Individuo e terrore

Tratto da Einaudi 2005, pagg. 244-246.
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Alla domanda sulle cause e sulle radici del terrore nella civiltà moderna, vorrei rispondere con le seguenti riflessioni.

In conseguenza della tecnologia da lei stessa sviluppata, l’umanità è divenuta ampiamente superflua. Le macchine e i metodi di organizzazione moderni rendono possibile a un gruppo relativamente ristretto di manager, tecnici ed esperti d’ogni sorta, di mantenere in funzione l’intero apparato industriale. La nostra società ha raggiunto il livello della potenziale disoccupazione di massa; e l’occupazione di massa è in misura crescente il prodotto manipolato di un apparato statale che si sbarazza della forza lavoro in esubero attraverso impieghi come l’esercito e le amministrazioni politiche pubbliche e semi-pubbliche, al fine di mantenerla da un lato in vita, dall’altro sotto controllo. Questo significa che un gran numero di lavoratori non ha più un rapporto creativo con il processo di lavoro. Vive in un vuoto sociale ed economico che diviene premessa del terrore. Ciò fa in certo qual modo da battistrada alla potenza delle forze totalitarie, e offre al contempo un oggetto alle sue tattiche. Per i signori totalitari il terrore è il macchinario istituzionalizzato per amministrare umanità in esubero e vita estraniata.

Anche certe tendenze culturali, che erano il risultato della crisi del liberalismo, forniscono un contributo al sorgere di questo terrore. Sotto l’influsso della produzione di massa gli uomini hanno imparato a vivere secondo esempi e modelli materiali e spirituali. Tendono all’accettazione acritica di un intero sistema di pensieri e comportamenti come se non riuscissero a opporre resistenza all’offerta di droghe ideologiche. (…) Non si tratta tanto del fatto che gli uomini credano a questi stereotipi, quanto che essi stessi diventano appendici stereotipate di questo o quel monopolio culturale o politico. Ragione, sostanza, esperienza personale hanno perso il loro significato. (…) Nel mondo d’oggi, la perdita di esperienza genuina rende più difficile combattere e svelare stereotipi deformati e mendaci. Il monopolio culturale esercita una sorta di terrore culturale al quale il singolo non si oppone. La discrepanza tra le tradizioni morali dell’individualismo e i crimini di massa del collettivismo moderno ha esiliato l’uomo moderno in una terra di nessuno della morale. Egli sembra ancora attenersi ai concetti morali della società borghese – come coscienza, onestà, rispetto per se stessi, dignità umana – ma i fondamenti sociali di questi concetti hanno cominciato a vacillare.

Per citare un esempio radicale: la questione etica che viene trattata nell’Amleto, e che può essere considerata un classico documento del concetto di morale alla fine del Medioevo, è la questione se un «tempo uscito dai cardini» possa essere nuovamente «rimesso in sesto», qualora Amleto divenga giudice e carnefice dell’assassino di suo padre. Di fronte alla catastrofe fisica e morale del presente, il dilemma morale di Amleto diventa quasi risibile. L’uomo contemporaneo è più o meno consapevole del fatto che i suoi valori morali sono diventati ininfluenti, poiché nulla di materiale o spirituale dipende dalle sue decisioni. Si sente isolato e derubato di quella tradizione materiale e spirituale che nella società liberale rappresentava ancora il fondamento della sua esistenza. È perciò colmo di collera e aggressività – è potenzialmente un paranoico. In queste condizioni è pronto ad accettare anche le ideologie più folli.

I fascisti hanno riconosciuto per primi il legame tra miseria materiale potenziale e impoverimento spirituale reale; e per primi hanno approfittato di questa conoscenza in modo razionale, sistematico e illimitato. Avevano riconosciuto che la repressione e il controllo della popolazione in eccesso era possibile solo se nei cervelli veniva marchiata a fuoco la consapevolezza della permanente minaccia fisica e spirituale, e veniva sterminata l’intera struttura di sistemi di riferimento tradizionali, morali ed emotivi, con cui gli uomini avevano cercato di superare catastrofi e traversie personali. Lo stesso Hitler (…) ha parlato della necessità del terrore e della crudeltà. Non avrebbe infatti tratto alcun piacere dai campi di concentramento e dalla polizia segreta; si trattava di necessità inevitabili:

Senza la volontà di crudeltà non si ottiene nulla… Il dominio non si fonda sull’umanità, bensì, guardando la cosa dal punto di vista borghese, sul crimine. Il terrore è assolutamente indispensabile in ogni fondazione di nuovo potere… Ma ancora più importante del terrore è la trasformazione sistematica del mondo concettuale e degli schemi emotivi della massa. Si devono assoggettare anche i pensieri e i sentimenti degli uomini.