Responsabilità collettiva e colpa

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Responsabilità collettiva e colpa.
Arendt in dialogo con Jaspers

hannaharendt_fredstein

Quando si parla di responsabilità e colpa in filosofia morale solitamente ci si riferisce alle azioni volontarie compiute da un soggetto e suscettibili di una reazione di lode o biasimo. Tuttavia, sarebbe interessante chiedersi se possa esistere una qualche forma di responsabilità o colpa collettiva, cioè condivisa, che prenda in considerazione l’uomo in quanto essere sociale e politico.
La questione è stata oggetto, tra gli altri, di due filosofi contemporanei, Hannah Arendt e Karl Jaspers, i cui contributi, frutto di un’influenza reciproca, possono essere molto utili per fare chiarezza sul tema. Entrambi i pensatori affrontano il problema della responsabilità/colpa collettiva in relazione a uno specifico contesto storico che hanno vissuto, quello del nazismo.
Per questi autori si è trattato cioè di capire se, e in che misura, il popolo tedesco potesse essere ritenuto corresponsabile dei crimini compiuti dai nazisti. La questione può però essere estesa a qualunque altro contesto storico.
Partiamo dalla riflessione arendtiana per vederne poi le assonanze con la riflessione di Jaspers. Hannah Arendt affronta il tema in Responsabilità collettiva, saggio pubblicato postumo nella raccolta di saggi e lezioni Responsabilità e giudizio. Qui Arendt distingue nettamente il concetto di ‘colpa’ da quello di ‘responsabilità’. Mentre la colpa infatti si riferisce sempre alle azioni compiute da un singolo soggetto agente, la responsabilità è intesa come ‘collettiva’ sulla base del principio di appartenenza di un soggetto ad un gruppo. In questo secondo caso, quello che a noi interessa, devono essere rispettate due condizioni fondamentali: la prima è che il soggetto sia responsabile delle conseguenze di azioni che non ha compiuto direttamente; la seconda è che tale responsabilità tragga fondamento dalla sua appartenenza ad un gruppo in un modo che è vincolante per il soggetto, al punto tale che egli non possa rinnegare questa appartenenza.
Arendt specifica che la linea di demarcazione che separa la colpa dalla responsabilità rimanda alla più profonda distinzione tra morale e politica: due sfere che in buona parte della riflessione arendtiana si caratterizzano come conflittuali. In questo senso la colpa, in quanto si riferisce alla dimensione della volontà, ricade entro la prima sfera, quella della morale, o tutt’al più entro la sfera della legalità. Colpevole è cioè colui che ha violato una legge, sia essa morale o giuridica. In modo del tutto differente, la responsabilità collettiva si riferisce esclusivamente alla sfera politica (che quindi per Arendt è indipendente dalla sfera della legalità e della moralità), che riguarda la responsabilità dell’intera comunità per gli atti compiuti dai suoi membri. In questo secondo senso, ciascun uomo è, in condivisione con gli altri, “responsabile” per le azioni che sono state compiute dai cittadini della sua nazione, senza esserne moralmente colpevole. In altre parole, per Arendt esiste una responsabilità squisitamente politica di tutti coloro che hanno vissuto passivamente sotto il regime nazista. Il legame tra “responsabilità collettiva” e “sfera della politica” è indissolubile per la filosofa, al punto che nel momento stesso in cui il soggetto si sottrae a questa forma di responsabilità perde, dice Arendt, anche ogni sua rilevanza come soggetto politico, diventando un apolide. Quindi in questo contesto, gli unici soggetti che sotto il nazismo potevano ritenersi “innocenti in modo assoluto” erano i soggetti non riconosciuti da nessuno stato, ovvero i rifugiati politici (a cui Arendt dedica specificamente un saggio: Noi profughi). Questi soggetti tuttavia, nella concezione arendtiana, perdono addirittura il diritto di far parte dell’umanità (intesa come una collettività presa nel suo complesso), dal momento che la dimensione autentica dell’umano è quella dell’azione politica. Come sottolinea nel saggio sulla responsabilità,

questa forma di responsabilità per le cose che non abbiamo fatto […] è dovuta in fondo al fatto che la facoltà dell’azione – la facoltà politica per eccellenza – può trovare un campo di attuazione solo nelle molte e variegate forme di comunità umana.1

