«Martin Eden» tra Jack London e Pietro Marcello

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Martin Eden incarna il sogno di ogni ventenne dedito alla scrittura, è qualcuno che prima “non ce la faceva” e poi, d’improvviso, “ce l’ha fatta”. In questo passaggio si cela la costruzione di un personaggio estremamente fine e complesso nel quale coabitano i topoi dell’eroe classico con quelli dell’eroe romantico, quali il senso di inadeguatezza o l’individualismo.

Nel romanzo London presenta infatti un eroe dicotomico. Martin, anche se ineducato, illetterato, grezzo, è eroico fin dal principio perché è onesto, è forte, è bello (come un eroe omerico); nonostante ciò non si sente adeguato e avverte la necessità di imporsi una trasformazione culturale tramite un continuo esercizio coatto e così, da autodidatta, riesce a rendersi “migliore”. È un già eroe che lavora su se stesso per diventare un eroe altro.

Martin riesce dunque a evolversi pur rimanendo sempre uguale in un Bildungsroman fallimentare perché ciò che costruisce, per quanto virtuoso e “eticamente giusto”, si rivela infine tradire le aspettative. Martin è “divenuto ciò che è”, ciò che sentiva essere dalle proprie capacità ma ciò, contrariamente a quanto ha pensato per tutto il romanzo, non coincide affatto con il successo, anzi il supposto lieto fine si infrange nel paradosso di un’apatia triste. Il lutto per il suicidio di Brissenden si accorda al disincanto e alla ossessiva quanto disillusa ricerca di un senso. «Avevo già scritto tutto»: perché allora adesso vende, viene apprezzato e viene addirittura invitato a cena da chi prima lo disprezzava? Nulla è cambiato. E ancora, domanda più tormentosa: «Perché ora non mi importa più?». Quando la fama arriva è ormai troppo tardi o forse, più probabilmente, il momento giusto non ha mai avuto modo di esserci perché la consapevolezza (sociale, intellettuale, filosofica) che il protagonista ha acquisito nel suo sforzo di affermarsi gli ha sottratto la possibilità di fruire gioiosamente il successo. Al contempo vi è anche il fatto che in Martin, nonostante l’indole e lo studio gli abbiano dato tutti gli strumenti che ritiene necessari, persista la purezza ingenua della sua classe, scevra della malizia dell’educazione borghese, e ciò gli impedisce di rispondere in modo soddisfacente alle domande che lo perseguitano. È anche per questo che il Bildungsroman è fallimentare, perché Martin Eden per quanto visceralmente cambiato, rimane se stesso.

È qui che la differenza tra il romanzo di Jack London e il film di Pietro Marcello si fa manifesta, nel modo in cui il protagonista reagisce e cambia conseguentemente allo scacco del successo. Nella pellicola il comportamento del protagonista diviene autodistruttivo in pratica donando la visione (estremamente scenica) di una sorta di rock star disfatta che non si fa remore a urlare, un cinismo aspro e un viso emaciato adorno di denti ingialliti dal vizio. Nel romanzo, al contrario, il disagio di Martin è meramente esistenziale e intellettuale; Martin rimane ancora una volta se stesso, risponde con garbo ai vari inviti a cena e perfino ai tentativi di riconciliazione di Ruth, ma cova una sofferenza interiore radicata: la “dolorosa stanchezza”.

Ciò si risolve nel suicidio. Quello di Martin Eden è però un suicidio atipico, emancipato dal pathos del dispetto o della fuga, è la risposta quasi fisiologica a quel che Martin si domanda e all’inevitabile corso degli eventi: «Perché i morti non si rialzano più».

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