Appartenere all’Idea

Tratto da Trad. it. di Dario Borso, BUR 1997, pagg. 122 e 24.
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Appartengo all’idea. Quando mi fa segno la seguo, quando mi dà convegno aspetto giorni e notti – nessuno mi chiama a pranzo, nessuno ritarda la cena. Quando chiama l’idea, allora lascio tutto, o meglio non ho nulla da lasciare, non deludo nessuno, non amareggio nessuno coll’essere fedele a lei, il mio spirito non è amareggiato dal fatto che devo amareggiare un’altra. Quando ritorno a casa, nessuno mi legge in faccia, nessuno interroga le mie apparenze, nessuno strappa alla mia essenza una spiegazione che neppur io stesso posso dare ad altri, perché non so se sono beato di gioia o sprofondato in affanno, se ho guadagnato la vita o l’ho perduta.

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Ma voler servire l’idea (e in merito all’amore ciò dunque non significa servire due padroni) è pure un lavoraccio, ché nessuna belloccia può essere fiscale quanto lo è l’idea, e nessun broncio di ragazza può far male quanto il corruccio dell’idea, ch’è impossibile a scordare sopra ogni cosa.