Per comprendere meglio il concetto di responsabilità collettiva arendtiano occorre quindi fare un cenno alla sua teoria dell’azione esposta nella famosa opera Vita activa, in cui ella delinea propriamente lo spazio del politico. Lì Arendt definisce lo spazio dell’agire politico come uno spazio di “relazione” costituito dall’intreccio di due attività: l’azione e il linguaggio. Questo è uno spazio intersoggettivo proprio perché azione e linguaggio hanno una natura essenzialmente plurale, cioè non possono che presupporre la presenza di altri individui per realizzarsi nel mondo. In questo senso, l’azione intesa come la capacità di introdurre qualcosa di nuovo nel reale implica anche sempre una dimensione di “passività”, data dalla dipendenza costitutiva del soggetto dagli altri soggetti agenti. Agire significa quindi al contempo sempre anche subìre, essere soggetto e oggetto dell’azione. Arendt dice anche che la politica si configura come l’autentica dimensione dell’uomo perché nell’azione linguistica il soggetto, o il chi dell’azione, distinto dal che cosa ovvero dalle sue caratteristiche, rivela la sua vera identità: divenendo propriamente umano il soggetto diviene così anche responsabile. In ciò è racchiusa la definizione arendtiana di responsabilità:

Le rivelazioni del chi attraverso il discorso e l’instaurazione di un nuovo inizio mediante l’azione, ricadono sempre in un intreccio già esistente dove possono essere percepite le loro immediate conseguenze.2

Il soggetto, che nel dare inizio a un’azione rivela sé stesso ad altri, può essere ritenuto responsabile delle sue parole e dei suoi gesti solo se appartiene alla sfera pubblica nel momento in cui agisce. In altre parole, la responsabilità collettiva ad agire è per Arendt determinata dalla appartenenza di un soggetto a una comunità politica come sua passività costitutiva che lo precede e che fa si che egli si faccia carico anche di azioni che non ha compiuto direttamente.

jaspersIn queste sue riflessioni sulla responsabilità Arendt sembra essere stata influenzata dall’amico e maestro Karl Jaspers con cui intesse un intenso scambio epistolare tra gli anni ’20 e gli anni ’60 dove più volte viene affrontata la questione (Carteggio 1926-1969).
Jaspers dedica a questi temi un semestre di lezioni nel 1946, poi pubblicato nell’opera La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania. In questo saggio cerca di stabilire i diversi livelli di colpa che presuppongono tipi diversi di responsabilità in cui al piano giuridico, politico e morale viene ad aggiungersi il piano metafisico. Il primo caso è quello della “colpa giuridica” che riguarda la violazione di una legge ed è una colpa, come per Arendt, del soggetto preso singolarmente. Analogamente, il caso della “colpa morale” riguarda esclusivamente la coscienza individuale e dunque implica una responsabilità verso le azioni compiute dall’individuo.
Gli altri due casi paiono come due diversi tipi di responsabilità collettiva: il primo è quello della responsabilità politica, che riguarda la corresponsabilità dei cittadini nelle azioni di stato; il secondo invece, quello più interessante, è quello della colpa metafisica, intesa da Jaspers come una forma di annichilimento di quella che chiama la “solidarietà assoluta” che gli uomini condividono tra loro sulla base dell’appartenenza comune all’umanità. Per Jaspers questa solidarietà deve intendersi come un impulso incondizionato che precede la razionalità propria della sfera morale: riguarda la sfera del comune sentire che ha permesso a tutti gli esseri umani, almeno una volta nella vita, di sentire nel dolore o nella passione un’unione costitutiva con l’Altro.
Anche in questo contesto la colpa metafisica, che assume in Jaspers un fondamento ontologico (quale poi sembra ritornare anche nella riflessione arentiana), viene affrontata in relazione alla colpa del popolo tedesco: la dura diagnosi jasperiana decreta in tal senso che “una volta che il male ha avuto luogo”, la colpa di coloro che hanno assistito a quel male è quella di essergli sopravvissuti.
In altre parole, la sola sopravvivenza all’evento del nazismo è sufficiente a decretare la colpa di quegli uomini e quelle donne che posti di fronte a crimini atroci hanno preferito salvare sé stessi piuttosto che seguire l’impulso alla solidarietà, secondo il quale «si vuole o che si viva insieme o che non si viva affatto».3
A questo punto resta da chiedersi se sia possibile per l’uomo, nella prospettiva jasperiana, sottrarsi alla colpa metafisica: la risposta di Jaspers sembra essere negativa, e tuttavia apre uno spiraglio verso la trascendenza. Riconoscere la colpa metafisica implica infatti

una trasformazione dell’autocoscienza umana davanti a Dio. […] Questa autotrasformazione […] può condurre a una nuova origine di vita attiva ma legata ad un’incancellabile coscienza di colpa, nell’umiltà che rende sottomessi a Dio.4

Alla luce di quanto detto, è legittimo perlomeno sollevare l’obiezione di un possibile rischio che queste interpretazioni della ‘responsabilità’ sembrano implicare: per dirla con le stesse parole di Arendt, che in questo senso era ben consapevole del problema, il rischio tangibile è che «quando si è tutti colpevoli, in fin dei conti nessuno lo è».5