione: attesa trepida piuttosto che un rispondere, e prima ancora risposta originaria a una parola che non proviene da sé, né a sé ritorna — sarà ascolto, preoccupazione, dialogo; sarà dissenso. Solo così la libertà raggiunge la sua libertà: non si limita più nel diritto ossessivo di scelta, che scambia l’essere con un ritrovarsi, fruitore indeciso, ma libertà grazie al coraggio di una responsabilità per altri, non rinnega nulla del proprio orgoglio e delle proprie lotte e conflitti. Solo così la giustizia rende giustizia e diventa impegno – non un liberarsi da (regole, misura, modelli), ma un liberarsi per (vivere nella responsabilità, alterità, perché l’altro mi riguarda).
Ciò che chiarisce il mondo dell’umano è inspiegabile: si definisce in qualche modo tutto, senza essere una spiegazione. Difficile tuttavia coglierlo nel suo sapere paradossale, che contrasta la velata certezza con una diffusa insicurezza. Più facile dare per scontato, far finta di niente, essere cinici, nascondere, denigrare, offendere, sfruttare, approfittare. L’umanità dell’umano: prossimità che si approssima, vulnerabilità, volto imprevisto dell’altro. Non scoperto, non visto, non oggetto, non termine, non soggetto (come me), ma altro per quanto sublime.
Fragilità, vulnerabilità, umiltà, supplica, miseria, povertà, bisogno — fanno giuste ogni dignità e ogni altezza e consentono di dire umanamente di qualsiasi dignità, di qualsiasi altezza. Capovolgono, contestano e manifestano l’ingiustizia senza fondo di una configurazione disumana dell’umano: dove la miseria resta solo miseria, e la dignità solo dignità; la povertà sempre più povera e la regalità sempre più regale; con qualche ammiccante eccezione alla regola.
Epifania — dell’umanità: perché fragile, debole, ferita, incapace di fare scelte. Perché l’umanità non sorge senza un rovesciamento che si contrappone di continuo come nella rincorsa instancabile tra il sole e la luna, senza una rivelazione che si svela sempre di nuovo: fragilità e integrità, debolezza e forza, ferita e felicità. Profondità dell’umano: penetrante e oscuro, visto da altri, mondo mai più uguale a sé stesso, mai più controllabile, prevedibile; fuori disposizione, perché nasce la differenza. Si nasce alla differenza, dove l’altro irrompe nella noia dell’indifferenza, per essere fino in fondo quel che si è. L’altro volto non è un ritratto da appendere in qualche salotto a far da cornice alla propria bontà, intenti magari a mostrare agli altri come essere buoni: trovando così il modo di espiare in anticipo la colpa di far ruotare ancora il mondo su sé stessi; o un’immagine in più di un album fin troppo pieno, per gratificare la propria memoria. Nel suo volgersi, l’altro spezza la visione dell’utilitarismo, abbatte la maschera che ha indossato perché ha dovuto apparire o piacere, taglia lo sguardo, decentra, mostra chi è veramente. Non più collezioni, bisogni, mancanze, egoismi, distorsioni; non solo volontà, protagonismi, ma rischi infiniti, conferme, trascendenze, perdere il proprio io.
Il volto rivela, nel suo essere carne, nel suo farsi parola; perché la parola è nella carne, la carne già parola. Possibilità unica di imparare davvero qualcosa, di ricevere un’educazione, un insegnamento, di conoscere bontà, apprendere giustizia. Fin dall’origine il volto è comandamento, colui il quale non puoi uccidere.
Il volto umano costituisce un’apertura nella membrana dell’essere. L’esperienza assoluta non è svelamento, ma rivelazione: manifestazione privilegiata d’Altri, manifestazione di un volto al di là della forma. Il volto è una presenza viva, è espressione, ogni istante disfa la forma che offre, forma adeguata per presentarsi come Altro, per significare e avere un senso; è significazione senza contesto.
Il volto è senso da solo: tu sei tu (nessun altro può sostituirti). Perciò il volto non è “visto”: è ciò che non può diventare un contenuto afferrabile dal pensiero. Il volto significa l’Infinito. L’Infinito si presenta come volto nella resistenza etica che paralizza il mio potere e si erge solida e assoluta dal fondo degli occhi senza difesa nella sua schiettezza e nella sua indigenza. La comprensione di questa miseria instaura proprio la prossimità dell’Altro. Il pensiero risvegliato dal volto è comandato da una differenza irriducibile; pensiero che non è pensiero di, ma immediatamente un pensiero per, una non in-differenza per l’altro che rompe l’equilibrio impassibile del conoscere. L’accesso al volto è immediatamente etico.
Denudazione al di là della pelle, fino alla ferita da morirne. Il volto dell’Altro è spoglio: è il povero per il quale io posso tutto.
È volto, la sua rivelazione è parola. Il linguaggio nasce dalla vertigine che ci afferra quando siamo di fronte alla rettitudine del volto. La presenza del volto, l’infinito dell’Altro, è presenza del terzo (cioè di tutta l’umanità che ci guarda) e comando che comanda di comandare. Per questo la relazione con altri, o discorso, è solo la messa in questione della mia libertà, l’appello che viene dall’Altro per richiamarmi alla mia responsabilità, non solo la parola che mi impedisce, ma anche la predica, l’esortazione, la parola profetica.
Nell’approssimarsi del volto la carne si fa verbo, la carezza Dire. Un invito al bel rischio dell’approssimarsi; il volto del prossimo mi significa una responsabilità irrecusabile, precedente ogni libero assenso, ogni patto, ogni contratto. Il volto del prossimo mi ossessiona: “Egli mi guarda”, tutto in lui mi riguarda, niente mi è indifferente.
La relazione con il volto si produce come bontà. Il bene non si offre alla libertà — mi ha scelto prima che io lo abbia scelto. E se nessuno è buono volontariamente, nessuno è schiavo del bene.
Questa bontà folle è ciò che vi è di più umano nell’uomo.